Ariel Ortega, el Burrito Ariel Ortega, el Burrito
Di calciatori che hanno avuto in dono dalla natura, dall’acido desossiribonucleico, dal Signore o da chissà chi altri ancora un talento particolare e l’hanno... Ariel Ortega, el Burrito

Di calciatori che hanno avuto in dono dalla natura, dall’acido desossiribonucleico, dal Signore o da chissà chi altri ancora un talento particolare e l’hanno buttato giù per il dirupo è piena la storia. Di calciatori che, baciati in fronte dal Dio del Pallone, hanno deciso di girarsi dall’altra parte e rovinare tutto. Di carriere luminose finite nel nulla e futuri libri di storia da stampare e tramandare ai posteri strappati in un lampo è pieno il mondo. Ma ci sono alcuni giocatori che ti emozionano proprio per questa loro peculiarità, che ti appassionano proprio per quel gusto di sapere già come andrà a finire, per questo loro essere belli e maledetti. Stupendi e dannati. Ci sono alcuni giocatori che potevano passare alla storia come grandissimi, e invece, continueranno a riecheggiare nei nostri discorsi e nei nostri ricordi, segretamente custoditi. Da tirare fuori al momento giusto, al terzo limoncello dopo la cena, in un attimo di silenzio. “Si, però, ragazzi, quanto era forte Ariel Ortega…

Nascere in Argentina intorno alla metà degli anni Settanta non è una fortuna, se hai un talento con il pallone tra i piedi. Anzi, può diventare piuttosto scomodo. Già, perchè nascere intorno alla metà degli anni Settanta in Argentina, significa diventare grandi proprio quando sta tramontando il Sole più luminoso della storia argentina, nè più nè meno che una divinità pagana da quelle parti: Diego Armando Maradona. D10s, altrochè. E se ci sai fare con il pallone, se ripeti quelle magie, se accendi quel lampo negli occhi di chi ti guarda, è un attimo. L’etichetta è lì, pronta per essere appiccicata. Sulla tua schiena, insieme a quelle due cifre da codice binario, quell’uno e quello zero, che senti pesare sulla tua schiena, come un macigno da una quintalata abbondante. Il nuovo Maradona. L’erede di Diego. Eccola là la condanna. Secca, pesante, che ti accompagnerà vita natural durante.

E il giovane Ariel Arnaldo Ortega lo ricordava per davvero Diego Armando Maradona. Per quel 10 sulle spalle, per l’andatura barcollante, per quella facilità con cui il pallone va dove decide lui, per l’imprevedibilità di ogni singolo tocco che imprime al pallone. Non sai mai cosa succederà. Anzi, una cosa forse la puoi sapere. Una cosa la puoi immaginare. Perchè il giovane Ariel Ortega ricorda Diego anche nel carattere. Così come si accende la magia, si può accendere lui. El burrito, l’asinello. Così viene soprannominato Ariel. Per la sua andatura un po’ scomposta, certo. Ma anche perchè, come gli asinelli, se lo fai arrabbiare, scalcia. Perchè basta un attimo, una scintilla, e lui prende fuoco, reagisce, diventa violento, isterico, incontrollabile. Ma è esattamente quel tipo di pazzia che fa innamorare di te il popolo argentino. E’ quel sacro fuoco che arde nelle vene di tutto quel meraviglioso popolo. E’ quello per cui Ortega diventa Ortega. Ariel segna, e i tifosi del River impazziscono. Ariel perde la testa, e i tifosi del River si scaldano, scalpitano, esondano. E’ così che va il mondo a quelle latitudini.

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Nel River Plate fa l’esordio a 17 anni. Si prende la maglia numero 10 e fa capire a tutti che per un bel po’ di tempo sarà sua. E nei successivi cinque anni sarà sua, eccome se sarà sua. Trascina i Millonarios, entusiasma i suoi tifosi, fa ammattire gli avversari. Arricchisce la bacheca con tre tornei di Apertura e una Copa Libertadores. Finchè qualcuno non gli dice che per diventare grande deve andare in Europa. Se vuole diventare davvero il nuovo Maradona, deve andare nel Vecchio Continente. Come Diego, è la Spagna la sua prima destinazione oltreoceano. Ariel nel gennaio del 1997 approda al Valencia di Claudio Ranieri.

Ma in Spagna non ci sono tifosi pronti a scaldarsi per ogni sua giocata. Non ci sono cuori che battono al ritmo della sua danza in campo. Le prime partite sono buone, il ragazzo gioca bene e segna. Ma non tira una bella aria, in ogni caso. In Spagna c’è gente che quando lo vede abbassare il capo e intestardirsi su quel maledetto pallone, mugugna. In Spagna c’è gente che quando Ariel prova a saltare l’uomo una volta, due volte, tre volte, rumoreggia. In Spagna c’è gente che quando vede el Burrito cercare la porta da casa sua, lascia partire i peggiori insulti che una mente umana possa partorire. In Spagna Ortega non ha l’amore della sua gente dalla sua parte. E si chiude in se stesso, si intristisce, diventa solo la brutta copia sbiadita del campione che aveva trascinato il River. Il nuovo Maradona? Quello lì? Ma per piacere…

Per fortuna c’è la Nazionale, per fortuna c’è l’Albiceleste, no? Il Mondiale del 1998 si disputa in Europa, e, tutto sommato, su Ortega ci sono ancora i fari puntati addosso. Ci si aspetta che sia lui a trascinare la squadra. E in effetti, con quel suo bel 10 di piombo sulle spalle, el Burrito li trascina i suoi. Segna due gol alla Giamaica, disputa una gara da fenomeno contro gli odiati rivali inglesi agli ottavi di finale. Poi, però, ai quarti, contro l’Olanda, la testa lo tradisce, lui tradisce il suo popolo. La partita è sull’uno a uno, l’Argentina attacca, con un uomo in più. Mancano 3 minuti alla fine della partita, el Burrito entra in area, prova a saltare Jaap Stam. Era un periodo in cui Jaap Stam non lo saltavi neppure con il motorino, dunque Ortega non passa. Si stampa sul muro, va a terra, cercando il rigore. L’arbitro gli dice di rialzarsi, lui si rialza e trova davanti a sè Edwin van der Sar, mezzo metro più alto di lui, pronto a catechizzarlo. El Burrito non ci pensa due volte, affronta il portierone a muso duro e gli rifila una testata. Cartellino rosso, e due minuti più tardi Dennis Bergkamp firma il gol che manda l’Olanda in semifinale e l’Argentina a casa. E’ un duro colpo per Ortega, che esce da quel Mondiale praticamente massacrato.

Il 1998 è l’anno della Sampdoria, che lo porta in Italia sperando di farlo rinascere. Diventa l’idolo dei tifosi, l’unica ancora di salvezza in una disgraziata stagione che vede i blucerchiati scendere, a sorpresa, verso l’Inferno della serie B. Ortega realizza 8 gol in 27 partite, 8 gol che non bastano a salvare la sua squadra. Dalla barca che affonda, emerge solo lui, con quel suo piede fatato. E dalla barca che affonda, Ortega scappa immediatamente. A salvarlo è il Parma, ma sarà ancora una volta una stagione fallimentare. Al termine della quale el Burrito prende una decisione, quella che per lui è la più saggia. Ascoltare il richiamo del cuore e tornare nell’unico posto che può chiamare casa senza paura di sbagliarsi. L’ Estadio Monumental Antonio Vespucio Liberti di Buenos Aires, domicilio del River Plate.

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E’ il 2000 e Ortega torna a casa. Torna a casa e sembra rinascere. Torna a respirare l’aria familiare e rassicurante della sua gente, torna ad ascoltare il ritmo dei cuori del suo popolo che battono all’unisono con il suo. L’asinello ritorna grande, ritorna il campione che aveva lasciato qualche anno prima la sua famiglia. E’ come se la lancetta dell’orologio avesse ripreso a correre, impazzita, dalla parte opposta, all’indietro. Ortega si riprende il Monumental, segna 23 gol in 56 partite, nel 2002 il River si porta a casa anche il Clausura. Ma el Burrito continua a fare a modo suo. Allenamenti saltati, litigi in campo e fuori, una maledetta bottiglia che chiama sempre più forte. E poi, a sorpresa, dopo i Mondiali del 2002 in Giappone e Corea (esito: rivedibile), decide di tornare in Europa.

E’ una sorpresa il suo approdo al Fenerbahce. E’ una sorpresa, ma il pubblico turco lo adotta immediatamente, ne fa un beniamino. D’altronde è difficile non innamorarsi di questo ragazzo, quando lo vedi fare quelle cose con il pallone tra i piedi. E’ difficile non innamorarsi, è altrettanto difficile non rimanere delusi. Perchè questa pare essere l’unica, vera, costante della carriera di Ariel Arnaldo Ortega: una costante e inevitabile delusione delle aspettative. Forse a lui non importava nemmeno. A lui importava scendere in campo, divertirsi, fare il meglio che poteva. E far battere forte il cuore della sua gente, di quelli che la pensavano come lui. Il resto, che vada pure al diavolo. Al diavolo Ortega ci manda tutti quando, dopo una partita con la Nazionale, decide che in Turchia non lo rivedranno mai più. Al diavolo il quadriennale da 2,5 milioni, al diavolo i compagni, i tifosi, al diavolo tutti. Ortega se ne torna in Argentina, di giocare per quelli non ne vuole più sapere. I turchi non la prendono benissimo, aprono un contenzioso, arriva una squalifica di 11 mesi dalla FIFA e un conto piuttosto salato da pagare: 10 milioni di euro.

El Burrito non si scompone. Annuncia il suo addio al calcio. Se non posso divertirmi, se non posso fare a modo mio, pazienza, appendo gli scarpini al chiodo e tanti saluti. Ancora una volta, Ariel delude tutti. Avrebbe potuto salvare la carriera, a 29 anni, ma semplicemente non gli andava. Poi, dopo qualche tempo, il Newell’s Old Boys gli lancia un’ancora di salvezza che, non si sa bene come, el Burrito riesce a raccogliere. Sistema i conti con i turchi, gli augura ogni male, e rimette gli scarpini. Improvvisamente, scatta di nuovo la scintilla. Perchè un piede come quello di Ariel Ortega non può smettere semplicemente di incantare. Lo riaccendi, e come per magia, le lancette di quell’orologio tornano a correre, frenetiche, all’indietro. Dopo 12 anni di digiuno, il Newell’s torna a vincere un campionato, e su quel campionato c’è una firma, inconfondibile. Quella del Burrito. Poi, però, arriva l’ennesima delusione. Ariel si aspettava di poter giocare il Mondiale del 2006, da rigenerato protagonista. E invece niente. E invece resta a guardare.

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Ortega ha bisogno di certezze, deve tuffarsi in un abbraccio conosciuto e confortevole. E, come sempre, quell’abbraccio lo trova nella banda diagonale che attraversa il blanco della casacca del River Plate. Torna, per l’ennesima volta, da figliol prodigo tra i suoi. Ma stavolta c’è qualcosa che non va. Mentre in campo el Burrito continua a dribblare anche i ciuffi d’erba, a fare tunnel e disegnare misteriose parabole nell’aria, fuori dal campo cerca sempre più spesso risposte che non trova altrove in quella bottiglia da scolare fino al fondo. Vince il Clausura del 2008, con il Cholo che più volte lo aiuta a rialzarsi dopo le dolorose cadute. Ma è un uomo al limite della sopportazione. Il River Plate, un po’ per punirlo, un po’ per dare la scossa al suo figliolo che sta deragliando dai binari, lo spedisce all’Independiente Rivadavia, in Segunda Division. Una delusione, ancora. Una di quelle delusioni che puoi vedere solo negli occhi di chi ama follemente e si ritrova tradito.

Un anno di purgatorio, poi il ritorno al River. Ma ormai si è rotto qualcosa, si è rotto tutto. In campo non c’è el Burrito, c’è un ombra, un fantasma. Un uomo burbero, irascibile, segnato da una vita che non ha saputo vivere come avrebbe voluto. Un uomo che vaga smarrito per il campo alla ricerca di se stesso. Di tanto in tanto qualche lampo. Di quelli che ti fanno male al cuore, perchè ti ricordano i bei tempi andati, ti ricordano quanto era bello amarsi, prima. L’ombra più pesante della sua vita, Diego Armando Maradona, lo chiama in Nazionale per gli ultimi balli con la camiseta albiceleste. Tristi, senz’anima. L’ultimo Ortega viene mandato via anche dal River, all’All Boys, di nuovo una categoria più in basso. Come in una maledizione, senza il suo Burrito il River vive la sua stagione più brutta, quella dell’inferno della retrocessione. Condannati a raggiungere Ortega nella seconda divisione del calcio argentino. 

Ma oramai, la fiamma di Ortega si sta lentamente spegnendo. Si spegne in serie C, al Defensores de Belgrano. Si spegne lontano dai riflettori, quei riflettori con cui troppo spesso ha dovuto convivere. Quei riflettori che hanno fatto tanta luce, ma purtroppo anche tanta ombra. Un’ombra che lentamente ha consumato il talento di Ariel Arnaldo Ortega. Un asinello che avrebbe solo voluto divertirsi. Un asinello che voleva solo far battere forte il cuore della sua gente. E niente più.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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