Andrea Pirlo, il regista con la bacchetta magica Andrea Pirlo, il regista con la bacchetta magica
Una squadra di calcio è un’armoniosa orchestra. Undici persone (dieci, se il portiere resta tra i pali) che devono muoversi all’unisono, con i tempi... Andrea Pirlo, il regista con la bacchetta magica

Una squadra di calcio è un’armoniosa orchestra. Undici persone (dieci, se il portiere resta tra i pali) che devono muoversi all’unisono, con i tempi giusti, sapendo cosa farà il compagno, immaginando dove sarà il pallone tra un attimo. O perlomeno, nelle squadre normali funziona così. Poi ci sono le squadre di Andrea Pirlo. In cui tutto passa tra i piedi del regista di Flero, e in cui tutti si muovono agli ordini delle invenzioni, delle magie e delle pennellate di Andrea. Un simbolo del calcio italiano che ha saputo, silenziosamente, salire nell’Olimpo dei migliori, e restarci. Un campione amato a prescindere dalle maglie che ha indossato. E, in Italia, è già questa un’impresa.

Se hai la fortuna di avere in squadra Andrea Pirlo non puoi non andare ai suoi ritmi. Tutto passa dalle sue invenzioni. Il suo talento è difficilmente spiegabile con i canoni della normalità calcistica. Anzi, anche senza eccessi, anche senza polemiche, anche senza alzare la voce, Andrea Pirlo è tutt’altro che normale. Ogni giocata è una nuova pennellata su una tela bianca. Il Maestro rifugge dal concetto di banalità, come se un passaggio a un compagno a un metro di distanza fosse un peccato mortale. No, anche un cambio di gioco, se lo fa Andrea Pirlo, diventa un momento di magia. E pazienza se, di tanto in tanto, si perde qualche pallone di troppo pur di cercare la giocata a effetto per uscire dalla difesa. E’ un prezzo che devi essere disposto a pagare.

Lui è fantastico. Ha una superiore visione di gioco e con un colpo mette la palla dove vuole. Il calcio si gioca con la testa. Se non hai la testa, le gambe da sole non bastano.

(Johan Cruijff)

Ma il grande pregio di Andrea Pirlo è quello di rendere magici anche i movimenti più banali. Anche i passaggi più scontati. Anche quelli che sembrerebbero semplici. Sembrerebbero, appunto, perchè la naturalezza e l’imperturbabilità con cui Andrea Pirlo si muove in campo nascondono tutte le difficoltà, fanno sembrare tutto naturale. Senza dover correre naturalmente. Il pallone viaggia molto più veloce dei piedi, se comandato dalla testa giusta.

E poi c’è quel carisma silenzioso. Quella capacità di fare da leader anche senza dover per forza alzare la voce. Come quando andò da Ancelotti a convincerlo che il suo posto era davanti alla difesa, a impostare il gioco. A fare il regista, appunto, a decidere tempi, modi, ritmi. A imporre ai suoi compagni la sua illuminante visione del gioco.

Pirlo è un leader silenzioso: parla coi piedi. (Marcello Lippi)

Si, perchè la prima vita di Andrea Pirlo è quella del trequartista. In un calcio in cui se hai i piedi buoni nessuno si fa scrupoli, prende la maglia numero 10 e te la pianta sulle spalle. Chiedendoti di inventare calcio. Ma se, un bel giorno, in quella squadra, arriva un codino che non indossa il numero 10, E’ il numero 10, bè, allora anche il giovane con i piedi buoni deve fare un passo indietro. Non metaforicamente, ma in mezzo al campo. Si mette in mezzo alla difesa e diventa l’Andrea Pirlo che conosciamo. E forse, dobbiamo tutti un bel ringraziamento a Sor Carletto Mazzone e al suo coraggio.

Il coraggio che il Milan, qualche anno fa, non ha avuto. Ha visto un giocatore che stava invecchiando, che stava rallentando, e ha deciso che non c’era più spazio per lui. Andrea Pirlo non ha fatto rumore. Non ha sollevato polemiche, non ha sbandierato astio ai quattro venti. Senza scomporsi di una virgola, come suo costume, ha preso armi e bagagli e si è accasato alla Juventus. Insieme ad Antonio Conte l’ha ribaltata come un calzino, ha portato le sue idee e i suoi ritmi a Torino. La rinascita della Vecchia Signora è passata, innegabilmente, dai piedi fatati di Andrea Pirlo.

Quando l’ho visto giocare ho pensato: Dio c’è, perché è veramente imbarazzante la sua bravura calcistica. (Gianluigi Buffon)

E poi c’è quell’istinto che solo i migliori possiedono. La capacità di essere decisivi con una singola giocata. Quasi sempre quando tutto, nel finale, sembrava già deciso. Con tempismo da tragedia greca, all’ultimo respiro, quando i tifosi si aggrappano solo e soltanto alle loro ormai flebili speranze. Come quel gol nel derby di quest’anno con il Torino. Con il tempo che scorre, il novantesimo ampiamente scoccato. Ad Andrea Pirlo è bastato alzare la testa, guardare la porta, scoccare un siluro imprendibile. Come se fosse la cosa più semplice di questo mondo. Come se non fosse una cosa difficile solo da immaginare.

Già, quelle traiettorie. Ogni calcio piazzato, un colpo al cuore. Per i tifosi avversari, per i portieri. Che non sanno mai cosa aspettarsi. Sarà una maledetta? Sarà un tiro a giro? Passerà sotto i piedi della barriera che ha deciso improvvidamente di saltare? Un siluro dritto per dritto sul palo del portiere? L’unica soluzione è fare il segno della croce e sperare che quel tiro non centri la porta.

Andrea Pirlo ha deciso di salutare l’Italia e andare negli Stati Uniti. Porterà con sé una bacchetta magica e la sua idea di calcio, con cui illuminare un altro angolo di cielo.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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