“È il giocatore che più mi assomiglia, l’unico che mi fa divertire quando guardo una partita di calcio.” Nel calcio le parole volano via...

È il giocatore che più mi assomiglia, l’unico che mi fa divertire quando guardo una partita di calcio.”

Nel calcio le parole volano via più velocemente che nel resto dell’universo. Le parole nel calcio sono effimere come in nessun altro posto al mondo. Ma ci sono certe parole che invece diventano un peso insopportabile, quasi una condanna. Una maledizione, una persecuzione. Lo diventano, se quelle parole le ha pronunciate Diego Armando Maradona, e tu sei un calciatore argentino, piuttosto talentuoso, che sulle spalle porti lo stesso numero indossato da Diego. Il dieci, ovviamente.

Da quel momento, oltre ai riflettori puntati tutti addosso a te, tutti insieme, non porterai solo il 10 sulle spalle. Ma porterai con te tutta la responsabilità di un popolo, tutte le aspettative di gente che non aspetta altro di poter celebrare il nuovo messia. E se ti va di lusso, potresti diventare Lionel Messi, la cosa che più ci si avvicina, a quel Diego, se non sul campo almeno nell’immaginario collettivo. Se ti va bene, puoi diventare Juan Roman Riquelme o Ariel Ortega, una promessa mancata che però non ti lascia con niente in mano, una promessa mancata che però diventa un eroe per la sua gente.

Oppure puoi diventare, anzi rimanere, Andrés D’Alessandro.

Un sinistro che aveva incantato il mondo, un sinistro che, per un certo periodo di tempo, ha fatto credere al mondo di essere stato messo lì per incantare e per conquistare tutto. Semplicemente, tutto. Andrés D’Alessandro, dal barrio di La Paternal, per un periodo è stato ben più di quello che poteva essere. Con la numero 10 del River sulle spalle, aveva conquistato tutto quello che c’era da conquistare. Anche quel titolo, quell’investitura pesante. arrivata da quell’altro numero 10, poco importava che fosse il 10 del Boca. Era Diego, era Dio in persona ad aver posato la mano su Andrés D’Alessandro, el cabezon. Ed era davvero qualcosa di speciale. Perchè quando Andrés D’Alessandro piano piano si affaccia al grande calcio, il calcio si sta trasformando. Nei primi decenni del 2000, il calcio di fantasia e intuizione sta lasciando il posto a un calcio muscolare, rapido, tattico.

D’Alessandro è esattamente l’opposto. E’ il 10 nel puro senso del termine, l’esaltazione e l’apologia dell’indolenza. Andrés D’Alessandro può permettersi di andare al rallentatore in un calcio che sta salendo sui binari dell’alta velocità. Può permetterselo perchè ha il piede e la testa di chi accende la fantasia e il cuore del popolo. Mentre gli altri vanno veloce, D’Alessandro può permettersi di fermarsi, prendere la mira, studiare la giocata. Può permettersi di inventarsi una giocata tutta sua, la Boba. Si porta il pallone all’indietro con la suola, temporeggia, attende che l’avversario si stufi e gli vada addosso per togliergliela, e poi se ne va via. Con uno scatto improvviso, o, quando proprio è in vena, con un elegantissimo tunnel. Strafottente, irriverente, indolente. Ma anche testardo fino all’ossessione, testardo ma coerente con il suo modo di vedere il calcio. Per questo Andrés D’Alessandro è un cabezon.

Con il River vince tutto quello che c’è da vincere. Fa parte della generazione dorata del calcio argentino. Per questo le grandi d’Europa fanno a gara per accaparrarselo. Nell’estate del 2003, Andrés D’Alessandro potrebbe semplicemente scegliere una delle maglie più prestigiose d’Europa e mettersela addosso. Non è d’accordo il presidente dei Millionarios, che dalla vendita del suo talento vuole mettersi in tasca quanti più soldi possibili. E infatti, un po’ a sorpresa, nel luglio del 2003 D’Alessandro finisce al Wolfsburg. E’ come trovarsi davanti a un muro. La Bundesliga non è l’ambiente ideale per D’Alessandro. Capisce presto che lì non può andare alla sua velocità, non si può permettere di fermarsi. Lì, quando mette in moto il motore (portando la W della Volkswagen sul petto non può essere altrimenti) spesso è troppo tardi. In Europa Andrés D’Alessandro finisce per essere un marinaio che ha smarrito la bussola. Sballottato in balia delle onde, come i difensori quando provavano a prendergli palla. Diventa un simbolo malinconico del peso dell’eredità di Maradona. E’ come se tutti potessero puntargli il dito addosso e sentenziare: “Ecco, guardate, questa è la fine che fa chi prova ad avvicinarsi troppo vicino a Dio“.

L’esperienza di D’Alessandro in Europa è un po’ come quella di Icaro. Una sorta di punizione per aver provato a volare troppo vicino al sole. Una sorta di punizione per aver permesso che qualcuno lo accostasse a Maradona. Wolfsburg, Portsmouth, Saragozza. L’avventura europea tocca porti marginali, malinconici. E come tante storie di fallimenti sudamericani in Europa, il ritorno a casa è obbligatorio. Solo che nemmeno al San Lorenzo riesce a risollevare la sua carriera. C’è bisogno di una mossa a sorpresa, di una svolta che nessuno si aspetterebbe. C’è bisogno dell’offerta dell’Internacional di Porto Alegre.

E siccome di scontato, in una carriera come quella di Andrés D’Alessandro, non c’è proprio nulla, è proprio in Brasile che riscopre se stesso e ritrova la via maestra. Sembra un controsenso, qualcosa di impossibile, qualcosa che sfida le leggi dell’umana comprensione. Un argentino che arriva in Brasile e diventa l’idolo della folla. Ma è proprio questo che fa D’Alessandro. Perchè ora che può tornare a giocare ai suoi ritmi, torna a dipingere calcio. Si riscopre leader, si riscopre campione. L’Internacional torna a vincere tutto quello che si può, compresa la Libertadores del 2010. Andrés D’Alessandro, tradito dall’Europa, tradito da se stesso, diventa una bandiera. Non prima di aver regalato un’ultima, romantica, stagione ai tifosi del River Plate. Oggi, l’eredità di Diego Armando Maradona la lascia volentieri ad altri. Alla storia, Andrés D’Alessandro, ci passerà comunque. Ci passerà come l’argentino che riuscì a farsi amare dai brasiliani.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro