Dici “Gallo” e pensi immediatamente al protagonista indiscusso del pollaio, all’animale che sembra fare di tutto per attirare l’attenzione su di sé, con l’intento...

Dici “Gallo” e pensi immediatamente al protagonista indiscusso del pollaio, all’animale che sembra fare di tutto per attirare l’attenzione su di sé, con l’intento di farsi guardare, di farsi ammirare. Con l’aria di chi vuol far capire chi comanda, in quel recinto. Dici “Gallo“, spostando metaforicamente il significato verso quadrupedi che si sono alzati in piedi e sono diventati bipedi dotati di favella, e pensi a personaggi che fanno di tutto per mettersi al centro della piazza, sotto le luci dei riflettori.

Dici “Gallo” e magari pensi al Gallo Cedrone di Carlo Verdone, un po’ coatto, un po’ cafone, ma in fondo uno di quelli che quando ci esci insieme due risate te le fanno fare, anche se non vogliono. Dici “Gallo” e ti chiedi cosa c’entri tutto questo con un ragazzo che tutto sembra tranne uno che voglia le luci della ribalta puntate addosso, uno sbruffoncello pronto a dire “guardatemi, ammiratemi, abbagliatevi“.

Si, perché Andrea Belotti, per tutti il Gallo, del gallo -come animale o come metafora- ha ben poco. E quel soprannome, quando ti spiegano come è nato, ha davvero poco a che vedere con un ragazzo che tutti descrivono come umile, con la testa ben piantata tra le spalle, sul collo, e soprattutto altruista come pochi sanno essere nel mondo del calcio. Già, ma allora perché Andrea Belotti è diventato per tutti il Gallo? Qualcuno racconta che il piccolo Andrea, a Grumello del Monte, settemila e spicci abitanti a una ventina di chilometri a est di Bergamo, corresse, ammaliato, dietro ai galli del pollaio della zia, rincorrendoli per ore. E poi c’è il suo migliore amico, quasi un fratello, quello a cui Andrea dedica le esultanze con la cresta: Juri, che di cognome, appunto, fa Gallo.

Corsa e altruismo: così è nato il soprannome di Andrea Belotti, e così il ragazzo gioca in campo. Un centravanti moderno, che sta contribuendo alla reinterpretazione in chiave millennial  del ruolo del numero 9 su un campo di calcio. Rapido, veloce, sgusciante, ma anche forte fisicamente, dotato dell’indispensabile fiuto del gol e del senso della posizione che un numero 9 dovrebbe avere, ma anche e soprattutto di quello spirito di sacrificio e quella dedizione che gli consentono di fare movimento su tutto il fronte offensivo, che si tratti di aiutare la manovra o di andare a pressare i difensori avversari per agevolare il recupero palla, fa poca differenza.

Al sacrificio, al farsi un mazzo così per venire fuori ed emergere, Andrea Belotti è sempre stato abituato. Sin dal giorno in cui l’Atalanta, al primo vero provino del Gallo, gli chiuse la porta in faccia. Peccato, per chi abitava a due passi dallo Stadio Atleti Azzurri d’Italia, con papà che proprio per la Dea faceva il tifo. Ma per uno come Andrea le delusioni fanno parte della vita, e vanno accettate, reagendo subito. Qualche giorno dopo, il provino con l’altra squadra che giocava all’Atleti Azzurri d’Italia, andò meglio: l’Albinoleffe non ebbe dubbi, se lo prese immediatamente in casa, dimostrandosi, per una volta almeno, più lungimirante di quello che resta uno dei settori giovanili più floridi d’Italia. Il 10 marzo 2012 fa l’esordio in Serie B, e ci mette 15 minuti per segnare il suo primo gol nella serie cadetta.

La stagione dell’Albinoleffe è però fallimentare: retrocessione in Lega Pro, che però per il Gallo diventerà una grande opportunità per trovare più spazio e per mettere a segno 12 reti, oltre che per crescere e fare esperienza. Nel settembre del 2013 si trasferisce al Palermo, che aiuterà a risalire in serie A con 10 gol in 24 partite. E l’estate successiva, il 31 agosto 2014, arriverà l’esordio in Serie A, entrando in campo al posto di Paulo Dybala. Già, proprio Dybala, che fa coppia con Vazquez, trascinerà il Palermo, e per il Gallo c’è da sgomitare per trovare un po’ di spazio. La prima volta che gioca da titolare, però, fa subito doppietta, al San Paolo contro il Napoli. Alla fine, anche e soprattutto entrando a partita in corso, giocherà tutte e 38 le partite di quel campionando, segnando 6 reti.

All’inizio della stagione 2015-16 arriva la grande occasione: il Torino sborsa 7 milioni di euro per riportarlo dalle parti di casa sua. Non sarà Bergamo, ma casa è comunque più vicina della Sicilia. Il Gallo esplode nella seconda parte di campionato, ma stupisce soprattutto per la voglia che mette in campo ogni volta; per la fame, per la forza di volontà e per il grande altruismo, come dicevamo. Segna, ma fa anche segnare. Finalizza, ma aiuta anche a costruire la manovra. Un centravanti vecchio stampo, quando serve, ma anche una seconda punta mobile che si sacrifica per la squadra, se necessario. Retaggio degli anni trascorsi sulla fascia nelle giovanili dell’Albinoleffe. Il suo eroe? Andriy Shevchenko. In fondo, in certi aspetti, caratteriali, gli somiglia pure: la determinazione, la voglia di lavorare e migliorarsi sempre, la riservatezza che a volte sembra diventare timidezza.

E’ nella seconda metà del campionato scorso che il Gallo alza definitivamente la cresta. 11 reti in 22 partite nell’anno solare 2016. In mezzo anche il gol -su rigore- che interrompe la striscia di imbattibilità di Gigi Buffon. Anzi, rettifica: con le 4 reti segnate nelle prime due gare del campionato appena cominciato, siamo a 15 in 24 partite. Gol che gli valgono la prima storica convocazione in nazionale, convocazione che, per un curioso caso del destino, arriva proprio dall’allenatore che più di tutti ha contribuito a questi risultati: Giampiero Ventura.

Il Gallo, però, non si monta la testa, anzi, la cresta. E’ uno di quelli che sa che deve continuare a lavorare, a sudare e a sbattersi l’anima per rimanere dove è, e per continuare a salire su un gradino alla volta. Adesso l’obiettivo è quello di diventare il centravanti titolare della Nazionale italiana, e mimare quell’esultanza, quella cresta con il sorriso (sempre sul volto) anche con la maglia azzurra. Per un gallo con la testa sulle spalle, in fondo, i sogni ci mettono poco a diventare realtà.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro