Ci sono le squadre di calcio, quelle a cui ognuno di noi ogni giorno dona un pezzettino del proprio cuore, e poi c’è l’Athletic...

Ci sono le squadre di calcio, quelle a cui ognuno di noi ogni giorno dona un pezzettino del proprio cuore, e poi c’è l’Athletic Club (anzi, l’Athletic Kluba, che da quelle parti stanno molto attenti alle parole) al quale, ogni giorno dal 1898, quelli di Bilbao donano tutta la loro anima, non solo un pezzettino.

Oggi è una giornata importante per Bilbao e la sua gente. La sfida con il Napoli non è solamente quella decisiva per spalancare le porte della Champions League, che, per carità, magari ai baschi interessa pure, e che dopo l’1-1 dell’andata al San Paolo è sempre più vicina.

Oggi, a Bilbao, si riapre, dopo i celerissimi lavori, la Cattedrale del calcio basco, il ristrutturato San Mamès. Un luogo magico, che, da quelle parti, custodisce tutti i segreti e tutta la magia di questo fantastico club, un vero e proprio baluardo della tradizione. Un palcoscenico mitico, circondato da un alone di mistero. Lo stadio, infatti, è situato nei pressi della chiesa dedicata a San Mamante, un antico cristiano sul quale corre una leggenda: destinato in pasto ai leoni, questi si rifiutarono di mangiarlo. Da qui, l’altro soprannome dei calciatori dell’Athletic: los leones.

L’Athletic è un piccolo grande miracolo, diciamocelo. Si, perchè nel calcio globalizzato, che ha trasformato tante squadre in Babele in miniatura, l’Athletic incarna il sogno utopistico dell’autarchia, la favola della squadra che rappresenta in pieno l’identità culturale del suo popolo. La squadra del cuore nel vero senso della parola, mica così per dire.

L’Athletic è, più di ogni club al mondo, la squadra del popolo. Il popolo basco, uno dei più coriacei d’Europa, gente tutta d’un pezzo, che, più di qualche volta, ha dovuto fare i conti con qualche testa fin troppo calda, se vi ricordate i tempi di Euskadi Ta Askatasuna.

E siccome il calcio è più spesso la regola che non l’eccezione, anche il calcio a Bilbao è una questione di identità. Una questione abbastanza seria, in verità. L’Athletic tessera solamente calciatori baschi, nati all’interno dei confini della comunità di Euskal Herria.

Qualche eccezione, piccola, ma mai troppo significativa: calciatori figli di genitori emigrati dai Paesi Baschi, o calciatori stranieri (si, anche e soprattutto gli spagnoli sono ovviamente considerati stranieri) che hanno incominciato a giocare a calcio nelle giovanili di squadre basche.

O per esempio i due “francesi” che hanno vestito la casacca biancorossa: il mitico Bixente Lizarazu, o il difensore Aymeric Laporte, nato nella regione di Ipparalde.

Non che questa politica romantica non abbia dato i suoi frutti, non che l’Athletic sia immune al fascino del business calcistico: lo dimostra la recente ristrutturazione e modernizzazione del proprio stadio. Ma c’è modo e modo di andare incontro al futuro.

Nel 2010, venne timidamente organizzato un sondaggio tra i tifosi per chiedere se non fosse il caso di aprire le porte della squadra ai calciatori stranieri. Risultato: 94% di no. Quando c’è da restare uniti, i baschi non scherzano mica. E con la squadra di calcio, non c’è nulla da fare. L’Athletic è nostro, è la nostra vita, la nostra fede. E tale deve restare.

Fino al 2008, maglia intonsa, nessuno sponsor da applicare sulle divise biancorosse rimaste immacolate per oltre 100 anni. E se proprio dobbiamo, anche lo sponsor deve essere di casa, con sede nella comunità basca. Perchè la gente si arrabbia. Quindi, largo alla Petronor, azienda petrolifera basca.

Quando, per la prima volta, nel 2004, venne ventilata l’ipotesi di mettere uno sponsor sulla maglia, in 30mila si presentarono allo stadio con del nastro nero sulla amata maglietta da gara.

Ma non c’è solo l’utopia di essere autonomi rispetto al resto del mondo. Tifare Athletic vuol dire abbracciare un intero universo di valori, un intero mondo di tradizioni. Come quella, affascinante, che prevede che ogni squadra che vada a giocare per la prima volta al San Mamès porti un mazzo di fiori sulla statua del mitico Rafael Moreno Aranzadi, in arte Pichichi (si, quello da cui prende il nome il titolo del trofeo per il capocannoniere della Liga).

Non c’è solo l’identità basca a tenere insieme i tifosi dell’Athletic, c’è anche una visione del mondo e della politica che ad oggi a molti può sembrare impensabile. Una specie di democrazia diretta, un azionariato popolare, nel quale l’assemblea dei 30.000 soci, che sono i tifosi che assiepano il San Mamès, hanno voce in capitolo su qualsiasi decisione.

Non è solo una questione di tifo. Non è solo una questione politica. Non è solo una questione di fede. E non è nemmeno una questione di retorica. In un calcio malato, l’Athletic Club regge la bandiera di un calcio romantico al quale tutti noi abbiamo disperatamente bisogno di aggrapparci.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro