Brentford-Leeds: un ordinario viaggio a Londra Brentford-Leeds: un ordinario viaggio a Londra
Nella vita delle persone a volte arriva il momento di compiere un passo, quello che forse è il coronamento della proliferazione della specie umana.... Brentford-Leeds: un ordinario viaggio a Londra

Nella vita delle persone a volte arriva il momento di compiere un passo, quello che forse è il coronamento della proliferazione della specie umana. Quel passo è il matrimonio percorso salendo un gradino rappresentato da un anello che due persone indosseranno per il resto della loro vita (finché ci sarà amore a tenerli uniti ovviamente). Chiedersi cosa c’entri questa introduzione “filosofica” in un luogo dov’è il pallone a farla da sovrana è del tutto lecito, anche se Nick Hornby avrebbe le sue rimostranze in tal senso, ma si da il caso che a fare quel passo è stato mio cugino che, casualità anche questa, vive a Londra.

La reazione di una persona normale che si vede recapitare un invito per presenziare a quel fatidico “sì, lo voglio” di solito si esprime nella ricerca di questo o quel posto da visitare assolutamente nella capitale inglese. La reazione di chi è malato di calcio, invece, si esprime nella ricerca di quale partita andare a vedere nella Capitale del Football. In fin dei conti che c’è di male? Alla domanda “Tu vai a Londra e pensi ad andare a vedere una partita di calcio? Stai male...” l’ovvia risposta può solo essere “Male io? Ma che ne vuoi sapere…”. In una città in grado di ospitare ben 14 (leggasi quattordici) squadre professionistiche di football un malato allo stato terminale riesce a trovare quantità abbondanti di rimedi, dai più costosi ed efficaci ai meno costosi ma non necessariamente meno efficaci. Caso volle che durante la mia fugace visitina nella City fosse in programma in uno dei migliori teatri il North-London Derby, la partita tra le due rappresentanti della zona settentrionale della città, il suggestivo Arsenal-Tottenham. Per di più all’Emirates Stadium, stadio moderno in un quartiere che respira la squadra che lo ospita, sicuramente non affascinante come il compianto Highbury ma certamente di grande fascino. Subito su internet mi affretto a cercare modalità di acquisto del biglietto, costo dello stesso, percorso per raggiungere in metropolitana lo stadio. Metto in pratica tutte quelle azioni di routine di un turista che pianifica al meglio la sua vacanza e sa già come muoversi in un contesto che non è dietro l’angolo di casa. Il piano però subisce un colpo irrimediabile quando la ricerca produce come risultati un costo decisamente eccessivo del biglietto e l’impossibilità di comprare lo stesso visto che i Gunners ne hanno riservato l’acquisto a quei tifosi che possono vantare una militanza sugli spalti a sostegno della propria squadra di data ovviamente più lunga e di sicuro più appassionata. Tutt’altro che preso dallo sconforto vado comunque a Londra pieno di speranze perché comunque la città ospita 14 squadre professionistiche, una soluzione ci sarà per forza.

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Arrivo in Terra d’Albione di giovedì, il 25 settembre. Appena riesco a rubare una connessione Wi-Fi col telefono mi lancio nella ricerca dello spettacolo a cui sono determinato ad assistere. Dato per certo che non avrei visto una partita di Premier League, inizio a cercare le squadre londinesi che militano in Championship. Il Fulham che gioca nello straordinario Craven Cottage è impegnato in trasferta a Birmingham così come il Millwall è ospite dell’Huddersfield per cui i Bushwackers non sono al The Den. Poco male visto che a quanto pare nella zona in cui giocano i Lions gli stranieri non sono ben visti; restano il Charlton che ospita il Middlesbrough e il Brentford che invece se la deve vedere con il Leeds. È un segno del destino: proprio quel Leeds United che è stato acquistato da Cellino in estate, stufo del calcio nostrano oppure in fuga dall’Italia per altri motivi, che di certo ha passato la Manica con modi non esattamente eleganti, proprio quel Leeds United che è stato l’autentica ossessione di Brian Howard Clough, una delle menti più brillanti e controverse della storia del calcio inglese, del Football! Il destino si diverte a proporre queste coincidenze e per me, tifoso del Nottingham Forest quale sono, l’occasione è ghiotta. Ho la possibilità di mettere in scena uno sport che noi italiani conosciamo bene, quello del “tifo contro”. Contro chi? Il maledetto Leeds United ovviamente!

Per caso ho incontrato un ragazzo, anche lui ospite al matrimonio che fa da sfondo questa storia, che per un periodo ha vissuto nella capitale del Regno Unito e ha assistito a qualche partita del Brentford. Lui sa meglio di me come arrivare a Griffin Park, la fermata è South Ealing sulla Piccadilly line e allora sabato si esce e si va. Giunto alla fermata di destinazione c’è da camminare un po’, non troppo per il mio ginocchio massacrato (crociato anteriore e menisco rotti, manco a dirlo, giocando a calcetto). La zona non è bellissima, case in mattoncini marroni tipicamente inglesi e un paio di palazzoni in costruzione fanno da cornice alla camminata che mi porta a Braemar Road.

La partita ancora non inizia e già vedo qualcosa che mi fa uscire gli occhi dalle orbite: tifosi ospiti che bevono tranquillamente birra ai pub (Griffin Park è noto perché c’è un pub in ognuno dei quattro angoli delle strade che lo circondano) insieme ai tifosi di casa! Abituato alle latitudini italiane penso subito che potrebbe succedere qualcosa ma non oggi, non qui. Qui le cose funzionano diversamente. Stupito da questa cosa vado a fare il biglietto per entrare allo stadio e, abituato alle latitudini italiane, tiro subito fuori il documento di identità. “Il biglietto immagino che sia nominativo” penso ma il documento lo controllano solo per accertarsi che sono veramente italiano. Del mio nome sul biglietto non ce n’è traccia. È indicato solo il tornello che devo varcare per entrare nella struttura. Una volta entrato, abituato alle latitudini italiane, già mi sembra assurdo vedere paninari che tra il tornello e la tribuna friggono cipolle e mettono alla brace hamburger, guardo e mi avvio a prendere posto quando il mio “Virgilio” mi fa: “Dove vai? Non te la prendi una birra?”. Una birra? DENTRO lo stadio? Ebbene sì! Dentro lo stadio, nel senso più letterale del termine: sotto la tribuna dove mi siederò c’è una birreria e per me, abbonato da anni alla mia squadra del cuore, la soddisfazione di essere lì e poter chiedere una pinta è una sensazione che va oltre l’immaginabile. Tra una birra e una chiacchiera manca poco all’inizio del match. Esco dalla birreria, mi giro per andare a prendere posto e vedo tra le mura a pochi metri da me una specie di tunnel attraverso il quale vedo persino il campo! È elettrizzante per me anche solo pensare che l’erba sia a così poca distanza, per me che sono abituato a vedere il campo distante dalla barriera in plexiglas lo spazio di una pista d’atletica. Salgo le scalette che mi portano al posto a sedere e uno steward vede il mio biglietto per indicarmi dov’è il posto da cui vedrò il match.


Mentre dagli altoparlanti dello stadio echeggia la celeberrima “Hey Jude” dei Beatles le squadre scendono in campo. Dagli spalti quasi non mi sembra vero di vedere i giocatori così vicini, sentirne le urla dal campo. I Bees (questo il soprannome del Brentford) giocano con un classico 4-4-2 che in fase di non possesso è un 4-1-4-1 con la seconda punta che scala a centrocampo e il mediano che scala tra le linee di difesa e mediana, il Maledetto United (soprannome del Leeds liberamente tratto dalla biografia di Clough scritta da David Peace) anche in virtù della presenza di molti giocatori italiani (Silvestri, Antenucci, Bellusci, Bianchi più Doukara che ha giocato col Catania) schiera un cervellotico e abulico 4-2-3-1. La gara segue un motivo ben preciso: giropalla per linee orizzontali e affondo sulle fasce per il cross al centro dell’area. Il Leeds in campo praticamente non c’è e i giocatori italiani in campo soffrono la grinta e la maggiore corsa degli avversari. Dopo l’ennesimo affondo Gray viene steso in area al 28′, rigore per il Brentford ma Tarkowski spedisce in curva. Nel senso più letterale del termine perché spara sopra la traversa e la palla finisce nella Brook Road Stand attaccata al campo e senza barriere nella quale sono assiepati i supporter ospiti. La gara continua a proporre il predominio dei londinesi che nel secondo dei minuti di recupero passano con Peleteiro (una sorta di Schelotto dei poveri, e ho detto tutto!) che si intrufola in area avversaria e riceve un passaggio dopo un’azione insistita, mette a sedere un avversario con una finta e insacca battendo Silvestri. Nella ripresa, dopo aver gustato un hamburger tra primo e secondo tempo, decido di spostarmi (non proprio autorizzato) in curva. Gli ospiti non incidono e al 77′ l’irlandese McCormack regala una gioia incontenibile: il terzino (basso, tarchiato e decisamente brutto da vedere e forse per questo più bello) raccoglie palla a centrocampo, con la sua corsa sgraziata si fa 35 metri di campo palla al piede per poi arrivare al limite dell’area di rigore senza essere affrontato da nessuno. Deve aver pensato “dopo tutta ‘sta strada fottetevi, tiro io!” e buca per la seconda volta un Silvestri impreciso nell’occasione. 2-0 e la sensazione di aver sentito il rumore del pallone che accarezza la rete è sinceramente indescrivibile. I restanti minuti sono di ordinaria amministrazione del vantaggio che resta immutato fino a fine partita. Tornando verso la fermata della metro mi imbatto nello store ufficiale del Brentford e mi sembra doveroso entrarvi. Mi guardo in giro e vedo articoli di vario genere ma la mia attenzione si focalizza sulla maglia ufficiale della squadra, che con mia enorme sorpresa costa solo 47£, circa 60€ con ulteriore sconto, di cui ovviamente non posso godere, per gli abbonati (nello store della mia squadra preferita la maglia costa 79€ e non è previsto lo sconto per gli abbonati). Tocca comprarla perché è questo il miglior souvenir che Londra mi può offrire. Non sarà una maglia dello Stoke City ma le strisce sono bianche e rosse verticali anche per il Brentford.

P.s.: mi rendo conto che è passato molto tempo da quando sono avvenuti i fatti ad oggi ma l’operazione al crociato che ho affrontato poco tempo dopo essere tornato a casa mi ha tenuto lontano dal computer per un bel po’ di tempo. 

Francesco Cutugno

twitter: @PhraRuck

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