Apologia di Paolo Montero Apologia di Paolo Montero
I cattivi non hanno bisogno di essere difesi. Non lo vogliono nemmeno, per una questione di principio. Ai cattivi, o presunti tali, piace così.... Apologia di Paolo Montero

I cattivi non hanno bisogno di essere difesi. Non lo vogliono nemmeno, per una questione di principio. Ai cattivi, o presunti tali, piace così. Perché è così che va il mondo: a un certo punto, arriva qualcuno, traccia una immaginaria linea di confine con il gesso, e se ne va. Di qui i buoni, i puri di cuore, gli onesti. Dall’altra parte i cattivi, i banditi, i disonesti.

Eppure non è così che va il mondo, a pensarci bene. Non è tutto bianco o nero, ci sono tante volte in cui anche un buono può diventare cattivo, per necessità, per spirito di sopravvivenza. Eppure dovremmo averlo capito che non c’è cattivo più cattivo di un buono quando diventa cattivo. Non si nasce cattivi. Banditi, in fondo, si diventa.

E’ per questo che oggi, nel giorno del suo quarantacinquesimo compleanno, voglio difendere Paolo Montero. Voglio portarlo al di qua di quella linea tracciata col gesso. Trascinarlo dalla parte dei buoni, degli onesti, dei puri di cuore. Si, Paolo Montero non è la bestia che tutti voi avete dipinto fino ad oggi. Paolo Montero è un angelo dal cuore d’oro, e lo voglio gridare ai quattro venti, perché tutti mi sentano.

Basta poco per essere scritturati per la parte del cattivo, nell’immaginario collettivo dell’infame mondo del pallone. Una faccia ruvida, i lineamenti squadrati, gli occhi torvi. Due o tre interventi sconsiderati, qualche cartellino di troppo, un’intervista un po’ più spavalda delle altre, ed il gioco è presto fatto.

Due più due, in questo caso, fa sempre quattro, e l’etichetta del cattivo arriva in fretta. Paolo Montero da Montevideo, signore e signori, è un duro, un cattivo, un bandito. E da lui gli onesti e i puri di cuore farebbero bene a scappare se non vogliono finire triturati in quel carnaio infernale guidato dalle gambe e dal randello del Señor Paolo.

Eppure, amici miei, non è così, e io ve lo posso giurare. Paolo Montero da Montevideo è un buono. Un tenero, un romantico, uno di quelli che ha dovuto indossare una maschera, ogni santissimo minuto speso in campo. Ogni randellata, ogni stecca, ogni pugno al volto di ogni gigidibiagio, ogni calcione ai francescototti di questo mondo, tutto parte di una recita, tutto parte del ruolo del cattivo che il Señor Paolo da Montevideo ha dovuto recitare dal giorno in cui è arrivato in Italia.

E i cattivi non sono cattivi davvero. E i nemici non sono nemici davvero. Ma anche i buoni non sono buoni davvero, proprio come me e te.

I cani, Wes Anderson

D’altronde, se arrivi negli anni ’90, in Italia, dall’Uruguay, non puoi non interpretare lo stereotipo del difensore animato dal sacro fuoco della garra charrua. Inevitabile. D’altronde, un giocatore di calcio è un po’ come un attore: mette in scena quello che gli chiedono di fare, ma soprattutto quello che la gente si aspetta da lui. Volete il Paolo Montero cattivo, spietato, infame? Bè, prendetevelo, è qui. Spolpatelo, nutritevi dell’anima da bandito di Paolo Montero il delinquente. Se è questo che volete, ve lo darò. Lo avrete.

Palla o gamba. O passa l’una o passa l’altra, entrambe no. Un cattivo ha bisogno anche di un repertorio di frasi da film western. Immaginatevi queste parole pronunciate da un Paolo Montero al limite dell’area di rigore, con la sua Smith & Wesson fumante e il suo cappello da gringo calato sugli occhi. Ecco, Paolo Montero è il cattivo perfetto per un film western. Quello che può stare simpatico solo a qualche svitato come noi, a quelli che nella vita hanno sempre fatto il tifo per i derelitti e i disgraziati. Perdendo sempre, s’intende.

Ma nel cuore di Paolo Montero non c’è mai stata traccia di malvagità, signore e signori della Corte. Oggi, davanti a tutti voi, nel giorno del quarantacinquesimo anniversario della nascita del Señor Paolo Montero da Montevideo, mi prendo la responsabilità di dichiarare che Paolo Montero era, è e sempre sarà un puro di cuore, un buono, un’anima santa. Anche a costo di passare per matto. Anche a costo di rimanere qui, solo, a urlare ai quattro venti l’innocenza del Señor Paolo.

Il destino di noi derelitti e disgraziati, in fondo, non è forse quello di farci prendere per matti?

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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