Ci sono partite la cui importanza va oltre il semplice risultato maturato sul terreno di gioco, il cui significato non è quantificabile attraverso punti,...

Ci sono partite la cui importanza va oltre il semplice risultato maturato sul terreno di gioco, il cui significato non è quantificabile attraverso punti, ragionamenti, calcoli sofisticati.

Ci sono partite che non si vorrebbero mai giocare perché il solo pensiero di non essere seduto, al triplice fischio, dalla parte giusta della storia procura un angoscia troppo grande, un chiodo fisso impossibile da scacciare, di peso enormemente superiore rispetto ad un eventuale successo che ti renderebbe eterno.

Ci sono partite come quella di ieri, la finale di ritorno di Copa Libertadores tra River Plate e Boca Juniors, il Superclasico più importante della storia del calcio sudamericano, che rappresentano un vero e proprio supplizio in grado di mettere a dura prova cuore, testa, nervi, e fisico di chi vi prenderà parte.

Basterebbe tutto questo, senza aggiungere ciò che è successo prima di ieri, che ha poco a che vedere con il calcio giocato, a renderla una partita crudele. Senza appello.

Eppure a volte il destino non si accontenta e decide di accanirsi, in modo apparentemente del tutto inspiegabile, nei confronti di chi non se lo meriterebbe proprio, come successo ieri con Fernando Gago, la cui unica colpa è stata quella di aver coronato il suo sogno di chiudere la carriera nella squadra che lo aveva lanciato da ragazzino, il Club Atlético Boca Juniors.

Siamo nei minuti finali dei tempi supplementari del Superclasico al Santiago Bernabeu, uno stadio che Fernando conosce piuttosto bene per il suo passato nei Blancos dal 2007 al 2011.

Il Boca è ridotto in 10 uomini e sotto 2-1 nel punteggio, Gago è entrato da pochi minuti per aiutare gli Xeneizes, con il suo carisma, la sua leadership e la sua esperienza, a rimetterla in piedi e giocarsi tutto nella lotteria dei rigori. Il finale più brutto ma forse anche il più coerente con una partita di questo tipo. Quasi mistica.

La palla è al limite dell’area di rigore e Fernando sta cercando di ripulirla per fare ripartire l’azione d’attacco quando improvvisamente, senza che nessuno lo abbia toccato, finisce rovinosamente a terra. È chiaro fin da subito che è successo qualcosa di brutto ma la concitazione dell’evento impone che si vada avanti senza prestare troppa attenzione, anche perchè Gago sembra rialzarsi e poter proseguire.

Passa qualche istante e si capisce che Fernando Gago deve alzare bandiera bianca, lasciando i suoi in 9 per gli ultimi disperati tentativi. Esce dal campo con le sue gambe, zoppicando, con la testa china e la mente chissà dove.

Era tornato da pochi mesi dalla rottura del crociato ma difficilmente chi si sbrana il legamento crociato anteriore riesce ad uscire dal terreno di gioco con le proprie gambe. A meno che non si  tratti di Fernando Gago, per l’appunto, che in Argentina-Perù, penultima partita valevole per le qualificazioni mondiali, con l’Albiceleste a serio rischio di non qualificarsi, aveva addirittura giocato qualche minuto con il legamento saltato pur di non lasciare i suoi in inferiorità numerica.

Questa volta però non si trattava di legamento crociato, bensì del tendine di achille, un altro terribile infortunio.

Chi conosce la storia di Fernando Gago ha già capito, ha già intuito dove il destino ha voluto mirare, quasi come fosse un cecchino senza cuore nè anima.

Il 13 Settembre 2015 ed il 24 Aprile 2016 il centrocampista argentino aveva subito lo stesso identico infortunio, seppur nell’altro piede, contro la medesima squadra: il River Plate. Tre infortuni gravissimi, nello stesso punto, contro lo stesso avversario, il più grande rivale di sempre. Lo chiamano scherzo del destino ma qua da scherzare non c’è proprio nulla.

Lo si scoprirà qualche ora più tardi, quando il Boca ha già preso il terzo gol e gli Xeneizes hanno visto i Millonarios alzare al cielo di Spagna la Copa Libertadores, proprio sotto i loro sguardi, attoniti. Increduli.

Sarebbe bastato tutto questo: un’onta difficile da cancellare per chiunque non portasse il bianco ed il rosso addosso, con cui convivere per il resto dei giorni, affidando al tempo il compito di fare il proprio dovere, quello di mitigare i ricordi.

Per Fernando Gago qualcuno evidentemente aveva deciso che non fosse una pena sufficiente. Nel tributare il giusto merito a chi ha vinto, nel riconoscere l’onore agli sconfitti, il primo abbraccio lo vorremmo dare a lui, sussurrandogli all’orecchio “Animo, Fernando!”.

Paolo Vigo
Twitter: @Pagolo