Lo vedi con la nuova maglia rossa, il nome impresso sotto il numero e non più sulle spalle. Continua a correre, come sempre ha fatto....

Lo vedi con la nuova maglia rossa, il nome impresso sotto il numero e non più sulle spalle. Continua a correre, come sempre ha fatto. Adesso è in volo, a cercare l’incornata vincente su calcio d’angolo. Pochi secondi dopo lo trovi nella propria area di rigore, a tirare sportellate per sventare il contropiede. La verità è che il 28 luglio 2015 la Juventus non ha salutato semplicemente un calciatore. A dare l’addio sono stati polmoni, muscoli, fegato, soprattutto cuore. Lo stesso cuore che mima con le mani dopo aver segnato. No, Arturo Vidal non può essere banalmente definito un calciatore.

Nato a San Joaquin, nella provincia di Santiago del Cile, insieme ai due fratelli e alle tre sorelle. Cresciuti tutti da mamma Jaqueline, dopo che il marito Erasmo decise di lasciare la famiglia. Erasmo è anche il secondo nome di Arturo, che con il padre ha ricostruito un buon rapporto nonostante le difficoltà. No, la vita in quel povero sobborgo non deve essere stata una passeggiata. Piuttosto una maratona, dribblando ogni avversario e ostacolo. La fame, soprattutto. “Avevo 13 anni, non avevamo nulla da mangiare”. L’unica soluzione era anche la più automatica: correre, dimenticando lo stomaco e il dolore ai piedi. Perchè prima dell’erba c’è stato l’asfalto, e prima ancora le pietre. Come molti giovani cileni, Vidal ha cominciato così.

Spaccandosi i talloni, cadendo innumerevoli volte e sanguinando nella polvere. La squadra era quella del suo quartiere, il Rodelindo Román. Fondato nel 1956, sarà conosciuto più di cinquant’anni dopo come il “club de iniciación de Arturo Vidal”. Prima, però, c’è stata la ruggine, ci sono state le ferite. Quando non hai un fisico da peso massimo, devi saperti adattare. “I primi giorni correvo e basta, perchè non sapevo giocare” dice. Alla resistenza unisce infine la tecnica: nasce il tuttocampista sbandierato dai media.

È una crescita verticale: prima il Colo Colo, con cui vince due campionati di Apertura e uno di Clausura, poi il Bayer Leverkusen. Dal Sudamerica alla Bundesliga il salto è vertiginoso, ma il ragazzino sembra non farci caso. Nella sua ultima stagione con le aspirine segna 10 gol in 33 partite (è il rigorista) e viene inserito nell’undici ideale del campionato tedesco. Il 28 gennaio, contro l’Hannover, sigla una rete-manifesto. Lavora il pallone al limite dell’area, lo appoggia a Kiessling che calcia però contro il muro della difesa: la sfera gli ritorna sul sinistro. Con il piede debole scaglia una cannonata che Zieler non vede neppure partire. C’è tutto il futuro Vidal qui: visione, coraggio, rabbia.

Ci sono fenomeni che, pur essendo decisivi, non riescono ad emozionare a livello carnale il proprio pubblico. L’eccezionalità di Arturo Vidal sta nel suo affrontare le partite come se fosse nel bel mezzo di un combattimento medievale all’arma bianca. Tutto nel suo gioco profuma di epica, di agonismo sfrenato. È una cavalcata nel far west con un sottofondo di musica lirica, roba da far drizzare i peli sulle braccia degli spettatori. I quattro anni in bianconero hanno mostrato tanti di questi momenti da poter riempire un album intero. Fotografie sparse, come quella dell’esordio assoluto allo Juventus Stadium contro il Parma, l’11 settembre del 2011.

Sono passati cinque minuti dal suo ingresso in campo, sul 2-0, al posto di un applauditissimo Del Piero. Di nuovo un tiro rimpallato, stavolta di Vucinic, gli finisce sul piede. La palla è a mezz’aria, troppo vicina al corpo per azzardare la conclusione di prima: Vidal ci prova comunque, e segna di sforbiciata il primo gol della carriera juventina. Esteticamente da urlo, come il capolavoro contro il Napoli e la doppietta alla Roma nella stessa stagione, chiusa con lo scudetto e la finale di Coppa Italia. Per poi passare a Stamford Bridge, all’esordio in Champions League dell’anno successivo. Oscar spacca la difesa di Conte con due gol, il Chelsea campione d’Europa si avvia verso una facile vittoria. Ma il numero 23 non ci sta: con la caviglia malandata scarica un sinistro da chirurgo alle spalle di Cech, dando il via alla rimonta. Esulta zoppicando, ignorando il dolore come quando cadeva sulle pietre a San Joaquin.

Pochi gesti del suo repertorio sono scontati. Prendete i rigori. Raramente lo vedrete calciare centrale, o rasoterra. Il tipico rigore di Vidal è sotto la traversa, forte, con il rischio costante che la palla finisca in curva (ed è successo più di una volta). Ci vogliono spalle da lottatore per realizzare un penalty in questo modo. Come quello nella sfida di ritorno contro il Milan, il 21 aprile 2013: all’incrocio dei pali, telecomandato, imparabile.

Fotografie sparse, e niente di più. Come il colpo di tacco che ha fatto fuori la difesa interista sul gol di Tevez, lo scorso gennaio. O la rete impossibile, in scivolata, contro il Nordsjaelland. E i tackle. Gli infiniti tackle a rompere le azioni avversarie. Demoralizzante, per chiunque abbia il pallone tra i piedi, vedere questo guerriero tatuato che piomba con le gambe a uncino appena gli si presenta l’occasione. La medesima determinazione mostrata ai microfoni dei giornalisti nel post partita di uno Juventus-Sampdoria, quando la sfida alla Roma per lo scudetto era più calda dell’inferno.“Noi non molliamo un casso”. Lo dice così, con l’italiano incerto e un sorriso sulle labbra. Ha mantenuto la promessa, lui, primo cileno a scendere in campo in una finale di Champions League. Lui, che ha portato la propria Nazionale ad alzare una Copa attesa da una vita.

Lui, El Guerrero. Continuerà a correre e lottare, all’Allianz Arena come nei campi dissestati di Santiago. Con una maglia rossa o una bianconera. Polmoni, muscoli, fegato. Soprattutto, cuore.

Mattia Carapelli
twitter: @mcarapex