Andres Iniesta e l’elogio della relatività Andres Iniesta e l’elogio della relatività
Per spiegare ad un adolescente cosa siano tutti i fenomeni fisici e materiali che vanno sotto il nome di teoria della relatività un professore... Andres Iniesta e l’elogio della relatività

Per spiegare ad un adolescente cosa siano tutti i fenomeni fisici e materiali che vanno sotto il nome di teoria della relatività un professore ha due alternative: cominciare a parlare di numeri, equazioni, algoritmi e formule incomprensibili, oppure far vedere un video con una performance di Andres Iniesta. Nel primo caso saranno tabelline scritte alla rinfusa, regole che si intrecciano e che svogliatamente si studiano, per poi arrivare, a volerci bene, ad un 4 in pagella.

Nel secondo caso, beh, scatterà, nell’adolescente, la gioia incontenibile di aver capito tutto, di pensare che più delle regole matematiche contino le emozioni, le storie, la rinfrescante acqua del fiume dove bagnare le proprie mani, che non è mai per due volte la stessa.

Ed allora eccoci a raccontare di un calcio, quello del nuovo millennio, in cui bisogna essere fisicamente al top, in cui è preferibile essere veloci, velocissimi, muscolarmente esplosivi, in cui devi sovrastare l’avversario con la forza, con la prestanza,la reattività, con il sudore che sbianca le tue magliette ma che quasi è il tuo gatorade per andare avanti, per dare di più.

Queste regole valgono per il portiere, che deve essere un fascio di muscoli e nervi ma soprattutto deve essere pronto, di testa, di braccia e di gambe, ad anticipare il pensiero e l’azione dell’attaccante. Valgono per il difensore, se vuole evitare sommatorie di ammonizioni ed espulsioni, se vuole essere quel muro che l’attaccante non può superare. Valgono anche per l’attaccante, ma lui può permettersi l’intuizione, la finta, il genio, in qualche ipotesi persino il riposo nella dolce attesa che arrivi il pallone giusto, che tanto poi tocca a lui scagliarlo in fondo alla rete.

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Ma tutto ciò, per un centrocampista del calcio moderno, vale doppio. Non puoi permetterti di fermarti a pensare, devi correre più veloce degli altri, devi resistere agli scontri fisici, devi sputare fuori dal tuo corpo tutto il sangue che hai perché da te dipende il blocco dell’azione avversaria oppure il rilancio dell’azione offensiva della tua squadra. E tutto ciò diventa molto più difficile da fare se sei gracilino, normolineo, con uno scatto da atleta normale.

Ma c’è chi ci dimostra che tutto questo è relativo, c’è chi ci fa capire che un’arma, diversa e tremendamente efficace, non si crea in laboratorio, non si perfeziona a suon di statistiche, non si foraggia scolpendo muscoli nel marmo. Quest’arma è l’intelligenza, che relativizza tutti i concetti e si sovrappone ad essi ed anzi li sovrasta di brutto. Perché tutto è relativo, e forse per questo il più grande centrocampista del mondo è Andres Iniesta, “Don Andres” noto anche come l’ ”Illusionista”.
Perché è vero che devi essere più veloce degli altri, ma lo devi essere col pensiero, devi vedere dove finirà la palla uno/due secondi prima di quando ti arriverà tra i piedi, così gli altri non la vedranno nemmeno.

È vero anche che devi essere fisicamente prestante, muscoloso, reattivo, ma se la palla ti si incolla ai piedi, se nel fraseggiare con un compagno, non trovi un compagno ma un gemello(Xavi), nessuno può impedire al tuo calcio di uscire dal razionale e diventare metafisica, immaginazione, puro godimento.
Se quello spazio che gli altri aggrediscono, chiudono, imprigionano, tu lo crei, lo apri solamente smarcandoti prima, inventando traiettorie che sfuggono allo schema, al già scritto, all’immaginato, allora sì, tutto è relativo.

Perché tutti diranno è facile sapere qual è la cosa giusta da fare tra un passaggio corto o in profondità, tra un dribbling secco o un possesso palla. Tutti lo sanno ma l’ “Illusionista” lo azzecca sempre. Tutti vogliono vedere la palla, prenderla, controllarla, ma l’ “Illusionista” te la nasconde. Che poi giocare in mezzo al campo significa anche non riempire le pareti delle camere degli adolescenti con il tuo poster, significa che per strada, ogni volta che qualcuno farà un gol tra due pietre, o lattine scassate, come pali, non riecheggerà il tuo nome, non imiterà il tuo gesto, non si sentirà come te. Ma tutto è relativo, ed anche questo lo è.

Specie se tu, all’ultimo disgraziato minuto, quando per un tifoso bestemmie e preghiere sono sinonimi, scagli il pallone alle spalle del portiere avversario e fai concentrare l’antinomia preghiera-bestemmia in un “Grazie Dio per averci dato Iniesta”, mentre sventoli la tua maglia giallo intenso come evidenziatore del fatto che la finale è del Barça, del tuo Barça.

Specie se tu fai un gol che supera, tutto d’un fiato, la tanto obsoleta quanto indistruttibile questione regionale spagnola e con buona pace di tutti porti la Spagna sul tetto del mondo e dedichi quel momento all’amico che non c’è più, perché (ed anche questo è relativo) quando si è all’apice bisogna guardar giù e guardare la strada che si è fatta e con chi la si è fatta. Ti abbiamo visto creare magie razionali come i quadri di Mondrian e pennellate d’azione come Pollock, perché tu sei quello che crea, quello che tutti idealizzano di essere, quel giocatore a cui un allenatore non deve dire nulla se non “quando prendi la palla sii te stesso”.

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Giocare nella squadra di Messi e con Messi ti ha impedito, in un calcio in cui gli sponsor e la popolarità contano spesso molto di più dei valori tecnici e tattici, di alzare al cielo il massimo trofeo individuale per un calciatore, nell’epoca della rivalità Messi-CR7. Ma sappilo, tutto è relativo. A noi resta la gioia di vedere quel signore del centrocampo, che illude l’avversario di fargli prendere la palla, ma ha già la croqueta pronta per irriderlo, quel piccoletto fragile e gracile in mezzo ai giganti, che cascano come birilli e bestemmiano come portuali perché non riescono a stargli dietro, quell’inventore di varchi e tunnel che creano luce dove sembrava esserci soltanto buio, quell’incarnazione della semplicità brechtiana tanto difficile da farsi, eppure così evidente, nitida e sempre vincente.

Restano traiettorie sempre diverse e sempre nuove, che rinfrescano il cuore degli appassionati come quell’acqua del fiume mai uguale a se stessa. Pensiamo, adesso più che mai, che a Zurigo ad ogni gennaio questo mago del calcio moderno non debba poi tanto tenere il broncio. Ogni pallone che lui crea è d’oro. E questo non ha nulla di relativo.

Albert Einstein ha scoperto la più grande teoria della scienza moderna, ma a noi, per spiegarla, basta guardare Iniesta.

Marco Filippo Giorgianni
twitter: @Pinturicchio81

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