26 maggio 1999, Bayern-Manchester United: i 3 minuti che fecero la storia 26 maggio 1999, Bayern-Manchester United: i 3 minuti che fecero la storia
90 minuti, certe volte, sono pure troppi. A volte le emozioni sanno nascondersi per bene, mettersi in un angolo, e venire fuori al momento più... 26 maggio 1999, Bayern-Manchester United: i 3 minuti che fecero la storia

90 minuti, certe volte, sono pure troppi. A volte le emozioni sanno nascondersi per bene, mettersi in un angolo, e venire fuori al momento più opportuno. Verso la fine, quasi sempre. Sanno restare ferme, immobili, senza far sapere a nessuno di esistere. E poi, quando tutto sembra già scritto, si divertono a venire fuori, a ribaltare le carte in tavola. A far versare fiumi di lacrime a chi, fino a qualche istante prima, si credeva invincibile. 90 minuti sono pure troppi, se si vuole scrivere la storia. Ne bastano 3, anche meno.

Uno dei luoghi comuni più perpetrati del calcio è che tutto possa succedere, che in un attimo tutto possa cambiare. Eppure, ogni tanto, fatichiamo a crederci. Quando vediamo partite decise da un gol dopo pochi minuti terminare esattamente come si credeva. Quando vediamo 3-0 all’intervallo che rimangono tali fino al triplice fischio. Quando ci arrendiamo all’inevitabile banalità delle cose. Ma se qualcuno ci chiede di spiegare perchè restiamo convinti del fatto che le partite di calcio, anche le più importanti, possano ribaltarsi anche in 3 minuti, tiriamo fuori una partita, sempre quella. Quella del Camp Nou, 26 maggio 1999. I tre minuti in cui il Manchester United trasformò una sconfitta in vittoria. Una finale persa in una coppa sollevata al cielo. I tre minuti che sconvolsero per sempre la vita di tutti i tifosi del Bayern Monaco.

Questa è, ovviamente, la storia dei 3 minuti più incredibili di sempre della storia della Champions League. E’ superfluo raccontare quello che è successo prima di quei 3 minuti. Mai come in questo caso, l’azione si concretizza nel finale, come in tutte le tragedie che si rispettino. Dal 1999 ad oggi, i 90 minuti e 36 secondi che erano trascorsi prima del momento cruciale, sono stati dimenticati, maltrattati, riposti in un cassetto. D’altronde, senza quegli ultimi 3 minuti, staremmo parlando di una normalissima finale di Champions League.

Il 26 maggio del 1999, al Camp Nou, Bayern e United si giocavano il loro personalissimo triplete. Entrambe avevano vinto scudetto e coppa nazionale. Alla vigilia della partita gli inglesi appaiono nettamente favoriti. Certo, mancano due perni del centrocampo come Scholes e Keane, ma il resto della squadra in mano a Sir Alex Ferguson è di tutto rispetto. Schmeichel in porta, una difesa solida, Giggs e Beckham sulle fasce (due così, sulle ali, seppur ancora giovani, non li ha nessuno), davanti i Calipso Boys, Yorke e Cole. Il Bayern schiera dieci tedeschi, il nucleo storico dei successi bavaresi, affidato al generale Hitzfield. Kahn, Matthaus, Effemberg. Davanti ci si affida a Carsten Jancker, a Zickler e soprattutto a Super Mario Basler.

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Ed è proprio Basler a sbloccare, a sorpresa, il match. Non sono passati nemmeno 5 minuti che Super Mario punisce la difesa dello United con una punizione rasoterra, che si infila alla sinistra di uno Schmeichel che non tenta nemmeno la reazione. Il vantaggio dei tedeschi sembra stordire lo United, che non trova la forza di rispondere. La partita scivola via quasi nell’apatia, con i Red Devils incapaci di imbastire azioni pericolose e il Bayern chiuso nella propria metà campo, come se aspettasse solo il fischio finale. Non succede niente, per un bel po’.

Sir Alex prova a buttare dentro Teddy Sheringam al posto di Blomqvist, per ravvivare l’attacco quando mancano poco più di 20 minuti al termine della gara. Ma succede invece che sia il Bayern a rischiare il raddoppio, con il palo colpito da Scholl. E poi anche Carsten Jancker colpisce una traversa, quasi a ribadire il concetto che la partita sta per chiudersi. Lo United sembra un pugile suonato che non ha la forza di reagire. Sembra una partita indirizzata verso la fine. Sembra una finale destinata a passare alla storia solo come una tranquilla deviazione rispetto ai pronostici della vigilia. Sembra, appunto. Sembra, ma non è.

Intanto Sir Alex toglie Cole e butta dentro il norvegese Solskjaer, l’uomo che, entrando dalla panchina, tante volte ha tolto le castagne dal fuoco. Anche Hitzfield fa un cambio, al minuto 89. Toglie Basler, per fargli avere la meritata standing ovation. Dieci minuti prima, era uscito dal campo anche Lothar Matthaus. All’ultima partita della sua vita con la maglia del Bayern addosso. Quando esce dal campo, tutto lo stadio si alza in piedi, convinto che il difensore stia per mettere le mani sull’unico trofeo che manca alla sua bacheca. Se fosse una partita normale, quelle mani sarebbero lì. Ma non è una partita normale. Per niente.

Perchè poi arrivano i 3 minuti finali. Quei 3 minuti. Quei 3 minuti che Pierluigi Collina comunica al suo quarto uomo. Proprio mentre la lavagnetta viene alzata al cielo del Camp Nou, Neville mette in mezzo un pallone che sembra innocuo. Il Bayern però è tutto schiacciato dentro la sua area. Sono gli ultimi sforzi, gli ultimi sacrifici. Questi 3 minuti dovranno pur passare. Effemberg, preoccupato, mette in corner goffamente.

90:36, dice il cronometro. Quando parte il cross, c’è anche Schmeichel in area di rigore. Il portiere nell’area avversaria significa una sola cosa: non c’è più niente da perdere, c’è solo da buttare il cuore in mischia e pregare qualche dio. E quel pallone arriva. Toccato da mille teste, toccato da mille gambe. Arriva, nella confusione più totale. Toccato da Schmeichel. Prima sul piede di Ryan Giggs. Poi su quello di Teddy Sheringam, che era già appostato lì. Il tiro di Giggs è una ciabattata indegna del piede del Mago gallese, anche se è il destro, quello meno magico. Ma è esattamente quello che serve, perchè spiazza tutti. Tutti tranne Teddy Sheringam, che sembrava già sapere dove sarebbe andato quel pallone. Quel pallone che l’attaccante dei Red Devils deve solo girare in rete, indisturbato. Il Bayern si è lasciato sorprendere, si è lasciato trafiggere a due minuti dal termine. Ha mollato il vantaggio, non ha saputo resistere. Adesso la partita è riaperta. Le birre dei tifosi tedeschi possono tornare in frigo. La coppa è di nuovo in palio.

Se fosse una partita normale, il copione prevederebbe due minuti di riposo, il triplice fischio di Collina, e poi i supplementari, con solo Dio a sapere cosa potrà succedere. Ma ve l’abbiamo detto, e già lo sapete. Non è. Una. Partita. Normale. Il Bayern perde palla, lanciandosi in avanti. La difesa dei diavoli in maglia rossa spazza, e trova Solskjaer in avanti. Il norvegese punta Kuffour, e ottiene un calcio d’angolo. Un’altra preghiera da affidare al piede di David Beckham. Sono passati solo 2 minuti da quel calcio d’angolo precedente. Ma sono stati 2 minuti sufficienti ai fantasmi per entrare nella testa dei giocatori del Bayern. Tutti hanno ben chiaro quello che è successo due minuti prima. Sono lì solamente con il corpo, i giocatori del Bayern.

Quando il destro di Beckham imprime la parabola al pallone dalla bandierina, ci sono 10 giocatori del Bayern nell’area di rigore. Più ovviamente Oliver Kahn tra i pali. Due sono sulla linea di porta. 10 giocatori del Bayern contro 5 dello United. Ma i giocatori del Bayern sono delle statue. Fermi. Immobili. Con la testa a quello che è successo due minuti prima. Con il cuore ancora trafitto dalla freccia avvelenata di Sheringam.

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David Beckham dipinge una parabola delle sue, un tracciante che finisce sulla testa di Sheringam. La testa che devia il pallone verso Ole Gunnar Solskjaer. Ole Gunnar Solskjare che è solo. Solo. Nel cuore dell’area piccola, con cinque avversari intorno. Cinque avversari che non hanno la forza di muovere un muscolo. Cinque avversari che restano immobili a vedere Ole Gunnar Solskjaer trafiggerli con il gol che capovolge la situazione.

Il Manchester esplode di gioia. Tutti gli undici giocatori del Bayern nell’area di rigore crollano a terra, quasi simultaneamente. In 3 minuti, anche meno, hanno perso tutto. Si sono fatti sfilare la coppa dalle mani. Johansson, il presidente della UEFA, stava già scendendo i gradini della tribuna con la Coppa in mano da consegnare a Oliver Kahn. E invece no. Perchè i 3 minuti più pazzi di sempre hanno ribaltato tutto. I giocatori del Bayern non vorrebbero neanche alzarsi, da lì. Ci sono 30 secondi ancora da giocare, fa notare Pierluigi Collina. 30 secondi che i giocatori bavaresi vorrebbero impiegare in tutti i modi, tranne che tirando calci ad un pallone.

Passano in fretta, quei 30 surreali secondi. I tedeschi possono abbandonarsi ancora alle lacrime più amare della loro vita. Gli inglesi possono festeggiare la seconda Coppa dei Campioni della loro storia. Quella che hanno sfilato dalle mani del Bayern Monaco quando la storia sembrava già scritta, il capitolo concluso e il libro rimesso a posto sullo scaffale.

90 minuti sono anche troppi. A volte ne bastano 3 per fare la storia.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro