“È il calciatore più forte che abbia allenato. Nel calcio di oggi, con un Moggi qualsiasi alle spalle, sarebbe da Pallone d’oro.” Parola di Giovanni Galeone,...

“È il calciatore più forte che abbia allenato. Nel calcio di oggi, con un Moggi qualsiasi alle spalle, sarebbe da Pallone d’oro.”

Parola di Giovanni Galeone, uno che su qualche panchina si è seduto e qualche calciatore di talento pure deve averlo visto. E di talento, il protagonista della nostra storia, ne aveva parecchio.

Tanto da guadagnarsi, all’inizio degli anni ’80, il pesante appellativo di Maradona dei Balcani. Blaž Slišković da Mostar, uno che in Italia abbiamo avuto la fortuna di ammirare con la maglia del Pescara, ma non la fortuna di goderci fino in fondo.

Per colpa delle circostanze, per colpa della sfortuna, per colpa di un genio troppo spesso piegato alla sregolatezza, ma anche e soprattutto per colpa di una maledetta guerra che stava cominciando a dilaniare dall’interno la penisola balcanica.

In un calcio diverso da quello di oggi, più duro, più fisico, per uomini veri, Blaž si fa notare con la maglia del Velez di Mostar, tanto da guadagnarsi la chiamata della nazionale jugoslava quando di anni ne ha solo 19. Sembrerebbe l’inizio di una luminosa carriera. Il suo look non è di quelli che lasciano indifferenti. Folti capelli neri arruffati, baffi imponenti, quasi staliniani, e fisico non propriamente leggiadro. Ciononostante, con i piedi, fa sostanzialmente quello che gli pare. E’ una mezzala, ma assegnare un ruolo a uno così è un puro esercizio di stile.

Lo scopre anche la nazionale italiana, quella olimpica. Che viene travolta 5-2 nel match decisivo per la qualificazione ai Giochi Olimpici di Mosca 1980. Nel mezzo si racconta anche di una fuga d’amore con una ginnasta russa, che gli costa più di qualche mese di assenza dai campi. Ma lui è fatto così, se il cuore gli dice di fare una cosa, Baka la fa.

Il ragazzo cresce, viene acquistato dall’Hajduk Spalato e comincia ad affacciarsi al grande calcio, a incrociare le grandi squadre europee. E a folgorarle, come succede quando l’Hajduk incrocia il Torino. Slišković, tra andata e ritorno, segna due gol, uno più bello dell’altro. Sugli spalti c’è un allenatore che si segna quel nome, ci mette vicino una buona dozzina di crocette, sottolinea più volte. E’ Giovanni Galeone, che dovrà però aspettare ancora qualche anno per poter avere tra le mani quel gioiellino.

Su Slišković arriva l’Olympique Marsiglia, dove però Baka non si ambienta. Nell’estate del 1987 arriva l’opportunità di andare in prestito. E il primo a fiondarsi sul Maradona dei Balcani è proprio Galeone, che all’epoca sedeva sulla panchina del Pescara. Non gli sembra vero, quando Baka arriva sulle sponde dell’Adriatico. Si coccola il suo talento. Slišković e Galeone amano passeggiare insieme sul lungomare, l’idillio sembra perfetto. Le prime partite sono una folgorazione. Gol all’esordio, un tunnel a Bruno Conti diventato mitologico, la gente di Pescara pronta ad innamorarsi incondizionatamente.

Blaž Slišković, però, non è un calciatore come tutti gli altri, in campo e fuori. Fuori dal campo, gli piace fumare, e parecchio pure. Gli piace bere caffè, anche una ventina al giorno quando è in vena. E anche buttare giù qualche amaro della tradizione italiana, perchè no? Di notte, di stare a casa nel letto, non se ne parla. La vita notturna di Pescara, in quegli anni, ha un solo padrone, che risponde al nome di Blaž Slišković. A Galeone poco importa, anzi, spesso è proprio lui a trascorrere più di qualche notte seduto al tavolo con Baka, una bottiglia di buon vino e tante parole da far scorrere.

Qualcuno mette in giro anche la voce che, di tanto in tanto, Baka prenda e torni a Spalato, per non sentire troppo la nostalgia di casa. Alla fine della sua prima stagione a Pescara, Slišković segna 8 gol e contribuisce alla prima storica salvezza in A della squadra abruzzese. Torna in Francia, per qualche anno, dove però gli astri non si allineeranno mai come a Pescara. Perchè uno come lui ha bisogno di sentirsi coccolato, amato. Ha bisogno di sentirsi a casa.

Per cui, quando nel 1992 Giovanni Galeone alza la cornetta del telefono, dall’altro capo del telefono c’è un giocatore triste, che si sente finito, che a 33 anni non ha più la forza di rimettersi in discussione, probabilmente. Eppure, al maestro con cui ha diviso tante gioie, non può dire di no. A 33 anni torna a Pescara, ma sarà cambiato tutto. La guerra in Jugoslavia occupa la testa di Baka, che ha guai fisici, che ha addosso qualche chilo di troppo e non ha perso la passione per amari, sigarette e caffè. L’idillio non si ripeterà. Slišković torna in patria, a osservare da vicino la disgregazione della Jugoslavia, e diventa un buon allenatore.

Oggi continua a insegnare calcio dalla panchina, ma se gli chiedete un parere sul calcio moderno, probabilmente vi guarderà schifati, si accenderà una sigaretta, butterà giù un caffè e dirà che oggi, del calcio, quello vero, è rimasto davvero poco.

Alla salute, Baka.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro