“Il tempo è relativo, il suo unico valore è dato da ciò che noi facciamo mentre sta passando.” Albert Einstein Non occorre scomodare i...

“Il tempo è relativo, il suo unico valore è dato da ciò che noi facciamo mentre sta passando.”

Albert Einstein

Non occorre scomodare i cardini della fisica moderna, è evidente. Il tempo, soprattutto nel calcio, è un concetto maledettamente relativo. Può accelerare, rallentare, fermarsi a piacimento, a seconda di tutto quello che sta succedendo sul prato verde. E, soprattutto, se su quel prato verde ci sono i nostri colori, il tempo può andare allegramente al diavolo. Sarà solamente un accessorio, un orpello del quale vorremmo liberarci, sia se vogliamo che passi maledettamente in fretta, sia se vogliamo che non passi mai.

Ci sono partite in grado di rappresentare in maniera simbolica la percezione e la dilatazione del tempo su un campo da calcio, ma per alcuni ci sono delle partite che sono semplicemente la summa perfetta della teoria. Andate a chiedere ad un tifoso interista quante ore o quanti giorni durò il 28 aprile 2010. Andate a chiedere ad un tifoso interista quanti minuti durò la semifinale di ritorno al Camp Nou.

Antefatto: l’Inter, tra le polemiche, ha sconfitto il Barcellona nell’andata delle semifinali della Champions 2010. Tre a uno. Al rapido gol di Pedro, i nerazzurri hanno reagito con una prova di carattere, rabbia e orgoglio, e Sneijder, Maicon e Milito hanno fissato il punteggio sul 3-1. 8 giorni dopo, in Catalogna, ai milanesi occorrerà difendere queste due reti di vantaggio con i denti, come la loro stessa vita. E, il 28 aprile 2010, a Barcellona, l’atmosfera è di quelle storiche. Uno stadio strapieno, una di quelle partite per cui vale la pena amare il calcio, una di quelle partite che da giocatore aspetti anche un’esistenza intera.

I blaugrana si presentano con l’artiglieria pesante, pronti a segnare quei due gol che li spedirebbero al Bernabeu, a giocarsi la Coppa in casa degli odiati rivali. E’ una motivazione in più, una delle tante che spinge gli ottantamila del Camp Nou in questa serata di primavera. Una delle motivazioni per cui la gente catalana brama in maniera così vistosa la sua Remuntada. I 3 davanti del Barcellona fanno paura. C’è Pedro, che ha segnato il gol dell’uno a zero a San Siro. C’è Leo Messi, che sembra semplicemente onnipotente. E poi c’è Lui. Il grande ex, il traditore, il fuggitivo. Zlatan Ibrahimovic, andato via da Milano per andare a inseguire un sogno chiamato Champions.

Un sogno che ora passa per quella che un tempo era la sua maglia. Un sogno che ora deve strappare ai suoi vecchi compagni, al suo vecchio allenatore, alla sua vecchia gente. Il destino non poteva disegnare una trama più intricata.

La squadra di Mourinho, invece, è già pronta a soffrire. Già sa che quei 90 minuti, se basteranno, saranno lunghissimi, dureranno una vita. Il tecnico portoghese schiera il suo consueto 4-2-3-1, ma già dagli interpreti si capisce che non sarà una serata come le altre. Christian Chivu a fare il trequartista sinistro, Samuel Eto’o largo dall’altra parte, pronto a dare una mano dietro. A fine partita, il camerunense avrà a tutti gli effetti fatto il terzino. Gli altri, tutti dietro. Il più classico dei catenacci all’italiana, l’unico modo possibile per far passare quella maledetta serata d’inferno e strappare il biglietto per il Bernabeu. Appena De Bleeckere fischia l’inizio del match, qualcuno già controlla l’orologio. Si, ne mancano 90 alla fine.

I primi 20 minuti trascorrono senza particolari problemi. Dopo 2 minuti Pedro si allarga, poi si accentra e scarica un tiro che finisce largo di un paio di metri. Il Barcellona fa girare palla, mantiene il pallino del gioco come tanto gli piace fare, ma non si rende particolarmente pericoloso. Mourinho inizia ad aggiustare la sua linea Maginot, puntella i pilastri, sistema qualche cosa, accorcia le distanze. Al 22′ ancora Pedrito si rende pericoloso, ma nulla che possa impensierire le coronarie dei tifosi nerazzurri. Il peggio, in questo senso, è ancora lontano da venire, così come la fine.

Intorno al 25′, l’Inter si vede nella trequarti avversaria, quasi incautamente. Poi, però, al 27′, le cose prendono una piega inattesa. Banale contrasto a centrocampo, Thiago Motta allarga ingenuamente il braccio appoggiandolo sul collo di Sergi Busquets. Gli ottantamila se ne accorgono. Appena la mano si accosta al viso espolodono in un boato di protesta, un ruggito affamato di giustizia. E’ un attimo rendersi conto di quello che sta per succedere. Thiago Motta, già ammonito, che cerca in tutti i modi di far capire all’arbitro che lui è innocente. Busquets, in terra, che si contorce dal dolore, come se gli avessero sparato in pieno petto. Il volto tra le mani, le mani aperte per spiare quello che sta succedendo. Il simulatore che non riesce a tenere a freno il suo spirito voyeuristico, il truffatore che muore dalla voglia di assistere in tempo reale all’esito della sua malefatta.

E vincerà Busquets. Perchè l’arbitro olandese si avvicina, sicuro, a Thiago Motta, e mette mano al taschino. Sneijder prova a contenerlo, ma oramai la seduta è tolta, il verdetto emesso. Non tira nemmeno fuori il secondo giallo, tira fuori direttamente il rosso. Il centrocampista nerazzurro prende la strada degli spogliatoi, ancora incredulo. Il Camp Nou esulta come a un gol. Ci sono 63′ da giocare, in undici contro dieci. Mourinho ordina la serrata immediata, il 4-2-3-1 diventa un 4-4-1. Sulle fasce ci vanno Eto’o e Milito, che per una sera possono anche dimenticare tutto quello che sanno del loro mestiere. Davanti, Sneijder come riferimento centrale, per cercare di sfruttare qualche ripartenza. Per il resto, tutti dietro, speriamo che passi in fretta e che il Signore sia con noi.
Come caricati dalla superiorità, i marziani in maglia blaugrana alzano il ritmo, capiscono che è il momento di affondare il colpo. Leo Messi, al 32′, accelera, fa roteare le gambe, all’improvviso fa partire un sinistro diretto all’angolino basso. Julio Cesar forse non la vede neanche partire, ma, come se avesse un razzo al posto delle gambe, decolla, e con un riflesso felino arriva a togliere il pallone dalla porta. Leo Messi, che stava già esultando, deve mettersi le mani nei capelli e correre a battere il corner. Il cuore dei tifosi nerazzurri ha già avuto un piccolo sussulto, ma l’intervallo è vicino, fra poco si può respirare. Prima che l’arbitro mandi tutti a riposare un pochino, ci prova anche Ibra, con una punizione che sibila alla destra di Julio Cesar senza mai diventare pericolosa. Già, Ibra. Lo svedese inizia a pensare che forse, questa serata sarebbe stata meglio viverla dall’altra parte della barricata, chissà.

I quindici minuti di intervallo vengono benedetti dai tifosi nerazzurri come un’oasi nel deserto. Poi, fulminea, arriva la ripresa. Il Barcellona non riesce ancora a farsi pericoloso come vorrebbe. Ma fa possesso palla, tanto possesso palla. L’Inter, in dieci, ogni minuto che passa si schiaccia sempre di più verso la propria area. Victor Valdes sembra un puntino sempre più lontano, sempre più piccolo, sempre più irraggiungibile. Ogni minuto, qualche centimetro indietro, più vicini a Julio Cesar. Ogni minuto, qualche pezzo delle unghie di chi soffre a casa, impotente, davanti a un televisore, viene via. C’è chi passeggia nervoso, chi impazientemente guarda il cronometro. Chi chiede sostegno a parenti e amici, chiedendo di cambiare le batterie a quell’orologio a muro che proprio ora ha smesso di ticchettare, santiddio.

Il Barcellona non riesce ad avvicinarsi alla linea Maginot che la difesa dell’Inter ha messo in piedi. Lucio e Samuel sono due baluardi che orchestrano la resistenza, due prodi che, imponenti, rimandano indietro chiunque provi ad avvicinarsi. Tanto è vero che i blaugrana devono provarci anche tirando da lontano, loro che, se potessero, entrerebbero sempre in porta con tutto il pallone. Ma non c’è niente da fare, il muro regge. Guardiola butta fuori Ibra, disperato, poi toglie anche Busquets. Mette dentro altri attaccanti, mette dentro Bojan Krkic e Jeffren, tentando di scardinare in qualche modo, insperato, la fortezza nerazzurra.

E quando manca più o meno un quarto d’ora alla fine, quando i due gol che il Barca deve realizzare sembrano sempre più lontani, ecco, è proprio in quel momento che la paura diventa più grande. Al 77′ Samuel Eto’o, che oramai ha scoperto la sua nuova vocazione da terzino, fa una diagonale difensiva perfetta per sventare un pericolo che stava diventando troppo grande. Nel frattempo, Mou tira fuori anche Sneijder e Milito, per buttare dentro Muntari e Cordoba. Le apparenze sono saltate, gli attaccanti sono inutili. Conta solo resistere il più possibile, buttare via in avanti quanti più palloni si può. Il motto è sempre quello: No pasarán!

Quando sul cronometro compare il numero 8 come prima cifra delle decine, finalmente, per i tifosi nerazzurri è una sorta di liberazione. Ma gli ultimi dieci minuti saranno il Calvario più grande, la sofferenza suprema. Una prova di resistenza che farà dubitare di tutto, dieci minuti infernali in cui pentirsi di essere venuti al mondo. Prima Bojan si divora un gol solo davanti alla porta, poi al minuto 83:17, Xavi riesce a far passare uno dei suoi rifornimenti che fino a quel momento erano stati respinti al mittente. Lo riceve Piquè, che oramai fa il centravanti come se avesse fatto solo quello nella sua vita. Si gira in maniera elegante e deposita in rete. Mancano poco più di sette minuti al termine. E poi c’è il recupero. Madonna, il recupero, pure. Qualche coraggioso prova a contare i secondi per convincersi che passeranno in fretta. I meno forti spengono tutto, non ne vogliono sapere più nulla. I più iniziano a sudare copiosamente, come se il sogno stesse per sfuggirgli dalle mani per scappare il più lontano possibile. Saranno i sette minuti più lunghi della storia dell’Inter. E anche delle esistenze di chi con l’Inter sta soffrendo, anche se in molti non lo ammetteranno mai.

All’ottantesettesimo, con il Barca ancora tutto in pressione fino al limite dell’area nerazzurra, Xavi sembra voler far passare un altro filtrante come quelli che solo lui sa mettere. Ma invece no. Persino Xavi non ne può più. Perchè se l’Inter resiste, può perlomeno farsi forza, sperare nella propria tenacia e nel proprio cuore. Ma il Barca è logorato, non ne può più. Sta producendo gioco da un’ora, senza risultato. Si sente impotente anche Xavi, mentre rinuncia a quel filtrante e carica un destro con tutta la rabbia che ha in corpo, la rabbia di chi continua a prendere a pugni il proprio avversario, sempre più forte, e non lo vede mai cadere al tappeto. Xavi carica il destro, Julio Cesar respinge sicuro, Ivan Cordoba la butta di testa in fallo laterale. Ci prova anche Messi, ma Julio Cesar dice di no ancora una volta, come se avesse una calamita sulle mani.

Poi il quarto uomo alza il tabellone con il numero dei minuti di recupero. E’ come se stesse decidendo della sorte del mondo. Quella lavagnetta pesa quintali. Quattro, c’è scritto sopra. Sessanta per quattro, duecentoquaranta. I tifosi nerazzurri fanno rapidamente i conti, e capiscono quanto possono durare duecentoquaranta secondi. Quanto una vita intera, per la precisione. E poi, al novantaduesimo, le coronarie traballano per davvero. Piquè prova la percussione, rimbalza addosso al muro bianco che si trova davanti. La palla finisce a Yaya Tourè, che in qualche modo la fa arrivare a Bojan, solo davanti a Julio Cesar. Bojan mette in rete. Gol. Due a zero. Barcellona a Madrid, in finale di Champions. Inter a casa, Maginot crollata.

Poi, qualcuno dice che ha sentito un fischio. Si riavvolge il nastro. Yaya Tourè ha controllato con la mano. Il gol non è buono, il gioco era fermo. Fermo come quel maledetto cronometro che non ne vuole sapere di arrivare a 94. Poi, dopo un paio d’ore, ci arriva a novantaquattro. Dani Alves butta in mezzo l’ultimo pallone, Lucio lo impatta e lo scaraventa via, verso spazi sconosciuti, infiniti. Lo scaraventa via con tutta la forza che ha in corpo. E poi, quando sembrava che non sarebbe mai finita, finisce. Fi. Fi. Fi. Tre fischi, tre soffi. Tre battiti di cuore, un cuore che può tornare a battere normalmente. Un cuore che può smettere di soffrire, ed iniziare ad esultare. Lucio crolla a terra, con le braccia larghe. Julio Cesar e Samuel corrono ad abbracciarlo. Mourinho scatta in campo come Mennea, con le dita al cielo, verso quello striscione enorme che recitava “REMUNTADA“.

E mentre i giocatori nerazzurri esultano, parte l’impianto di irrigazione del Camp Nou. Nessuno pensa che sia un errore, tutti sanno che è il modo meno sportivo di dire che non sono graditi festeggiamenti su quel terreno di gioco. Non importa a nessuno. Chivu prima, tutti gli altri poi, si fanno volentieri la doccia sul campo. Una doccia che vorrebbero fare anche tutti i tifosi nerazzurri che hanno resistito fino all’ultimo. Quei tifosi nerazzurri che hanno scoperto sulla loro pelle la teoria della relatività. Quei tifosi nerazzurri che ora possono andare a Madrid, loro che hanno un appuntamento con la Storia.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro