Ascesa e declino del Portsmouth Football Club Ascesa e declino del Portsmouth Football Club
L’oro è scomparso da tempo, calcisticamente parlando, dalla città di Portsmouth: non compare più nello stemma societario, né tantomeno nelle maglie da gara, di... Ascesa e declino del Portsmouth Football Club

L’oro è scomparso da tempo, calcisticamente parlando, dalla città di Portsmouth: non compare più nello stemma societario, né tantomeno nelle maglie da gara, di pari passo con una situazione finanziaria inabissatasi anno dopo anno, tanto che nel 2013 è stata un’operazione di azionariato popolare da parte dei tifosi a salvare club e stadio, l’ultracentenario Fratton Park.

Fuor di retorica e luoghi comuni – impossibile definire “favola calcistica” quella di un club che nel 2009 ha cambiato proprietà per 4 volte e secondo BBC ha speso il 108,79% dei propri introiti in stipendi – resta la storia di un decennio nel quale il club dell’omonima città ha vissuto letteralmente su un ottovolante, dall’apice rappresentato dalla vittoria in FA Cup alla ricaduta nell’abisso della League Two.

Il primo mattoncino del periodo più glorioso della storia recente del Portsmouth è l’arrivo di Harry Redknapp in panchina nel marzo 2002, una stagione iniziata sotto il segno della tragedia di Aaron Flahavan, portiere del club morto in un incidente d’auto, e proseguita sempre a stretto contatto con la zona retrocessione. A salvare il club dalla discesa in Second Division (ai tempi l’equivalente della nostra Serie C), oltre al decisivo contributo del tecnico, sono un giovanissimo Peter Crouch e il leggendario centrocampista croato Robert Prosinecki, al quale è bastata un’unica stagione nel Pompey per essere acclamato come uno dei calciatori più importanti della sua storia.

L’addio di Prosinecki e la cessione di Crouch all’Aston Villa lasciano presagire una successiva annata complessa, invece la squadra di Redknapp stupisce tutti issandosi in vetta sin dalle prime gare, con 8 vittorie e 1 pareggio in 9 partite, e terminando la stagione con i 98 punti che significano prima posizione e promozione in Premier League. Fra i protagonisti di un’annata storica, menzione speciale per il bulgaro Todorov, fortemente criticato ai nastri di partenza in quanto ritenuto incapace di sostituire Crouch, salvo poi infilare 26 reti che gli valsero il titolo di capocannoniere della First Division, per il difensore italiano Gianluca Festa e per l’attaccante nigeriano Yakubu, arrivato a gennaio e decisivo nel trascinare il Portsmouth fuori dal periodo più complicato del campionato. Harry Redknapp definisce ad oggi questa stagione come “la più memorabile della mia carriera da allenatore”.

Alla seconda apparizione nel massimo campionato inglese negli ultimi 45 anni, il Portsmouth conferma l’ossatura della squadra vincitrice della First Division; tra i volti nuovi, il più celebre è sicuramente il 38enne campione d’Europa Teddy Sheringham, lasciato libero dal Tottenham, così come a parametro zero arriva l’ex Liverpool Berger, anche se il miglior acquisto si rivelerà il centrale serbo Stefanovic, che raggiungerà quota 125 presenze in maglia Pompey e indosserà la fascia di capitano. A guidare la banda Redknapp è ancora una volta il possente fromboliere Yakubu, a segno addirittura 19 volte, mentre il Portsmouth chiude un campionato tranquillo al tredicesimo posto.

Anche la stagione successiva sembra poter scorrere via liscia, ma dopo un buon inizio il manager Redknapp rassegna le proprie dimissioni in seguito a una lite con il presidente Mandaric, reo di avergli imposto il croato Zajec quale direttore esecutivo. Sarò proprio Zajec a insediarsi sulla panchina del Pompey, ma il rendimento della squadra precipiterà a tal punto da costringere Mandaric a sollevarlo dall’incarico e ad affidare la panchina al francese Alain Perrin, capace di traghettare la squadra verso una difficoltosa salvezza.

Nel 2005/06 la staffetta si ripete al contrario: il pessimo avvio di Perrin spinge la proprietà a richiamare Redknapp e il Portsmouth si salva ancora, ma è un’annata interlocutoria, complici sia la cessione di Yakubu e la sua mancata sostituzione al centro dell’attacco (deludente il nuovo arrivo Benjani Mwaruwari dall’Auxerre), che il passaggio di testimone ai vertici del club.

Nel gennaio 2006 infatti Mandaric cede (prima in co-ownership, poi definitivamente) il Portsmouth all’imprenditore franco-israeliano Alexandre Gaydamak: i tifosi sognano acquisti milionari e qualificazioni alle coppe europee, ma a posteriori è semplice identificare tale avvenimento come l’inizio del declino che porterà il Portsmouth a un passo dal fallimento. Gaydamak si presenta promettendo un nuovo stadio al posto di Fratton Park, ritenuto troppo piccolo per le ambizioni della nuova proprietà, e intervenendo subito in modo pesante sul mercato: dal Tottenham arrivano 4 giocatori, tra i quali il centrocampista Pedro Mendes e l’attaccante Routledge, quest’ultimo in prestito così come l’argentino Andres D’Alessandro, descritto da Diego Armando Maradona come “il giocatore che più mi somiglia”. Non esattamente la più leggera e benaugurante delle investiture.

Di ben altro tenore la campagna acquisti dell’estate 2006: dal poker di nazionali ed ex-nazionali inglesi formato da Glen Johnson, Sol Campbell, “Calamity” James e Andy Cole fino all’ex Inter Kanu, passando per il croato Kranjcar e i camerunensi Lauren, dall’Arsenal, e Douala. Molti giocatori arrivano a parametro zero o per cifre contenute, ma saranno gli ingaggi, faraonici per l’epoca, a portare il costo del personale dei portuali fino a cifre evidentemente insostenibili. Con una rosa rivoluzionata, la squadra di Redknapp centra il miglior risultato in Premier della sua storia sin lì, un nono posto che porta il Pompey a un passo dalla qualificazione alle coppe europee.

Ancora più sfarzoso il mercato dell’anno successivo, con Gaydamak che non bada a spese portando in blu-oro, tutti insieme, diversi calciatori d’estrazione africana come Muntari, Utaka, Bouba Diop, ai quali si aggiungono il centrale francese Distin, l’islandese Hreidarsson e, a gennaio, nomi altisonanti quali Lassana Diarra, Milan Baros e Jermain Defoe. Le aspettative di proprietà e tifosi sono alte e la squadra di Redknapp le ripaga centrando l’ottavo posto e soprattutto la vittoria in FA Cup con lo storico 1-0 sul Cardiff firmato da Kanu, preceduto dall’ancor più iconica semifinale col Manchester United, decisa dal rigore di Muntari trasformato contro un portiere d’eccezione, Rio Ferdinand.

Dal trionfo in coppa in poi, numerose ombre si addensano sul Portsmouth e sul suo bilancio, contestualmente le vicende di campo lasciano sempre più spesso spazio a quanto succede fuori da esso. Mentre la squadra perde ai rigori in Community Shield contro lo United, avanza tra alti e bassi in Premier e supera i preliminari di Coppa Uefa contro il Vitoria Guimaraes, venendo poi eliminata all’ultimo minuto nella fase a gironi dal Milan, Gaydamak cerca in tutti i modi di cedere un club ormai impossibile da sostenere economicamente. Nel frattempo Redknapp ha lasciato il Portsmouth, il suo vice Tony Adams ha fallito e i portuali hanno chiuso la stagione mestamente al quattordicesimo posto, complici gli addii di diversi giocatori conseguenti a quello di Redknapp; a nulla è servita l’ennesima infornata di campioni e presunti tali, come Pennant, Kaboul, Gekas e il rientrante Crouch.

Nel maggio 2009 Gaydamak (nel frattempo rivelatosi solamente un amministratore del club, che apparteneva a suo padre Arcadi) cede la società all’emiro Sulaiman Al-Fahim, mantenendo peraltro un credito nei confronti del club pari a 30 milioni di sterline. Tale cessione è solamente la prima di una lunga serie, che porterà il club prima nelle mani dell’affarista di Hong Kong Balram Chainrai, costretto all’amministrazione controllata per evitare il fallimento dovuto ai debiti accumulati nella gestione Gaydamak, e poi in quelle del lituano Vladimir Antonov, il quale abdica forzatamente in seguito a un mandato d’arresto internazionale per aver causato il default di due banche.

E la squadra? Guidato in panchina dal vicecampione d’Europa Avram Grant, il Portsmouth (nel quale si afferma il giovane Kevin-Prince Boateng) chiude ultimo e con 9 punti di penalizzazione, con i giocatori liberi di esercitare l’opzione di svincolo a causa degli stipendi non pagati dal club; ultimo moto d’orgoglio, la finale di FA Cup persa di misura contro il Chelsea. La retrocessione in Championship è solamente l’inizio della fine dell’età dell’oro del Pompey: nel giro di 3 anni i portuali scivolano prima in League One (complici altri 10 punti di penalizzazione) e poi in League Two, e solamente l’intervento dei tifosi citato in testa impedirà al club di sparire.

Attualmente il Portsmouth è di proprietà di Michael Eisner, ex CEO della Disney; il nuovo presidente ambisce a trasformare il club in una potenza globale nel giro di 10 anni. I tifosi hanno preso le parole del nuovo proprietario con comprensibile cautela.

Alex Campanelli
twitter: @Campanelli11