Il Pesce d’Aprile di Athirson Il Pesce d’Aprile di Athirson
I grandi protagonisti della storia -e anche del calcio, naturalmente- sanno esattamente, al secondo, quando arriva il momento di salire sul palcoscenico. E’ il... Il Pesce d’Aprile di Athirson

I grandi protagonisti della storia -e anche del calcio, naturalmente- sanno esattamente, al secondo, quando arriva il momento di salire sul palcoscenico. E’ il senso del tragico, un tempismo che solo i più grandi possiedono. Fare la cosa giusta al momento giusto, farsi trovare lì quando tutti gli occhi sono puntati su di te. E’ questo, in fondo, a rendere grandissimi i grandissimi.

Poi, invece, ci sono alcuni disgraziati che non hanno avuto la stessa fortuna dalla vita, non sono stati baciati in fronte dal Dio del Calcio, condannati a un’infame esistenza a metà tra l’anonimato (quando va bene) e l’infamia (quando va male). E, questi disgraziati, nella storia del calcio, hanno la colpa – o meglio, la sfortuna- di trovarsi esattamente al posto sbagliato nel momento peggiore possibile.

E questa, a leggerla fino in fondo, con gli occhi giusti, è una storia che contiene esattamente tutto questo. Un grandissimo che si fa trovare al posto giusto, al momento giusto, mentre tutti aspettavano proprio lui. Un disgraziato che si fa trovare nel posto sbagliato, nel momento peggiore possibile, quando nessuno stava aspettando lui e molti, lui, nemmeno lo conoscevano proprio.

Una storia che vale la pena raccontare.


E’ un pomeriggio come tanti, una domenica di inizio aprile dell’anno del Signore 2001. Una delle tante domeniche mandate in Terra dal Creatore per far sì che migliaia di persone corrano appresso ad un pallone per i campi d’Italia, e centinaia di migliaia di persone si radunino in arene più o meno gloriose per assistere a questa frenetica rincorsa. In una di quelle arene, la buonanima dello stadio Delle Alpi di Torino, si affrontano Juventus e Brescia. E’ una partita di un campionato che comincia ad entrare nella sua fase calda: la Juventus è già a -7 dalla vetta occupata dalla Roma, ma lo scontro diretto è ancora in calendario, quindi sperare è lecito.

Il Brescia di Carletto Mazzone è stato invece investito da un ciclone. Quell’estate, proprio grazie all’insistente pressing di Sor Carletto, è arrivato lui. Lui. LUI. Roberto Baggio. Quindi la stagione del Brescia diventa una continua ostensione del corpo mistico del Divino. E quel pomeriggio a Torino sarà solo una delle tappe che consacreranno alla leggenda quella stagione di Roberto in Provincia. E, a ben pensarci, è proprio da Torino che è partito il lungo peregrinare di Baggio alla ricerca del Sacro Graal. Del suo posto nel mondo. Da Torino, a Milano, a Bologna, di nuovo a Milano, con in mezzo una mezza dozzina di allenatori che in lui vedeva un impiccio più che un’opportunità. Brescia, per Baggio, era la terra in cui coltivare l’ultimo disperato sogno: quello di andare in Giappone, o forse in Corea, o forse in tutte e due, a giocare l’ultimo Mondiale. Quella partita, a Torino, contro la sua vecchia squadra, significava molto, tanto, di più.

Già, e il disgraziato? Il disgraziato è un ragazzo che prima di arrivare a Torino, ce ne ha messo di tempo. Perché il Flamengo non voleva lasciarlo andare, perché di lui si diceva che sarebbe potuto diventare il nuovo Roberto Carlos, perché probabilmente a quei tempi non è che era così semplice fare mercato in Brasile. Insomma, il disgraziato, che all’anagrafe fa di nome Athirson Mazzoli De Oliveira, ma sulla maglia solo Athirson, è arrivato alla Juventus a fine febbraio e quel pomeriggio siede sulle fredde panchine del Delle Alpi, in attesa di fare il suo esordio con la maglia bianconera e dimostrare a tutti che lui è il nuovo Roberto Carlos, che è meglio di Pessotto, che è meglio di Paramatti, che -massì!- diventerà anche meglio di quel Roberto Carlos, tra qualche anno.

Athirson e Roberto Baggio non sanno che le loro storie stanno per incrociarsi, e forse non lo sapranno mai, se questa è solo l’ennesima paranoia di un pomeriggio senza calcio giocato. Roberto Baggio comincia la partita con la fascia da capitano al braccio, Athirson la comincia intristito nel suo giaccone da riserva, con tanta voglia di toglierlo, perché a Torino un brasiliano avrà sempre freddo, ma quel primo di aprile anche a Torino fa abbastanza caldo.

Sembrava un pomeriggio indirizzato tra i binari della normalità, al confine tra il banale e lo scontato. Il gol -bello, bellissimo- di Zambrotta alla mezz’ora di gioco, la Juventus che può raddoppiare, il Brescia che si rintana sperando che tutto passi, Carletto Ancelotti che spera di riavvicinarsi alla Roma. Poi al minuto di gioco 72 le due storie dei due protagonisti di questa vicenda cominciano a intrecciarsi. Ed è simbolico – o forse è solo una presa per il culo del destino, chi lo sa– che Athirson faccia il suo ingresso in campo al posto di Zinedine Zidane. E’ la prima volta che mette piede nel campionato italiano, e di lì a poco capirà che la sua avventura sarà bella che finita. E forse, anzi sicuramente, nemmeno per colpa sua. Anzi, da buon disgraziato lui non c’entra proprio un bel nulla.

Arriva il minuto numero ottantasei, o il 10′ d.A. (dopo Athirson) se preferite. Pausa. Il ragazzino con i capelli lunghi e disordinati e il numero 5 del Brescia sulle spalle –Andrea Pirlo, stolti– alza la testa, o forse nemmeno ne ha bisogno perché é uno di quelli che sa già dove sono posizionati (e soprattutto dove si posizioneranno nei successivi 30 secondi) gli altri 21 in campo, e, mezzo piede dopo il centrocampo, lascia partire un fendente che taglia in verticale tutto il campo, e atterra sul piede destro dell’unico giocatore in grado di comprendere quella traiettoria.

Il piede destro è quello di Roberto Baggio, naturalmente. Che parte in leggerissimo fuorigioco, ma il Dio del Calcio decide che quella bandierina deve restare giù, ferma, muta, immobile, perché c’è un capolavoro da disegnare, da lì a breve. Baggio si infila tra i difensori della Juventus, e segna quel gol senza nemmeno la necessità di scagliare il pallone in rete. Perché quel gol è tutto nel controllo, uno stop a seguire (su un siluro che arriva da centrocampo, santiddio) perfetto e diabolico, perché il Codino non solo la mette a terra quella palla, ma se la porta anche avanti un paio di metri, lasciando il povero Van der Sar ubriaco, incapace di mettere in fila i passi che gli servirebbero per arrivare su quel pallone, anche con i suoi due metri.

Roberto si sposta per un’ultima volta il pallone sull’esterno, per essere sicuro che le manacce dell’olandese non ci possano proprio arrivare, e il signor Borriello potrebbe anche fischiare qui e indicare il centrocampo perché tanto quel gol Roberto l’ha già fatto, ci sarà mica bisogno di spingerlo anche in rete? Roberto, comunque, lo fa, con un tocco strafottente che Paramatti non prova nemmeno a cavare via dalla rete.

E’ il gol del pareggio, la ferita di Roberto Baggio alla sua ex squadra, quella che lo ha costretto a cominciare il suo viaggio itinerante per la Penisola. E’ il gol che -massì, insieme a quello di Nakata- allontana la Juventus dallo scudetto che già l’anno prima aveva perso nell’acquitrino di Perugia.

Athirson, spaesato, si guarda intorno. Vede la disperazione sul volto dei suoi nuovi compagni e capisce che quello, oltre che il suo esordio, è anche la sua fine. Il suo Pesce d’Aprile. E’ entrato in campo giusto il tempo necessario per partecipare alla disfatta collettiva e farsi peso dell’onta dell’insuccesso, per diventare un capro espiatorio troppo vistoso per non essere acchiappato e schiaffato alla gogna. Tra quell’anno e quello successivo, vestirà solo altre quattro volte la maglia bianconera. Partecipare alla storia dalla parte sbagliata della barricata gli costerà caro. Anche se non era colpa sua, ma pazienza, così va il mondo.

Una cosa in comune però, i due protagonisti di questa storia, in fondo ce l’hanno: né Athirson né Roberto Baggio parteciparono ai Mondiali di Corea e Giappone del 2002.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro