Immaginate di essere nel 1945, con la Seconda Guerra Mondiale che sta ormai volgendo al termine e parecchi conti da regolare ancora sul tavolo....

Immaginate di essere nel 1945, con la Seconda Guerra Mondiale che sta ormai volgendo al termine e parecchi conti da regolare ancora sul tavolo.

Immaginate di essere un paracadutista della Luftwaffe, l’aviazione tedesca, già sfuggito un paio di volte alla cattura sul fronte russo, e immaginate di essere arrivati sul fronte occidentale, e di volere solo una cosa: tornare a casa e mettere fine a tutto questo tormento.

Immaginate che due soldati americani vi catturino, e vi portino nel campo di prigionia di Ashton-in-Makerfield, con tutta l’intenzione di farvi scontare le vostre malefatte, ma soprattutto quelle del regime nazista per cui avete combattuto negli ultimi anni.

Ecco, con tutte queste premesse, l’ultima cosa che vi aspettereste, è di diventare una leggenda e un idolo degli inglesi.

E invece, tutto questo è semplicemente il racconto di quanto successo, nel secondo dopoguerra, a Bernhard Carl Trautmann, soldato dell’aviazione tedesca prima, portiere del Manchester City poi.

Ma andiamo con ordine.

Come già detto, nel marzo del 1945, Trautmann viene catturato dalle forze alleate e, in virtù della sua appartenenza all’aviazione tedesca, portato in un campo di prigionia. Qui, il ragazzo, all’epoca poco più che ventenne, coltiva una delle sue passioni: il pallone.

Nel campo di prigionia, uno dei pochi modi per non impazzire e per non voler disperatamente morire è giocare lunghe partite di calcio, tutti insieme. Trautmann gioca in mezzo al campo, qualche volta in difesa. Un giorno, però, ha dei problemi fisici, ma la sola prospettiva di rimanere fuori dai giochi lo fa impazzire.

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È da quel giorno che si mette tra i pali e scopre la sua vocazione. È da quel giorno che diventa un portiere e ne fa la sua missione.

A guerra finita, nel 1948, viene reso un uomo libero. Per quanto libera possa essere la vita di un nemico in terra inglese, sia ben chiaro.

Trautmann è ancora visto come uno di quelli che hanno bombardato le città inglesi, ucciso innocenti civili, perpetrato atroci crimini. Trautmanna paga anche colpe che non gli appartengono – come tutti gli uomini che finiscono in guerra senza volerlo, no? – ma troverà il modo di riscattarsi.

Trautmann, che nel frattempo ha preso a farsi chiamare affettuosamente – e in maniera anglosassone – Bert, comincia a giocare in una squadretta delle divisioni minori, il St Helens Town. Diventa una sorta di spettacolo, perché la voce si diffonde e sono sempre più le persone che, di domenica in domenica, accorrono a vedere il soldato nemico diventato portiere.

Bert, però, è anche bravo, e sembra aver preso sul serio questa sua nuova vita: il suo talento e la sua caparbia determinazione non sfuggono agli osservatori del Manchester City. Che nel 1949 ci riflettono, ci pensano e fanno la loro proposta a Bert Trautmann.

Vieni a giocare con noi, diventa il nostro nuovo portiere.

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Ora, c’erano due problemi, di non poco conto. Primo, Bert Trautmann avrebbe dovuto sostituire una vera e propria leggenda dei Citizens, un altro numero uno come Frank Swift. Due, bé, questa è facile: Bert Trautmann era un nemico, Bert Trautmann era ancora il nemico.

Non c’erano social network, nel 1949, per cui l’indignazione era maledettamente reale all’epoca, non solo confinata in due righe virtuali. Più di 20.000 persone scendono in piazza, inferocite, contro la decisione di far giocare il tedesco con il Manchester City, ma i dirigenti, convinti della bontà della loro scelta, vanno avanti e fanno firmare il contratto a Bert.

Dire che per i primi tempi deve combattere l’ostilità del proprio e dell’altrui pubblico è quantomeno un eufemismo. Per i primi tempi, ovunque vada, anche a Maine Road, casa del Manchester City, Trautmann viene bersagliato di fischi, insulti, gli lanciano contro oggetti e maledizioni.

Ma Bert, che di cose ben peggiori ne ha viste eccome, continua come nulla fosse a fare il suo compito. Para, para, para, e para ancora. Miracoli su miracoli, cose che forse ancora non si erano viste su un campo da calcio. E a furia di parare, convince i suoi tifosi. Li fa innamorare.

A furia di vedere quel tedesco dare l’anima per la loro maglia, i tifosi del Manchester City capiscono che i nemici non sono tutti uguali. Alcuni possono anche diventare degli eroi. Lo capiscono anche i tifosi avversari, che partita dopo partita, anno dopo anno, cominciano ad ammirare le parate, il coraggio e l’orgoglio di quel ragazzo, che nel 1954, pur di rimanere in Inghilterra, rinuncia anche ai Mondiali con la sua nazionale, visto che l’allenatore – e non solo lui – della Germania non avrebbe mai preso in considerazione l’idea di convocare un portiere che giocava all’estero, in Inghilterra poi.

Ma è il 5 maggio 1956 che Bert Trautmann smette i panni di idolo per indossare quelli di leggenda.

Il Manchester City e il Birmingham City si stanno contendendo la finale di FA Cup a Wembley. I Citizens conducevano già per 3-1, e a 17 minuti dalla fine, Trautmann e un attaccante avversario si scontrano violentemente in area di rigore.

Il portiere si alza, sente dolore al collo, ha un attimo di mancamento. Si butta a terra, poi si rialza immediatamente e porta stoicamente a termine la partita. Qualche giorno dopo, scoprirà di avere una vertebra del collo praticamente spezzata, e  i dottori non riusciranno a spiegarsi come abbia fatto non solo a non rimanere paralizzato, anche solo come abbia fatto a sopravvivere.

Figuratevi come possano credere che Trautmann abbia portato a termine la finale di FA Cup in quelle condizioni.

Dopo quell’episodio, la leggenda di Trautmann cresce a dismisura. Dopo essersi rimesso in piedi, non senza fatica, continua la sua carriera raccogliendo applausi e consensi su tutti i campi d’Inghilterra.

Il popolo inglese tributa il giusto omaggio al nemico diventato uno di loro. A dimostrazione che a volte lo sport è il miglior strumento di civiltà in questo mondo allo sbaraglio.

Quando Trautmann smette con il calcio, alla sua partita d’addio ci sono 60.000 persone, tutti lì per lui, per dirgli grazie, non solo per le emozioni, quanto per la lezione di vita che gli ha impartito.

E per salutarlo, forse, non c’è niente di meglio delle parole di Gordon Banks, uno dei portieri inglesi più forti di sempre e autore di una delle parate più famose della storia del calcio: “Bert Trautmann era un incredibile uomo di sport e giocava ogni partita come se ci dovesse qualcosa, se dovesse qualcosa a tutti perchè era stato un prigioniero di guerra tedesco ed era stato comunque accettato. Per me era piú vero il contrario, noi avremmo dovuto essere grati a lui per essere rimasto e averci mostrato che gran portiere era.”

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro