L’uragano Conte L’uragano Conte
Non è un caso. Non può essere un caso. Dietro a certe cose c’è -ci deve essere- sempre un filo logico che può aiutare,... L’uragano Conte

Non è un caso. Non può essere un caso. Dietro a certe cose c’è -ci deve essere- sempre un filo logico che può aiutare, se non a spiegare tutto, almeno a rimettere insieme i pezzi e a dare un senso a tutto, o quasi. Non può essere un caso, allora, che il Chelsea abbia vinto la sua prima partita della Premier League 2016-17 in un modo che somiglia tremendamente al suo allenatore.

Non può essere un caso, prendersi i primi 3 punti della stagione dopo averli dati per persi, con il gol di quello che in campo è il giocatore che più incarna lo spirito guerriero, passionale e irascibile dell’uomo seduto in panchina con addosso vestito, giacca e cravatta che vorrebbero volare via, sostituiti da divisa blu da gioco e scarpe con i tacchetti. Immaginare una partita più antoniocontesca -perdonate il neologismo, ma a volte le parole è più semplice invetarsele che cercarle- di Chelsea-West Ham era praticamente impossibile.

La staffilata disperata con cui Diego Costa batte Adrian, mentre il cronometro corre altrettanto disperatamente verso il novantesimo giro di lancette, incarna perfettamente quello che l’allenatore italiano ha chiesto e continuerà a chiedere ai suoi giocatori. La volontà di crederci fino alla fine, la disponibilità a metterci l’anima e anche qualcosa in più, l’intensità da buttare in campo ad ogni costo, per ogni minuto di ogni santa partita. E non è un caso che quel gol sia toccato a Diego Costa, nossignore.

Perché l’urlo del centravanti del Chelsea si congiunge, idealmente, all’urlo dell’uomo in panchina. Che salta per aria, incurante delle convenzioni e della compostezza che si richiederebbe ad un manager di Premier League. Urla, salta, fa volare per aria capelli (vabbè, dai) giacca, cravatta, vestito e pugni. E poi, Antonio Conte rompe quell’ideale barriera che in Premier League c’è ma non si vede. Quella con i tifosi a bordo campo, dietro le panchine, che stanno lì ma è come se non ci fossero, invisibili, come dei guardoni appostati dietro una vetrina.

Antonio Conte non ci pensa due volte, un gol al novantesimo, un gol così, vale bene romperla, quella barriera. Vale bene un abbraccio a quei tifosi che hanno sofferto insieme a te per tutta la partita, santiddio. E’ in quel preciso istante, forse, che Antonio Conte entra ufficialmente nel cuore dei tifosi dei Blues. Delle volte non ci vuole molto a capire le cose, a spiegarle. Non servono mille parole, mille congetture, mille osservazioni. Basta un abbraccio.

Il Chelsea, in campo, ha giocato a immagine e somiglianza del suo allenatore. D’altronde, dovremmo averlo imparato a furia di veder giocare la Juventus e l’Italia, questo sembra essere l’unico modo in cui le squadre di Antonio Conte possono giocare. Alternative non ce ne sono. Il Chelsea, rispetto all’anno scorso, non è cambiato poi tanto. A parte Kanté in mezzo al campo, messo a protezione dei tre centrocampisti offensivi, non ci sono grandi novità. Ma basta guardare la cattiveria e la grinta con cui Willian e Hazard (si, è proprio quello della scorsa stagione) attaccano le fasce, basta vedere Diego Costa che, già ammonito, si lancia in tackle su Adrian rischiando il rosso pur di provare a recuperare il pallone, per capire che a Stamford Bridge non è cambiato solo l’allenatore. Tira un’aria nuova, a Stamford Bridge, e non è solo un modo di dire.

A Londra, per quanto siano abituati a climi non propriamente amichevoli, farebbero bene a preparare impermeabili ed ombrelli. L’uragano Conte ha già cominciato a soffiare.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

 

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