Andrej Arshavin, la fragilità del talento Andrej Arshavin, la fragilità del talento
Ah, se solo avessimo avuto un pulsante per mettere in pausa il mondo, fermare lo scorrere del tempo, e cristallizzare tutto quello che ci... Andrej Arshavin, la fragilità del talento

Ah, se solo avessimo avuto un pulsante per mettere in pausa il mondo, fermare lo scorrere del tempo, e cristallizzare tutto quello che ci gira intorno alla magica estate del 2008.

Forse, se fossimo stati capaci di una magia del genere, avremmo potuto godere per sempre del talento, della luce e della bellezza del calcio di Andrej Arshavin.

Il primo giorno di quella magica estate è il 18 giugno del 2008: a Innsbruck la Russia si gioca con la Svezia un posto ai quarti di finale di Euro 2008, dopo aver vinto in maniera risicata con la Grecia e dopo aver perso malamente con la Spagna.

Andrej Arshavin, quelle prime due partite, le ha saltate. Ha rischiato di non esserci proprio agli Europei, quasi come la Russia.




Qualche mese prima, la nazionale di Hiddink si è qualificata per gli Europei vincendo solo per 1-0 in casa di Andorra, ma ha dovuto ringraziare l’incredibile sconfitta dell’Inghilterra, rimasta fuori da Euro 2008, per poter staccare il pass.

Ma, in quella trasferta di Andorra, è successo anche altro: Andrej Arshavin ha colpito un giocatore di Andorra con una gomitata in faccia e si è preso 2 giornate di squalifica. Hiddink ha pensato a lungo se convocarlo o meno, visto che avrebbe dovuto fare a meno di lui per le prime due sfide del girone.

Alla fine, lo porta, in Svizzera, dove la Russia gioca il suo girone. E, appena scontata la squalifica, butta dentro il suo numero 10 per la decisiva sfida contro la Svezia. Quel giorno comincia il magico europeo di Arshavin, che segnerà alla Svezia, e replicherà con uno strepitoso gol all’Olanda, ai quarti di finale, il momento forse più alto della sua carriera, prima che la Spagna, all’inizio del suo ciclo vincente, metta fine all’avventura della Russia a quegli Europei.

Il magico 2008 di Arshavin, comunque, era cominciato prima, con il trionfo del suo Zenit San Pietroburgo in Coppa UEFA, un po’ il sintomo della generazione dorata russa che si sarebbe affacciata al mondo qualche mese dopo, prima di finire, nel giro di pochi anni, nell’oblio.

Andrej si prende il palcoscenico a modo suo: con il talento, con le giocate di classe, con il suo tocco vellutato e quella faccia innocente, che sembra lasciar presagire tutta la sua immensa fragilità.

Nel febbraio del 2009, succede l’inevitabile: sono in tanti a volersi lanciare su Arshavin, diventato l’oggetto del desiderio di mezza Europa, ed è l’Arsenal di Wenger a vincere la competizione, mettendo sul piatto 20 milioni.

Quando arriva a Londra, sembra tutto perfetto: il 21 aprile, ad Anfield, segna quattro reti in un pirotecnico pareggio contro il Liverpool.

È il punto più alto dell’esperienza di Arshavin in Inghilterra, ma anche quello che forse segna l’inizio della discesa, come se, una volta raggiunto l’apice, non si potesse che cominciare la discesa verso gli Inferi.

Arshavin mette piano piano in mostra tutti i suoi limiti. Con la complicità di Wenger, che lo schiera spesso fuori ruolo e sembra fare di tutto per farlo sentire a disagio. Con la complicità della sua stessa testardaggine nel voler essere ossessivamente se stesso, come solo il vero talento sa fare.




La sua fiammella pian piano si affievolisce, fino a spegnersi, in un progressivo alone di tristezza che sembra circondarlo a poco a poco. In Inghilterra tirano fuori un po’ di tutto, qualcuno parla anche di depressione, senza sapere che in realtà stanno solo assistendo a quello che succede quando un calciatore estremamente talentuoso non trova l’habitat giusto per coltivare la sua magnificenza. La colpa, in fondo, è di tutti e di nessuno, come succede spesso in questi casi.

Come succede quando svanisce un amore.

Fino ad arrivare alla disastrosa esperienza degli Europei 2012, dai quali la Russia esce con disonore, e che a momenti valgono ad Arshavin l’etichetta di traditore della patria, considerato lo scarso impegno che Andrej mette in mostra.




Nel 2013 torna allo Zenit, ma ormai Arshavin non è più Arshavin. Se mai, davvero, quello che abbiamo visto nel 2008 è stato davvero Andrej Arshavin, e non solo uno splendido sogno, il frutto dell’immaginazione di un Dio innamorato del pallone e dei fantasisti con la faccia triste.

Oggi, Andrej Arshavin sembra aver ritrovato se stesso, insieme alla pace interiore. In Kazakistan, con la maglia del Kairat Almaty, lontano dai riflettori, ma vicino alla serenità d’animo che ad uno come lui serve come il pane.

La storia di Arshavin è un esempio perfetto di come, per coltivare il talento, sia necessario maneggiarlo con estrema cura: il rischio di rovinare tutto, con un piccolo errore, certe volte è troppo alto. E ci si mette un attimo a mandare tutto per aria.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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