Yo soy un duro, no un malo: Andoni Goikoetxea Yo soy un duro, no un malo: Andoni Goikoetxea
La storia ha molte porte. Alcune illuminate, dorate, lastricate di diamanti quelle di cui si servono i campioni per giungere sul palcoscenico in tutto... Yo soy un duro, no un malo: Andoni Goikoetxea

La storia ha molte porte. Alcune illuminate, dorate, lastricate di diamanti quelle di cui si servono i campioni per giungere sul palcoscenico in tutto il loro splendore. Altre buie, luride, che si affacciano sui vicoli più sporchi dell’umanità. Dimenticate dalla gente e da Dio. Ed è da una di queste porte che Andoni Goikoetxea entra nella storia. 24 settembre del 1983. E’ un sabato, un sabato di Liga. L’Athletic Club di Bilbao, campione di Spagna in carica, scende in campo al Camp Nou di Barcelona. L’orgoglio basco contro l’orgoglio catalano.

Non era una partita come le altre. Non lo era per i 22 che sarebbero scesi in campo. Non lo era per Andoni. Soprattutto per Andoni. Due anni prima, aveva mandato in frantumi il ginocchio di Bernd Schuster, centrocampista tedesco dei blaugrana. Due anni prima. Ma nessuno a Barcelona se l’era dimenticato. Avevano covato odio, avevano sperato sarebbe arrivato il giorno della vendetta. Ma in cuor suo, Andoni sapeva di non aver nulla di cui vergognarsi. Aveva fatto solo il suo mestiere. Che in quegli anni, in quella Liga, era uno e solo uno. Ogni singola partita in cui il Mister lo schierava tra gli undici titolari, Andoni aveva un compito, uno e solo uno. Appiccicarsi all’attaccante avversario più pericoloso. Non farlo girare. Non farsi saltare. Non fargli controllare il pallone. Non farsi superare. E se succedeva una qualsiasi di queste cose, Andoni aveva una soluzione, una e solo una: legnare e randellare, picchiare e colpire. Con le buone o con le cattive, doveva fermare il suo avversario. Spesso, molto spesso, erano le cattive.

Non era una partita come le altre, per Andoni Goikoetxea, quella partita al Camp Nou. Ma non sapeva che sarebbe diventata la partita che ne avrebbe marchiato a fuoco la carriera. La partita che sarebbe tornata a svegliarlo nel sonno. Lo stesso incubo, tutte le notti. Lo stesso incubo, anche di giorno. La partita che lo avrebbe consacrato alla storia con l’appellativo di “Macellaio di Bilbao“. Il Barcelona, spinto dai novantamila del suo stadio, si porta sul 2-0. Il Barcelona, trascinato da un ragazzo argentino con folti riccioli neri, fisico tracagnotto e faccia di quello che ne ha già viste tante nella vita già a 23 anni, conduce 2-0. Andoni Goikoetxea è vittima di una caccia all’uomo. Ma non sono undici avversari a perseguitarlo. Sono novantamila anime imbestialite con lui. Novantamila anime che vogliono vendetta per quel fallo di qualche anno prima.

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Bernd Schuster è l’uomo in missione. Per conto di Dio, per conto dei novantamila del Camp Nou, per conto del suo ginocchio sbranato qualche anno prima. Non ci pensa due volte, Schuster. Sono gli anni ’80, la giustizia latita e le questioni si risolvono così. Tira un calcione a Goikoetxea, lo fa volare per aria, dolorante. L’arbitro fa segno di proseguire, i novantamila del Camp Nou approvano. Approvano e sorridono, approvano e scherniscono. Giustizia è fatta. Vendetta è compiuta. Tra le esperienze più pericolose da provare sulla propria pelle, nella vita, ce n’è una che è particolarmente rischiosa: pungere un basco nell’orgoglio. Andoni Goikoetxea, dopo quel calcione, non capisce più nulla.

Al cinquantottesimo minuto, le lancette tremano, poi si fermano. Il mondo mette in pausa. E’ un attimo. Ma nel calcio, nella vita, in tutto quanto, un attimo è ben più che sufficiente. Il 10 del Barcelona, quel ricciolone con il baricentro basso, prende palla a centrocampo. Ha intenzione di continuare a fare quello che sta facendo ininiterrottamente dal fischio d’inizio. Dominare la partita.

E’ un istante. Andoni Goikoetxea non pensa, Andoni Goikoetxea esegue. Un ordine che arriva non dalla testa, ma dal cuore, dalla pancia. Da qualsiasi parte del corpo in cui risieda l’anima di un basco e noi, qualche idea, fidatevi, ce l’abbiamo.

Andoni Goikoetxea si avventa sul 10 del Barcelona. Andoni Goikoetxea sbrana la caviglia del 10 del Barcelona. Tacchetti contro ossa. Anche nel frastuono dei novantamila del Camp Nou, si sentono distintamente due suoni. Il crac del 10 del Barcelona e il suo lancinante urlo di dolore. I novantamila del Camp Nou smettono di fischiare, smettono di sbratare. Improvvisamente tacciono. Tacciono della paura di chi sa di trovarsi di fronte a una tragedia. Tacciono del rispetto che si porta verso il dolore umano. Tacciono del terrore di chi assiste ad un atto di irriverenza suprema nei confronti di Dio. Nei confronti di Dio, si. Perchè il 10 del Barcelona si chiama Diego Armando Maradona, e con la caviglia in frantumi rischia di non poter dipingere più calcio. Rischia di non poter più pennellare la sua particolare visione del mondo a noi elargita sotto forma di pallone. Rischia di non essere più Dio.

Goikoetxea si rialza. Non guarda più nulla. Assiste impotente al suo ingresso perentorio nella storia del calcio. Dalla parte dei cattivi. Attende il responso dell’arbitro. Mano nel taschino, cartellino tra le dita. Un istante, e sarà fuori. Un istante, e potrà farsi insultare dai novantamila del Camp Nou, che non aspettavano altro. Un istante e potrà diventare per tutti “il Macellaio di Bilbao“. Poi, quella mano si alza al cielo, il cartellino si mostra al mondo. Giallo, una condanna peggiore. La condanna a restare in campo e prendersi i fischi, gli insulti, la rabbia di tutto il Camp Nou. La condanna a uscire sconfitto a testa bassa per 4-0.

Quando slaccia gli scarpini e si infila nella doccia, Andoni Goikoetxea sa che da oggi avrà tutti contro. Sa che sarà considerato una bestia, sa che il suo gesto sarà considerato l’empio sacrilegio di un folle, un attentato al Dio del Pallone sceso in terra ad istruire noi poveri mortali. Andoni Goikoetxea attende la sua punizione, sa di essersela meritata. Vuole espiare le sue colpe, vuole imbiancare a nuovo la sua anima. Tutti lo attaccano. Tutti puntano il dito contro di lui. Tutti vorrebbero la sua testa.

“Yo soy un duro, no un malo”, ripete in quei giorni lo stopper basco. E’ il mio mestiere, non posso farci altro. In campo mi chiedono di picchiare, io eseguo gli ordini. Non sono cattivo, non lo sarò mai. Prima che la federazione si esprima sulla sua squalifica, c’è un’altra partita da giocare. Ci sono degli altri scarpini da allacciare. E’ il 28 settembre, solo 4 giorni dopo il fattaccio. Andoni Goikoetxea scende in campo con il suo Athletic. Al San Mames, alla Cattedrale. Contro il Lech Poznan. Per la prima volta, in Coppa dei Campioni. Andoni a un certo punto sale in aria, tira una zuccata al pallone, che ha addirittura il coraggio di infilarsi in rete. E’ il gol dell’uno a zero, cui seguiranno quello del due a zero, quello del tre a zero, quello del quattro a zero.

Finisce la partita. Andoni viene portato in trionfo dai compagni. Un dirigente dell’Athletic si avvicina allo stopper. Gli sussurra qualcosa all’orecchio. La Federazione ha deciso, la giustizia ha sentenziato. Diciotto giornate di stop. Un ergastolo per uno che vive di erba, di pallone, che mangia caviglie e tibie altrui. Ma Andoni aspetta. Aspetta, guarda i suoi compagni giocare. Con la fierezza di chi sa di non essere il cattivo. Con la serenità di chi sa che tornerà presto a fare il suo dovere in campo. Non far girare l’avversario, non farlo passare, non farsi superare.

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E poi, finalmente, quel giorno arriva. Il Dio del Pallone ha deciso che non si è ancora divertito abbastanza in quella straordinaria stagione 1983-84. Mette di fronte Barcelona e Athletic Club, ancora una volta. In palio c’è la Coppa del Re, al Santiago Bernabeu. Andoni Goikoetxea può tornare ad allacciarsi gli scarpini. Non quelli della volta precedente. Quelli, li ha indossati contro il Lech Poznan, ci ha segnato il primo gol della storia dell’Athletic nella Coppa dei Campioni e li ha riposti in una teca di vetro a casa. Le scarpe che osarono sfidare Dio restano a casa. Andoni si allaccia un altro paio di scarpini, va in campo, a fare l’unica cosa che sa fare: il suo mestiere.

Si appiccica a Diego Armando Maradona, non lo fa respirare. Gli fa sentire il suo fiato sul collo. Gli fa temere per la sua incolumità fisica, perchè quello è il suo mestiere e non può fare altrimenti. Ogni volta che Diego prova ad andar via, Andoni lo butta giù con una randellata. Ogni volta che Diego allunga il passo, Andoni lo stende con una legnata. E così via per 90 minuti. 90 minuti al termine dei quali il gol di Endika al minuto 13 è sufficiente per regolare la contesa. L’Athletic Club vince la Coppa. Goikoetxea ha affrontato il suo incubo e ne ha fatto un solo boccone. Ne è uscito da vincente come solo i grandi hanno il coraggio di fare.

“C’erano due possibilità: o farsela addosso o far finta di non sentire e combattere”. A Bilbao, nessuno ha mai dubitato per un solo istante. A Bilbao sapevano che un basco non può farsela addosso, per nessuna ragione al mondo. L’etichetta di Macellaio di Bilbao non gliel’ha tolta nessuno, ma Andoni ha fatto come quella volta al Bernabeu. Ha fatto finta di non sentire. Tra la sua gente, Andoni non è il Macellaio di Bilbao. E’ semplicemente El Gigante de Alonsotegui.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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