In questo Europeo, che sta giungendo al culmine, pochi giocatori hanno saputo rappresentare la propria Nazione in maniera così spontanea, genuina ed efficace, da...

In questo Europeo, che sta giungendo al culmine, pochi giocatori hanno saputo rappresentare la propria Nazione in maniera così spontanea, genuina ed efficace, da diventarne lo specchio fedele in cui riconoscersi. Aron Gunnarsson, il vichingo islandese, non solo ci è riuscito ma ha anche regalato a tutti noi che lo stiamo ammirando alcune delle scene più emozionanti di tutta la rassegna, indipendentemente da come finirà per l’Islanda e da cosa succederà d’ora in avanti, dove l’aria sarà più rarefatta. Una cosa è certa: nessuno ci potrà togliere dagli occhi e della testa il fantastico rituale islandese per celebrare la vittoria post partita.

Quelle mani al cielo del Capitano, seguite all’unisono da quelle di tutti i compagni di squadra che per contagio si diffondono sugli spalti, dove una Nazione sta per liberare un urlo proveniente dalle viscere della terra  e diretto al cielo. “UHHHHHHH”, seguito da un battito di mani ritmato, così semplice e diretto da togliere il fiato. Tutto trema.

E’ una strana storia quella dell’Islanda, paese in cui il calcio si è cominciato a giocare ad un certo livello solo recentemente, frutto di organizzazione, mentalità vincente e umiltà, tre caratteristiche fondamentali che si ritrovano anche nel guerriero con la fascia di capitano al braccio, che ne è divenuto simbolo partita dopo partita.

Non è un giocatore speciale Aron Gunnarsson, se per speciale intendiamo la stella della squadra che con la sua classe può svoltarti da solo una partita. Questo perché l’Islanda non ha un giocatore di questo tipo, in tutta la rosa. La cosa che sa fare meglio su un campo da calcio, Aron Gunnarsson, prevede l’utilizzo della mani, pensate un po’. Dalle sue rimesse laterali, veri e propri traccianti che squarciano il campo a metà, nascono le insidie più grosse per gli avversari, chiedete ad Austria ed Inghilterra per conferme. Se per Rory Delap, eroe mai dimenticato dalle parti di Stoke on Trent e specialista delle rimesse a lunga gittata, il passato da giavellottista poteva essere una spiegazione convincente, qui non c’è nulla di tutto ciò. Il segreto? Applicazione e tecnica di esecuzione.

Si possono avere anche braccia grosse il doppio delle mie, ma questo non cambierà nulla nella vostra rimessa. Tutto dipende da come si esegue il gesto, non dalla forza bruta con cui lo si fa

Il centrocampista attualmente in forza al Cardiff City, seconda divisione inglese, rappresenta a pieno lo spirito che ammanta la squadra, lo spirito di chi è costretto, giocoforza, a fare di necessità virtù. Non è un caso che nel 2012, il neo commissario tecnico Lagerback, al momento di scegliere il suo capitano ha avuto una sola immagine in testa, barba folta e sguardo impenetrabile, quella di Aron Gunnarsson. Era l’Islanda di un certo Eidur Gudjohnsen, non uno qualunque, che ancora è presente seppur con un ruolo piuttosto defilato, e la prima partita con la fascia al braccio era prevista in un match piuttosto importante, volete sapere con chi? Proprio contro la Francia, giochi del destino.

Se dovessimo scegliere una parola per descrivere la storia, fin qui pazzesca, di questa nazionale questa sarebbe senza ombra di dubbio “unità”. Come quelle mani battute all’unisono, allo stesso modo si muovono tutti i giocatori islandesi in campo, il cui capitano è solo il primo a dare l’esempio e l’ultimo ad arrendersi.

Quando guardo il mio compagno di squadra so che si sacrificherà per compensare i miei errori e io faccio esattamente la stessa cosa per lui

Ci vuole unità sì, ma anche conoscenza perfetta e reciproca, non è un caso che Gunnarsson e molti altri suoi compagni siano praticamente coetanei e abbiano giocato insieme dall’under 17 in avanti.

“Ora noi siamo pronti”, scandisce Aron al termine della vittoria storica contro l’Inghilterra,  come volesse far intendere che non ci si può più nascondere dietro alla favola, quasi a mettere in guardia chiunque pensi di affrontare una squadra appagata con più nulla da chiedere.

Ora è venuto il momento di mostrare al mondo che l’organizzazione e l’abnegazione possono fare la differenza a qualsiasi livello, contro ogni avversario. Allora chi se ne importa se il tabellone ti ha messo contro la squadra di casa, nonché una delle favorite per la vittoria finale? Chi se importa se il tuo vice allenatore fa il dentista part time e gli stipendi di tutti i tuoi compagni sommati non fanno quello della stella avversaria? (Esageriamo, ma nemmeno così tanto). In campo ci va altro, ci vanno gli uomini, i loro sogni e i sacrifici ed in questo, Gunnarsson e l’Islanda tutta, non partono sconfitti con nessuno.

Che si levi ancora forte e alto al cielo di Francia l’UH tribale e propiziatorio, che si danzi ancora al ritmo della “Geyser Dance”, noi non aspettiamo altro.

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo