Quando, nel XIX secolo, in qualche college del regno britannico, inventarono le regole del calcio moderno, sciaguratamente decisero che per vincere le partite di questo...

Quando, nel XIX secolo, in qualche college del regno britannico, inventarono le regole del calcio moderno, sciaguratamente decisero che per vincere le partite di questo meraviglioso sport, bisognava segnare un goal in più degli avversari. Molte volte, sui campi di provincia che noi tanto amiamo, quel gol in più dell’avversario è anche l’unico del match, a volte l’unico del mese solare, se proprio siamo scarsi.
Ma quel gol, per quanto possa non piacere a noi che tanto adoriamo sfangarla in maniera invereconda, dobbiamo pur farlo. E, spesso e volentieri, per fare quel maledettissimo gol dobbiamo affidarci ad un reparto con il quale ogni delinquente che si rispetti non ha un rapporto propriamente idilliaco: l’attacco.

Andiamo a scoprire i personaggi che popolano, in misura varia e in quantità e qualità variabile, gli attacchi dei campi sportivi della provincia italiana.

L’attaccante di categoria

Esemplare da competizione. E’ un buon giocatore, anzi, si potrebbe dire che è proprio forte. Ha spesso dai 30 anni in su e un passato in una primavera di una squadra quasi famosa oppure qualche anno di serie C sulle spalle. Potrebbe ancora dire la sua in qualche campionato superiore, ma si lascia ingolosire dalle allettanti offerte che arrivano dall’Eccellenza in giù, da parte di qualche presidente scavezzacollo che quest’anno ha deciso che bisogna salire.

E allora, quando bisogna salire, la prima cosa da fare è assicurarsi i servigi del bomber di categoria. Che accetta, di buon grado, di scendere di un paio di campionati in cambio di una cosa che gli sta molto a cuore, che gli smuove le corde dell’animo e gli fa vibrare il petto: il danaro.

Gioca perennemente scazzato, tradendo un senso di superiorità e un’insofferenza cosmica, ma tra difensori con la panza e portieri con mobilità ridotta non può fare a meno di insaccarla quelle 40 volte in stagione, facendo la gioia del suo presidente e del suo portafogli. A fine anno inevitabilmente migrerà verso altri lidi, a raccogliere altra pecunia che andrà ad ingrossare il suo conto in banca. Perchè a calcio si gioca per passione, ma non sempre.

L’attaccante di peso

Tante volte nel calcio si utilizzano delle metafore per descrivere i 22 in campo. Ecco, per l’attaccante di peso, invece, non stiamo utilizzando una metafora. L’attaccante di peso è davvero un obeso che non può far altro che giocare in avanti, dove, per sua fortuna, deve correre il meno possibile. Pascola quasi sempre in fuorigioco, fuorigioco che quasi mai gli viene fischiato in virtù del fatto che guardalinee non ce ne sono e l’arbitro ha voglia di fischiare il meno possibile per andare a casa in condizioni decenti.

L’attaccante di peso fatica, suda come un suino, rincorre per pochi metri il pallone e poi desiste in preda ai crampi. Allo stomaco. Poi, il guizzo. Quello per cui è in campo. Un mischione inverecondo su calcio d’angolo, un pallone brutto, che arriva là per caso. L’attaccante di peso sgomita, scalcia, tira via maglie, resiste alle cariche avversarie, sputa in un occhio a qualcuno perchè così gli va, colpisce il pallone di riffa o di raffa. Gol. E’ quello il motivo per cui il mister lo tiene in campo, perchè, quando ci sarà una mischia di quelle che decidono la partita, la stazza del bomber di peso si farà sentire. In tutti i sensi. In genere non finisce mai una partita, lascia il campo dopo massimo 60′ sostituito da gente in grado di deambulare. Ma il suo dovere, dritto o storto, l’ha fatto.

Lo straniero

La globalizzazione non ha portato effetti positivi solo al mercato del lavoro, ma anche allo sport di provincia. Ecco allora che anche le squadre di prima, seconda e terza categoria si sono imbottite di stranieri, venuti in Italia per trovare lavoro e che si sono trovati, loro malgrado, coinvolti anche nelle sorti della locale squadra di calcio. Solitamente, vengono individuati per la loro stazza e per il loro fisico marmoreo nei luoghi di lavoro, e convinti ad andare a provare qualche allenamento.

Non hanno in genere grande senso del gol, grande sagacia tattica, grande piede. Ma fanno una cosa che sui campi di provincia spesso non si vede manco per sbaglio: corrono come non ci fosse un domani e non si stancano mai. Ecco allora che orde di stranieri diventano improbabili armi tattiche da utilizzare a partita in corsa per spaccare l’equilibrio. Nelle mentalità ristretta del paesino ( ma forse anche in quella di Tavecchio, pensa te ) gli stranieri neri vengono costantemente perculati dai vecchi scatarranti che popolano le tribune, memori di un passato coloniale che hanno vissuto nei loro anni ruggenti. Di solito la loro caratteristica principale è una e una soltanto: si mangiano milioni di goal sottoporta in virtù del fatto che a calcio mai ci hanno giocato.

L’under

Purtroppo, per poco comprensibili ragioni, alcune regole fissate da sporchi burocrati che col calcio poco hanno a che vedere, impongono l’utilizzo di giocatori giovani, i cosiddetti under, a corredo della banda di vecchiacci da cui è composta la squadra. Ostracizzati da tutti, gli under fanno in genere di tutto per farsi volere male: dall’indossare fascette, laccetti, scarpette multicolor all’esultare con balletti in stile Colombia dopo il gol dell’1-5, fino al tentare di vincere inspiegabilmente le partite da soli.

Anche in questo caso, per le sue caratteristiche fisiche, l’under ricopre spesso ruoli offensivi. Si, offensivi per il gioco del calcio, vista l’arroganza e la protervia con cui si approccia alla gara. Questo suo atteggiamento lo fa risultare odiato a tutti i presenti sul campo: compagni, avversari, arbitro, tifosi propri e tifosi avversari. E’ stato statisticamente provato che la maggior parte degli interventi scomposti sui campi dall’Eccellenza in più avviene sulle gambe, sulle tibie e sulle caviglie degli under, che diventano dunque il capro espiatorio per qualunque nefandezza venga compiuta su un campo da calcio di provincia. Perchè devono farsi le ossa. In tutti i sensi.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

  • dave

    2 Agosto, 2014 #1 Author

    manca una categoria secondo me: gli attaccanti fumosi, ovvero: quelli che corrono dribblano pure gli spettatori poi alla fine, senza motivo o la sparano nei campi coltivati attorno al campo, o franano in area come fucilati chiedendo rigori a cui credono solo loro…le spiegazioni vanno invece ricercate nel sabato sera bagordo trascprso al baretto del paese o a discotexhe che lo rendono irreperibile fino a 5 minuti prima della trasferta, cui si presentano puntualmente in ritardo ciondolanti, odoranti di cantina sociale e, in maniera maniacale e malaugurante, occhiali da sole ke coprono occhi alla memorial san pattignano. sono quelli che ogni anno aspetti e dici”st’anno ci trascina la squadta, se solo diventasse piu incisivo sotto porta..” e puntualmente smentisce tutti crollandoa novembre dicembre, ai rintoccare dei primi novelli….

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