Ancora Mou! Ma non dovevamo vederci più? Ancora Mou! Ma non dovevamo vederci più?
“Se ami quello che fai, non perdi i capelli. Guardate Guardiola: sta diventando calvo. Significa che non gli piace il calcio.” (J. Mourinho) “Mou... Ancora Mou! Ma non dovevamo vederci più?

Se ami quello che fai, non perdi i capelli. Guardate Guardiola: sta diventando calvo. Significa che non gli piace il calcio.
(J. Mourinho)

Mou ha vinto la sua Champions, quella fuori dal campo, quella delle sfide a parole.
(J. Guardiola)

Eppure c’è stato un periodo in cui camminavano uno accanto all’altro, José e Josep. E sorridevano. Erano gli anni d’oro del grande Barca, gli anni di Ronaldo e di Van Gaal. Gli anni in cui José, non ancora Mou, non ancora lo Special One, era il vice di Bobby Robson prima e di Louis Van Gaal, appunto, poi. Gli anni in cui Josep, già detto Pep, era già allenatore. Ma in campo. Colui che dettava i tempi di gioco in un centrocampo in cui spiccavano il dinamismo di Luis Enrique e il genio verticalizzatore e visionario di Ivan De La Pena.

Poi José Mourinho, moderno Brian Clough, ambizioso ai limiti dell’ossessione, ha preso la sua strada. E dopo due brevi parentesi con il Benfica e con l’Uniao Leiria, ha rifondato il Porto e lo ha portato sul tetto d’Europa, facendogli gustare il panorama dei vincitori da due tetti differenti. Coppa Uefa prima e Coppa dei Campioni poi. Andare ad allenare il Chelsea, l’anno dopo, e autonominarsi “Special One” è stato un tutt’uno. E al Chelsea del magnate Abramovich regala la seconda Premier dopo cinquant’anni. Concedendo il bis l’anno successivo. Dopo quattro anni in blu, però, di cui l’ultimo a malapena iniziato, José aggiunge un tocco di nero al suo curriculum e sbarca a Milano, sponda interista, per dimostrare a tutta Europa che lui non è un pirla.

Anche perché un pirla non potrebbe mai portare, in soli due anni, una squadra come l’Inter, fortissima ma non ancora cannibale, sul tetto d’Europa, giocando un calcio aggressivo, orgoglioso e solido. E convincendo primedonne come Ibra prima e Eto’o poi a sacrificarsi in funzione delle esigenze della squadra. Il Triplete a Milano nella stagione 2009-10 è il suo capolavoro sportivo. Una cena abbondante che non lascia nemmeno una briciola agli avversari, si chiamino Barcellona, Bayern Monaco o Roma. E’ l’anno degli zeru tituli. E’ l’anno in cui Mou corre esultando, noncurante degli idranti appena aperti, sul prato del Camp Nou dopo aver eliminato proprio il Barca di Guardiola in semifinale.

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Subito dopo la Coppa Campioni vinta grazie alla doppietta di un onnipotente Milito, José capisce che il suo ciclo a Milano è finito. E allora, in un post partita commovente, abbraccia un Materazzi in lacrime e accetta le milionarie avances del Real Madrid.

Ed è atterrando a Madrid che José può finalmente riabbracciare la sua nemesi preferita. Colui che in tutti questi anni ha studiato per diventare, riuscendoci, il profeta di un nuovo modo di intendere il Calcio. Un Calcio fatto di millemila passaggi fitti, a volte apparentemente banali, altre volte, la maggior parte, assolutamente geniali. Un Calcio dove il possesso palla diventa un dogma. Dove l’accelerazione improvvisa diventa un brivido onanistico. E dove Iniesta, Xavi e Leomessi sono i cardini di un portone che conduce dritto in Paradiso. Dove si gioca il Calcio che piace a Dio.

E Pep Guardiola, fondatore del movimento calcistico denominato “”Tiki Taka”, diventa l’antagonista preferito di José. Perché troppo diverso. In tutto.

Uno aggressivo con picchi di presunzione che lo fanno amare o odiare, ma che non lasciano mai indifferenti. L’altro umile e silenzioso. Il classico bravo ragazzo della porta accanto. Il secchione che non passa i compiti. Il fidanzato che tutti vorrebbero per la propria figlia. Uno alla ricerca costante di nemici da combattere, siano essi Ranieri, Berretta, Wenger o Lo Monaco. L’altro mai fuori posto. Come un fiore in un prato, in una giornata senza vento.

Uno a caccia di titoli ovunque, come un Capitano Achab alla continua ricerca di una Moby Dick da sconfiggere e mostrare, trionfante, al mondo. L’altro, profeta in patria, cresciuto a pane e blaugrana. Devoto fino al midollo alla sua terra d’origine. “Se fosse esistita, avrei giocato per la Catalogna”.
Sono due mondi diversi, Pep e Mou. Sono lo Jedi e il Lato Oscuro. “Sono Mozart e Salieri” secondo Jorge Valdano. Sono due modi totalmente differenti di arrivare allo stesso obiettivo: la vittoria.

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E in Spagna, questo dualismo estremo torna a vivere grazie a loro e grazie ai club che rappresentano. Da una parte, il rivoluzionario e orgoglioso Barcellona. Dall’altra, lo spocchioso e autoritario Real Madrid.
Seguiranno tre anni di fuoco. Trentasei mesi in cui le loro strade si incontreranno e scontreranno. Dove ogni palcoscenico, nazionale e internazionale, diventa luogo di scontro perfetto per dare vita a polemiche, titoli di giornali ma, sopratutto, grandi match.

El Clasico diventa ancora più classico. Un mezzogiorno di fuoco guidato dai due allenatori e giocato dai loro perfetti avatar calcistici, Leo Messi e Cristiano Ronaldo, altri due personaggi in cerca di gloria.
Guardiola trionfa il primo anno, vincendo il Campionato con quattro punti di vantaggio sul Real e, soprattutto, eliminandolo in semifinale di Champions. Il lasciapassare verso il trionfo di Wembley ai danni dello United. Mou, invece, si consolerà con la Coppa del Re.

Il secondo anno, José, dopo aver lasciato agli eterni rivali la Supercoppa di Spagna, si aggiudica il Campionato con il punteggio record di cento punti, distanziando il Barca di nove.

Il terzo anno, la storia si inverte. Mou batte Pep in Supercoppa ma gli lascia il Campionato, vinto dal Barca con cento punti, bissando così il record dell’anno precedente del Real e dando quindici punti di distacco ai blancos. E proprio il 2013, segna la fine dell’esperienza spagnola per entrambi. Mou torna al Chelsea, dove ha lasciato un pezzo di cuore. Mentre Guardiola si trasferisce a Monaco, sponda Bayern, per cercare di impiantare la sua filosofia di gioco nella cinica ed essenziale squadra tedesca, orfana di Jupp Heynckes. E se la minestra riscaldata a Londra, per Mou, non ha il sapore di una volta, Pep si trova a fare i conti con una mentalità che mal digerisce un cambio così epocale.

E allora, dopo tre anni, il Destino decide di farli incontrare di nuovo. Di creare per loro una nuova sfida. Quella definitiva. Perché Manchester è la città ideale dove annaffiare una rivalità eterna. E perché se il City, top club europeo mai decollato del tutto, decide di affidare i suoi sogni di gloria all’integralista catalano, colui che sogna una squadra di soli centrocampisti, lo United ribatte facendo firmare un patto col Diavolo al Condottiero di Setubal, quello che non si vergogna, quando vede le brutte, di piazzare un pullman davanti la porta.

E allora sarà bello vedere quando il sorteggio della Premier League deciderà di farli incontrare, nel Derby di Manchester. Sarà bello osservarli stringersi la mano, amabilmente nemici, mentre prima della battaglia ripenseranno a quando, vent’anni prima, sorridevano, camminando uno accanto all’altro, coltivando, ognuno, i propri sogni di gloria. Gloria che è arrivata per entrambi.

Percorrendo strade diverse.

Alessandro Aquilino
twitter: @kempes75

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