Andrea Fortunato, le parole che non ti ho detto Andrea Fortunato, le parole che non ti ho detto
Se vi capiterà di cercare su Google il nome di Andrea Fortunato vi ritroverete davanti un faccione a metà tra Toto Cutugno e Little... Andrea Fortunato, le parole che non ti ho detto

Se vi capiterà di cercare su Google il nome di Andrea Fortunato vi ritroverete davanti un faccione a metà tra Toto Cutugno e Little Tony. È il classico ragazzo italiano degli anni ’90. Alto, moro, bello. Con una zazzera galoppante. E pure seducente.

Dicono sia colto, Andrea Fortunato. Suo papà è cardiologo a Salerno. Sua mamma bibliotecaria. Suo fratello è avvocato. Sua sorella laureata in lingue. Lui ha completato gli studi e si è fatto prendere da questo maledetto pallino del pallone. Comincia con i dilettanti della Giovane Salerno, promette a papà Giuseppe di continuare a studiare. Nella vita, come nel calcio, non si sa mai. Ed è meglio prevenirsi.

Da Salerno a Como, da Como a Genova. Poi una parentesi a Pisa. La fascia sinistra è la sua zona prediletta. Corre, sale, spinge e si propone. Prima come centrocampista, poi come terzino. È testardo, generoso. Dà l’anima in campo “anche per mille lire”. Con al fianco Panucci disputa una delle stagioni più entusiasmanti nel 1992.

Ho trovato il nuovo Cabrini”, annuncia Trapattoni, tornato a Torino per risollevare la Signora e consegnandogli subito la maglia numero 3. “Questi paragoni sono una sciagura”, gli fa eco lui, avverso alle troppe aspettative.

La stagione mica va poi così male. Col Trap in panca Fortunato è titolare fisso, gioca nella squadra per cui tifava da bambino e trova il suo primo gol in maglia bianconera, a dicembre, nella trasferta persa a Roma contro la Lazio per 3-1.

In primavera, però, le cose cambiano. Andrea cala, “è stanco, irriconoscibile”, lui che è sempre stato “un concentrato esplosivo di energia”. Anche i giornali se ne accorgono. I tifosi cominciano a storcere il naso. Gli ultras della curva Scirea lo prendono di mira pesantemente dopo l’eliminazione in Coppa UEFA col Cagliari accusandolo di fare la “dolce vita”, di essere “un lavativo, un malato immaginario”. Lo prendono a uova in faccia. Lo spintonano. Gli sputano. Lui non reagisce.

Un malato immaginario. Certo. Nel corso dell’amichevole col Tortona Andrea è costretto ad abbandonare il campo all’intervallo. “Sono sfinito”, dice. Riccardo Agricola, medico sociale bianconero, gli suggerisce analisi più approfondite. La diagnosi parla di una forma di leucemia linfoide acuta. Andrea è ricoverato all’ospedale Molinette di Torino. I medici individuano 3 persone nel mondo compatibili per il trapianto di midollo osseo. Ma non sono reperibili. Andrea viene così trasferito a Perugia, in un centro specializzato, in cui viene sottoposto a trattamenti di chemioterapia.

Ravanelli gli cede la sua casa a Perugia per meglio seguire i trattamenti. Baggio lo chiama ad ogni partita italiana dagli USA, e gli dedica ogni gol fatto ai Mondiali. Lui interviene al telefono alla Domenica Sportiva e con voce flebile ringrazia. “Sto lottando. Spero di uscire quanto prima di qui”. Sua sorella Paola e suo papà Giuseppe decidono di donare midollo osseo. Le cellule sembrano attecchire. Il fisico migliora.

Andrea esce dalla stanza sterilizzata che l’ha tenuto prigioniero per più di un anno. Riprende ad allenarsi con i giocatori del Perugia. Torna in palestra. Torna a casa per festeggiare la laurea di sua sorella Paola. Arriva in tribuna a Genova, convocato a sorpresa da Marcello Lippi per la trasferta con la Samp.

Se ne va, Andrea, un pomeriggio del 25 aprile 1995. Un improvviso calo delle difese immunitarie causato da una polmonite gli toglie la vita. Il funerale si svolge il giorno successivo nella Cattedrale di Salerno. C’erano più di 5mila persone. C’erano la Juve e la Salernitana, c’era Porrini, erede della sua numero 3 alla Juve, c’era Vialli, con cui Andrea aveva legato tantissimo. C’erano tante persone comuni. C’era gli stessi tifosi che l’avevano insultato, denigrato e sputato. Che si erano rimangiati la parola e armati di fiori erano andati a trovarlo all’ospedale a Torino. Ma non li fecero entrare, la camera era stilizzata e furono costretti a lasciargli un bigliettino d’auguri. E di scuse.

Speriamo che in paradiso ci sia una squadra di calcio – disse, commosso, Gianluca Vialli in Cattedrale –  Così che tu possa continuare a essere felice correndo dietro a un pallone”.

Vorremmo far finta che la vita non sia stata ingiusta con questo ragazzone di 25 anni. E invece non ci riusciamo. Ciao Andrea. Il destino ti ha tolto prima il gioco, poi la vita. Ma non il ricordo. Quello ce lo teniamo stretto.

Raffaele Nappi
twitter: @RaffaeleNappi1

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