“Io non sono un giocatore capace di cambiare da solo il senso di una partita. Non ho un dribbling letale, non ho un fisico...

“Io non sono un giocatore capace di cambiare da solo il senso di una partita. Non ho un dribbling letale, non ho un fisico statuario, né la velocità. A me piace l’uno due, palleggiare, per dare il meglio ho bisogno della squadra”

Il bello del calcio, tra le tante cose, è che è un gioco in cui si può dominare in diverse maniere. E’ un gioco che, per sua stessa natura, si esercita con i piedi, tranne per uno che sta in porta a cui è concesso il privilegio, che spesso si trasforma in condanna, di poter indossare i guantoni ed usare le mani per prendere la sfera. Ma è anche uno sport in cui è consentito usare la testa, non soltanto fisicamente per colpire il pallone.

Nel calcio bisogna sapere come, dove e quando muoversi, bisogna capire qual è il momento esatto per compiere una determinata giocata, che già mezzo secondo più tardi potrebbe rivelarsi inefficace o, peggio ancora, deleteria. Per tutto questo non è necessario un fisico statuario, non servono neppure delle doti tecniche o atletiche fuori dal comune, ma una cosa è assolutamente imprescindibile: una mente superiore.

Ecco, se ci chiedessero di descrivere Borja Valero in poche parole useremmo proprio queste due, mente superiore. Perché nessuno come lui nel nostro campionato da l’impressione di avere tutto sotto controllo, di sapere esattamente quale sia la giocata giusta da fare per la propria squadra e di anticipare quella dell’avversario.

Borja Valero non lo scopriamo certo oggi, sebbene in questo primo scorcio di stagione si stia esprimendo su livelli altissimi. E’ arrivato ai Viola nel 2012, quando sulla panchina sedeva ancora l’aeroplanino Montella, che ne fece sin da subito il faro della manovra toscana. Quello che destò più scalpore, soprattutto a ripensarci oggi, fu il fatto che l’acquisto di questo giocatore sia passato quasi in sordina, uno dei tanti tasselli di un calciomercato sempre più frenetico. Ci vollero poche giornate per capire che quel centrocampista con un fisico da impiegato statale si sarebbe imposto come uno dei migliori interpreti del ruolo nel nostro campionato.

Eppure i più attenti già lo conoscevano, perché Borja Valero Iglesias non è arrivato in Italia da giovane di belle speranze, già si era messo in mostra in terra iberica disputando diverse stagioni tra Maiorca e Villareal, con in mezzo una parentesi inglese al West Bromwich Albion.

Della Valle lo preleva proprio da quel sottomarino giallo che è appena affondato, conoscendo l’onta della retrocessione al termine della stagione 2011. In mezzo alla tempesta che travolge tutta la squadra e la società si intravede una luce, un faro che con le sue 36 presenze e 5 reti ha provato fino all’ultimo ad indicare la via maestra. Non ci riuscirà, ma per lui si apriranno le porte dell’Italia, una seconda vita a livello calcistico e umano.

Se la prima Fiorentina di Montella gioca un calcio spettacolare capace di sorprendere tutti gli addetti ai lavori, fatto di passaggi fitti e accelerazioni improvvise, il merito è soprattutto suo, di quel centrocampista madrileno sempre in visione dei compagni, in moto perenne sempre pronto a far ripartire l’azione e a dettare i tempi giusti, come un perfetto direttore d’orchestra.

A questi picchi, però,  nelle stagioni successive si alterneranno altrettante batoste e, nonostante i risultati alla fine ci raccontino di tre quarti posti consecutivi, sul piano del gioco si assiste ad una netta involuzione. Il punto più basso viene toccato nella sconfitta casalinga della passata stagione contro il Siviglia, nella gara di ritorno della semifinale di Europa League. La squadra non viene risparmiata dalle critiche, Borja viene sostituito prima della fine e sembra un lontano parente rispetto a quello ammirato negli anni passati, destinato ad un lento quanto inesorabile declino.

Ha però della sua un vantaggio che non tutti hanno considerato, quel  vantaggio di chi gioca con la testa ancor prima che con i piedi e grazie al quale il tempo, a volte, può addirittura fermarsi.

Nel frattempo sulla panchina Viola Pauolo Sousa succede a Montella, portando con se la sua idea di calcio, non senza qualche critica e scetticismo. E’ portoghese e ama geneticamente i fraseggi così come  il possesso palla prolungato, in questo senso il suo lavoro è in piena continuità con quello del suo predecessore. Guai a voi però a parlargli di falso nueve e amenità simli. Sousa vuole un fraseggio che sia propedeutico all’innesco del cristone d’area, rappresentato egregiamente da Kalinic.

Nel suo 3-4-2-1 fluido il ruolo chiave è ovviamente il centrocampo, i cui interpreti devono essere duttili in modo da poter plasmare la propria disposizione tattica in funzione dell’avversario. Borja  nelle idee del tecnico lusitano può giocare sia da centrale di centrocampo, affiancato da un incontrata che nelle intenzioni iniziali doveva essere Mario Suarez a cui ora è preferito Badelij, sia dietro la punta, sebbene questa sia un’opzione secondaria.

La posizione del pelado madrileno in fase di impostazione tende ad arretrare molto, in modo da poter iniziare la manovra con piedi buoni e i giusti tempi. Con lo sviluppo dell’azione non è raro vederlo a ridosso dell’area avversaria, intento a fornire l’assist per la punta o il trequartista che si inserisce. Proprio la sua facilità di corsa e la sua capacità di fraseggio si stanno rivelando fondamentali in questa nuova versione della Fiorentina, non è un caso se a lui il tecnico portoghese non rinuncia praticamente mai. 

Dopo le prime partite di assestamento, con le difficoltà preventivabili per digerire il nuovo modulo, Borja Valero ha ripreso a dominare esattamente come nella sua prima stagione, a suon di prestazioni gigantesche. I fischi del dopo Siviglia sono solo un lontano ricordo, sostituiti da applausi scroscianti e lui ha giurato amore eterno a questi colori. Blindato fino al 2020, in quello che vista l’età del calciatore si può considerare un contratto a vita, vuole portare la Fiorentina in alto là dove nessuno, fino a due mesi fa, aveva neppure il coraggio di pensare. Ora che il popolo del Franchi ha ritrovato il proprio leader è lecito pensare in grande. Quanto in grande? Ce lo diranno i prossimi mesi, o forse già i prossimi due match fondamentali contro Napoli e Roma. Nel frattempo noi ci godiamo le geometrie, l’eleganza e l’intelligenza sopraffina di un giocatore rinato.

“E’ un onore per me giocare in questa società e per questa città. E’ giusto dire che sono legato a vita a Firenze”

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo