Bora Milutinovic, l’allenatore giramondo Bora Milutinovic, l’allenatore giramondo
Si può girare il mondo restando seduti su una panchina? Si possono conoscere popoli, culture, nazioni, restando seduti su una panchina? Normalmente, noi comuni... Bora Milutinovic, l’allenatore giramondo

Si può girare il mondo restando seduti su una panchina? Si possono conoscere popoli, culture, nazioni, restando seduti su una panchina? Normalmente, noi comuni mortali non potremmo. Ma noi comuni mortali non abbiamo lasciato un segno in quasi tutti i continenti dell’emisfero terrestre. Noi comuni mortali non ci siamo fatti amare in ogni angolo delle terre emerse. Noi comuni mortali non siamo diventati, da stranieri in terra straniera, guide e condottieri di popoli che ci guardavano con sospetto. Noi comuni mortali non siamo Bora Milutinovic. E nè mai lo saremo.

Bora Milutinovic, all’anagrafe Velibor, vede la luce a Bajina Bašta, nel 1944 (questo è quello che sostiene lui: pare che abbia deciso di ringiovanirsi di 4 anni in totale autonomia, e che in realtà sia nato nel 1940) in Serbia. O meglio, nell’attuale Serbia, dato che, con tutto quello che è successo nei Balcani dal 1944 (o 1940, ma sono dettagli) ad oggi, la nazionalità del buon Bora è cambiata al ritmo di quella delle panchine sulle quali si è accomodato. Prima di scegliere il destino da allenatore giramondo, Bora era un centrocampista. Un buon centrocampista, che, grazie al suo dono con il pallone tra i piedi, può lasciare la sua terra e iniziare a fare quello che gli piace davvero. Girare il mondo e conoscere nuove culture. Guardare alle cose da ogni punto di vista, da ogni angolazione. E imparare le lingue, certo, perchè comunicare è fondamentale.

Gioca in Francia: Monaco, Nizza, Rouen. Poi, un giorno, quando la sua carriera da calciatore sta già per intraprendere la parabola discendente, decide di cambiare tutto. Di cambiare prospettiva, di guardare il mondo con occhi diversi. Nel 1972, in un tempo in cui il calcio globalizzato e le multinazionali del pallone erano ancora un’utopia, trova casa nel bel mezzo dell’America. Ai Pumas di Città del Messico.

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Nascere poveri è una sfortuna, sposarsi una povera è da scemi.

Già, perchè oltre a trovare un posto a centrocampo, a Città del Messico Bora trova anche l’amore, una donna con una famiglia ricca e un futuro garantito. Appesi gli scarpini al chiodo, non ci mette molto per capire che il suo destino sarà su una panchina. Anche se, quando nel 1977 si siede per la prima volta sulla panchina dei Pumas, non sa che quello sarà il suo futuro. Non sa ancora che diventerà una leggenda, non sa ancora che scriverà, senza indugi, la storia del calcio. Intanto vince e diventa un idolo dei messicani. I messicani che vedono questo eroe dell’altro mondo, imperturbabile, e si innamorano di lui. I messicani che, nel 1983 gli affidano la panchina della Nazionale. Ed è proprio sulla panchina del Tricolor che il mondo si accorge di Bora Milutinovic.

Il miglior risultato della storia calcistica del Messico erano i quarti di finale del Mondiale del 1970, quello organizzato in casa. Bè, anche i mondiali del 1986 si giocano in casa, e Bora Milutinovic eguaglia quello storico traguardo. Il Tricolor si arrende solo alla Germania Ovest, solo ai calci di rigore. L’avventura del vagabondo della panchina è cominciata per davvero. Da questo momento in poi, chi si ferma è perduto. Senza sosta, in giro per il globo, a portare le sue idee, il suo calcio, il suo gioco. Senza mai piegarsi di un millimetro, senza mai cedere un centimetro. Sempre con un sorriso sulle labbra, quel sorriso di chi ama il calcio e lo vede come la passione di una vita, più che un modo per sbarcare il lunario.

Il giro del mondo di Bora tocca anche l’Italia. Subito dopo il Mundial messicano, infatti, siede sulla panchina del San Lorenzo de Almagro, poi, nel 1987, è l’Udinese a chiamarlo a capitanare la sua barca. Ma l’esperienza con i friulani dura poco. Troppo distanti quei due mondi, che non collideranno mai, nemmeno si sfioreranno. Bora è fatto per le imprese difficili. Ma quella che gli si para davanti quando accetta l’incarico di sedersi sulla panchina del Costa Rica alle porte dei Mondiali di Italia ’90 è impossibile, altro che difficile. Eppure, quando Gianna Nannini ed Edoardo Bennato intonano “Notti Magiche” in un San Siro stracolmo per Argentina-Camerun, il Costa Rica si prepara ad affrontare la sua prima partecipazione ad un campionato del Mondo.

Bora Milutinovic, col suo ciuffo ribelle, non si scompone. “Passiamo il turno” dichiara, e ha la faccia di quello che ci crede davvero. Esordio con vittoria, 1-0 alla Scozia, sconfitta onorevole contro il Brasile (1-0) e trionfo nella partita decisiva per la qualificazione agli ottavi di finale: 2-1 alla Svezia. Il Costa Rica entra ufficialmente nel mondo del pallone, e il mondo del pallone inizia ad interessarsi al condottiero serbo che ha portato i Ticos tra le prime 16 squadre del mondo. L’avventura finirà contro la Cecoslovacchia, ma il treno della storia di Milutinovic ha oramai preso velocità.

E infatti, l’anno dopo arriva immediatamente una chiamata di prestigio. L’obiettivo sono già i Mondiali, che, come si è ormai capito, sono diventati l’habitat naturale di Bora. E’ la federazione statunitense a volere Bora e il suo ciuffo sulla propria panchina, in previsione del mondiale a stelle e strisce in programma nel 1994. Lo zingaro del pallone raccoglie i suoi bagagli e approda nel Nuovo Continente. Continua a fare incetta di insegnamenti in giro per il mondo, pronto ad applicarli per la sua prossima avventura. Il Mondiale di USA ’94 non è certamente indimenticabile, ma i padroni di casa passano comunque il turno, impresa non proprio scontata, ma solamente come miglior terza. Usciranno sconfitti dal Brasile che poi si laureerà campione del mondo, raccogliendo 4 palloni in fondo al sacco. Bora non è soddisfatto. Bora cerca qualcosa che gli dia più stimoli, qualcosa che pungoli il suo animo di combattente e la sua indole da predicatore.

Altri due anni sulla panchina del Messico, poi arriva, un giorno, un’altra di quelle chiamate alle quali non si può dire di no. Un’impresa difficile, di quelle che piacciono a Bora. Una squadra in cui mettere ordine, dei ragazzi da mettere in riga e ai quali insegnare a vincere. Predicare calcio e mettere in ordine dei talenti sconfinati ma turbolenti. All’alba del Mondiale di Francia ’98 è la Nigeria a chiedere aiuto allo zingaro della panchina. La Nigeria che sta combattendo ancora contro una dittatura militare difficile da digerire, una dittatura che si deve presentare a tutti gli allenamenti della nazionale a Lagos per mantenere l’ordine. In campo, poi. Anche in campo ci vorrebbe un esercito per mettere ordine. La nazionale nigeriana è forse quella più talentuosa mai vista dalle parti dell’equatore. Babayaro, West, Okpara, Oliseh. Un attacco da far tremare le vene dei polsi, un attacco che ancora oggi farebbe sfracelli: Kanu, Amokachi, Babangida, Finidi, Ikpeba. E poi uno che con la palla faceva quello che più gli aggradava. Capace di prenderla e intestardirsi in dribbling senza fine, che ti catturavano l’occhio e te lo restituivano, estasiato, qualche minuto dopo. Si, Jay Jay Okocha.

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Già, però ci vuole qualcuno che metta in ordine tutto questo ben di Dio. Perchè il talento c’è, ma c’è anche e soprattutto la propensione a fare ognuno di testa propria. E qui entrano in scena Bora Milutinovic e il suo ennesimo miracolo. A Francia ’98 la nazionale nigeriana diventa finalmente una squadra. Un gruppo in cui ognuno è consapevole del suo ruolo. Un meccanismo in cui ognuno sa cosa deve fare e non si intestardisce a mostrare al mondo tutto il suo talento. Almeno fino a che, senza apparenti ragioni, il giochino si rompe. Le Aquile battono la Spagna all’esordio, poi un gol di Ikpeba regola anche la Bulgaria. Turno passato, nonostante la sconfitta con il Paraguay. Poi, come detto, il giochino si rompe. Agli ottavi, contro la Danimarca, la Nigeria torna ad essere l’accozzaglia di talento senza guida, senza amalgama, senza dialogo. Bora osserva la sua creatura sfaldarsi dalla panchina, impotente. Affonda nella sua panchina e vede i suoi ragazzi colare a picco e uscire dal Mondiale. Sarà sempre questo il suo più grande rimpianto. La sua occasione persa, senza neppure avere qualcuno da incolpare. Nessuno tranne il destino.

Ma uno zingaro della panchina non può fermarsi più di tanto a piangere sul latte versato. Perchè se c’è una costante nella vita e nella carriera di Bora Milutinovic, è che c’è sempre una nuova occasione all’orizzonte. E, dopo una parente infelice ai NY Metrostars, l’occasione arriva. E’ una sfida, come sempre difficile, quasi impossibile. Ma Bora ce la fa. Come sempre. E’ il 2002 e la Cina si qualifica per la prima volta alla fase finale di un Campionato del Mondo. Inutile dirvelo, sulla panchina c’è seduto un serbo. Il suo nome è Bora Milutinovic. Un serbo che diventa una sorta di eroe nazionale dalle parti di Pechino, cosa non proprio comune. La Cina non riesce a passare il turno, non segna neppure un gol, ma poco importa. Il Maestro Bora è entrato nella storia. Messico, Costa Rica, USA, Nigeria, Cina. Cinque panchine diverse. America, Africa, Asia. Il Maestro Bora, con la sua valigia in mano è entrato nella storia del calcio.

Ma non si è fermato mai, nemmeno per sbaglio. Si siederà su altre panchine, dopo quella cinese, porterà il suo calcio ai quattro angoli del globo. Honduras, Giamaica, Iraq. C’è sempre qualche panchina pronta per lo zingaro del pallone. Qualcuno pronto ad accogliere la sua esperienza e il suo sorriso. Ci saranno sempre nuovi posti da visitare, nuove culture da conoscere, nuove lingue da parlare. Ci sarà sempre un posto nel mondo per Bora Milutinovic.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro 

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