Anthony Davis, il predicatore nel deserto Anthony Davis, il predicatore nel deserto
Questo è un accorato appello. Questo è il grido disperato di chi vede e riconosce un talento fuori dal comune, e vorrebbe che quel talento... Anthony Davis, il predicatore nel deserto

Questo è un accorato appello. Questo è il grido disperato di chi vede e riconosce un talento fuori dal comune, e vorrebbe che quel talento fosse adeguatamente valorizzato. Messo al servizio di qualcosa di più grande, di utile, di vincente. Perché il talento, anche se enorme, da solo non basta a vincere le partite. E se non si vincono le partite, questo giochino ha molto meno senso.

Anthony Davis di talento ne ha parecchio, in quantità che è difficile mettere per iscritto. Eppure, in quella baraonda che sono i New Orleans Pelicans attuali, rischia di buttarlo via in men che non si dica. Anthony Davis, lì in mezzo, rischia di rimanere, per sempre, un predicatore nel deserto.

Non che ne avessimo bisogno, ma i numeri delle prime due partite del ragazzo venuto da Kentucky sono di quelli che rimarranno nei libri di storia: 95 punti segnati nelle prime due esibizioni stagionali. Meglio di tutti, nella storia di questo giochino. L’unico altro signore a cui era riuscita una cosina del genere? Indossava la maglia numero 23, di solito, e si chiama Michael Jordan. E di punti, quell’anno, ne mise a referto 91, nelle prime due gare della stagione.

Ma non è solamente una questione di numeri. A 23 anni, Anthony Davis sembra aver trovato già la (quasi) definitiva maturità cestistica. E’ un giocatore in controllo, capace di fare cose che quelli della sua stazza (la maggior parte, almeno, visto che, ad esempio già Karl-Anthony Towns, per fare un nome, sembra un altro di questi lunghi) possono solo immaginare. L’evoluzione moderna del ruolo del lungo. E’ proprio grazie a quelli come Anthony Davis che parlare di ruoli- e di piccoli e lunghi- ha molto meno senso, nel 2016.




E l’abbiamo detto, non è solo questione di numeri. E’ questione di cosa riesce a fare Anthony Davis su un parquet, ma soprattutto come lo riesce a fare. La velocità di esecuzione, la naturalezza di certi movimenti che, a quell’altezza, dovrebbero essergli proibiti. E, soprattutto, la faccia giusta, l’impressione che, se gli fosse messa a disposizione una squadra degna di tal nome, sarebbe proprio un leader.

Poi, però, ti giri intorno. E noti la desolazione tecnica che circonda il 23 dei Pelicans. 27, 34, 45, 30: queste le partite vinte, anno per anno, da New Orleans da quando AD è sbarcato nella Nba. Una sola, fugace, apparizione ai playoff, nel 2015, giusto il tempo di fare un saluto ai futuri campioni dei Warriors e vederli andare via con un comodo 4-0 in tasca.

Anthony Davis è un campione. E ha tutto, veramente tutto, per diventare un grandissimo. Ma vederlo predicare nel deserto, tra un Solomon Hill e un E’Twaun Moore, fa veramente male al cuore. Che il destino ti assista, figliolo.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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