Bournemouth, dal Dorset al Paradiso della Premier Bournemouth, dal Dorset al Paradiso della Premier
Il calcio è così incredibile e impossibile da pronosticare che, a volte, può capitare di vedere una squadra che stava per fallire pronta a... Bournemouth, dal Dorset al Paradiso della Premier

Il calcio è così incredibile e impossibile da pronosticare che, a volte, può capitare di vedere una squadra che stava per fallire pronta a lottare per un sogno cercato da tanto tempo, la prima divisione, e sovvertire tutti i pronostici dimostrando uno spirito di squadra fuori dal comune. Tutto questo è successo a Bournemouth, città marittima del sud dell’Inghilterra a trenta km da Southampton e cinquanta da Portsmouth. Spiaggia bianca, non saranno i Caraibi o le isole Greche, ma fanno la loro bella figura estetica, lì dove il football assume un aspetto “familiare”: 180 mila anime pronte a gioire e a disperarsi per i propri giocatori, un club con una storia ultracentenaria, fondato nel lontano 1899.

Il soprannome (The Cherries) deriva, secondo i racconti dei più anziani abitanti della città, dalla tenuta adiacente il ‘Dean Court’, la casa del Bournemouth, che era ricca di alberi di ciliegi. I colori sociali, come spesso affermato dalla società, riprendono quelli del Milan, fondato esattamente un mese dopo il club del Dorset da un inglese visionario, Herbert Kipling.

Questa squadra ha patito spesso fallimenti, delusioni e ha passato buona parte della sua storia nei campionati regionali del Sud nonostante la notevole quantità di talenti scoperti nel corso degli anni: Harry Redknapp ha giocato sei stagioni tra gli anni ’70 ed ’80 per poi diventare allenatore del club e guidare le “Chierriesallo storico successo nella FA Cup del 1984 contro il grande Manchester United pre-Alex Ferguson.

bourneparade

Jermain Defoe si è fatto conoscere al pubblico d’Albione proprio con la maglia rosso-nera nella stagione 2000/01 quando era in prestito dal West Ham per poi affermarsi negli Hammers e fare il grande salto al Tottenham; l’indimenticabile George Best ha giocato appena cinque partite nel 1983 quando ormai aveva chiuso col grande calcio, era già pressato dall’alcool e stavo cercando di rimpinguare il suo conto in banca; Rio Ferdinand ha compiuto lo stesso percorso di Jermaine Defoe, ma nel 1996, mettendosi in mostra e rimanendo nei cuori dei tifosi per il suo enorme agonismo. Lo stesso dicasi per John O’Shea, che fu mandato da Sir Alex a Bournemouth ad inizio millennio e giocò quella stagione con Defoe; Tony Pulis, “colui che non è mai retrocesso”, ha giocato qui per cinque stagioni per poi intraprendere la sua carriera da allenatore chiamato in corso d’opera per risolvere le situazioni drammatiche.

Nel 2009 il club rischia il fallimento a causa di un mancato pagamento di oltre quattro milioni di sterline e la League Two, quarta serie della piramide Inglese, iniziò con ben 17 punti di penalizzazione per le “Cherries” quell’anno: l’allenatore, l’allora 31enne Eddie Howe condusse alla salvezza il Bournemouth al termine di una lotta furibonda per racimolare punti nelle ultime giornate, ma fu poi attratto dal progetto del Burnley lasciando la sua ex squadra nel caos, di nuovo.

Dopo due stagioni Howe tornò nel Dorset e nel 2012 partì la cavalcata che ha portato nel giro di tre stagioni (con due promozioni) il Bornemouth nell’olimpo del calcio d’Oltremanica, nel “campionato più difficile del mondo” come spesso si dice.

A dire la verità già l’anno scorso la squadra avrebbe meritato la possibilità di giocare i play-off, ma la falsa partenza di inizio campionato non giovò di certo al club, che terminò a meno sei dall’ultimo posto disponibile per giocarsi la Premier, occupato da un’altra squadra del sud, il Brighton.

Alla base di questo sogno diventato realtà c’è un allenatore che ha creduto in maniera ostinata nelle sue idee, perseguendole fino agli estremi, professando un calcio fatto di sofferenza, ripartenza e grande sacrificio del collettivo. Un collettivo composto fatto quasi completamente da calciatori del Regno Unito, tolti quattro stranieri. Due di quegli stranieri, Kenwine Jones ed Artur Boruc, giocano stabilmente in Inghilterra da dieci anni.

E poi ci sono i nomi pressoché sconosciuti al grande pubblico: i vari Surman, scartato dal Southampton prima e dal Norwich poi; Elphick, diventato poi capitano e precedentemente mandato via dal Brighton; il secondo miglior marcatore stagione, Callum Wilson, che si era fatto amare a suon di goal a Coventry e ha fatto lo stesso a Bournemouth; l’esperto Kermorgant che aveva girato in lungo e in largo Francia e il centro dell’Inghilterra fino a trovare la sua quadratura nel Dorset; il “ragioniere” Arter; l’ala Pitman, originario del Jersey, un’isoletta proprio di fronte alla città delle “Cherries”, tornato dopo un breve e infruttuoso passaggio al Bristol City.

Uno stadio da 12 mila posti a sedere, il secondo più piccolo di sempre in Premier League dopo quello dell’Oldham, un club fondato nel diciannovesimo secolo, una squadra fondata su giocatori semisconosciuti ma provenienti dal territorio inglese, un allenatore integralista e legato ad un 4-4-2 tipicamente “Fergusoniano”, una città che aspetta di vivere la sua prima volta e un derby incredibile col Southampton: sono questi gli ingredienti per la nuova grande storia regalataci dal calcio inglese, sperando che il Bournemouth possa continuare a migliorare senza mai fermare la sua corsa. Contro tutto e tutti, dimenticando le difficoltà economiche e gli squilibri tecnici.

Giovanni Parente