Alvaro Recoba: el Chino Alvaro Recoba: el Chino
Ci sono giocatori straordinari che sono in grado di toccare le corde più profonde dell’animo del tifoso. Con la stessa poesia con cui sono... Alvaro Recoba: el Chino

Ci sono giocatori straordinari che sono in grado di toccare le corde più profonde dell’animo del tifoso. Con la stessa poesia con cui sono capaci di andare a togliere una ragnatela dall’incrocio dei pali, riescono a raggiungere gli anfratti più inospitali del cuore umano. Con la stessa innata naturalezza, semplicità, strafottenza con cui scendono in campo ogni volta.

Ci sono giocatori straordinari che forse non scriveranno mai la storia di questo giochino, che sugli almanacchi passeranno confusi in mezzo a tanti, ma che nel cuore e negli occhi dei tifosi resteranno per sempre, come indelebili macchie di inchiostro. Come pennellate morbide d’autore. Pennellate mancine, in questo caso. Perchè il protagonista di questa storia è uno che al proprio piede sinistro deve tutto. Il protagonista di questa storia è Alvaro Recoba, il Chino.

Se qualcuno dovesse mai dirvi che l’amore a prima vista è una bufala, bè, voi presentategli Alvaro Recoba. Probabilmente cambierà idea. E’ l’estate del 1997 quando il Presidente Moratti porta in Italia questo ragazzo esile, con gli occhi a mandorla e il piede sinistro che parla, canta, recita messa e benedice. Massimo Moratti si è fatto recapitare a casa quante più vhs possibili delle partite del Nacional di Montevideo. Il Presidente nerazzurro si innamora delle parabole telecomandate del Chino, dei suoi calci di punizione, dei suoi siluri all’incrocio. Dei suoi gol olimpici, perchè ogni volta che c’è un calcio piazzato, e sulla palla va Recoba, il portiere può solamente sperare che gli dei, del pallone e non, siano benevoli con lui. Ogni volta che c’è un calcio piazzato e sulla palla c’è Alvaro Recoba, il portiere deve farsi il segno della croce. Anche se il pallone è nei pressi della bandierina del calcio d’angolo.

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Così, dopo essersi privato di 7 miliardi delle vecchie lire, Massimo Moratti può finalmente godersi il suo gioiellino. Il caso vuole che, in quella stessa estate, quei 7 miliardi di vecchie lire fossero spiccioli, noccioline, bazzeccole, in confronto ai 50 sborsati per Luis Nazario da Lima, in arte Ronaldo. I riflettori del pubblico nerazzurro, il 31 agosto del 1997, erano tutti per il Fenomeno venuto da Barcelona. L’Inter affrontava il Brescia, si prevedeva una facile vittoria. E invece, fino al minuto 72, niente di niente. L’Inter arranca, non riesce a segnare. Cervone si traveste da insuperabile muraglia. Gigi Simoni, nel tentativo di sbloccare la partita, manda in campo quel ragazzo con gli occhi a mandorla e la faccia di chi non ha poi tutto sommato tanta voglia di levarsi la tuta e scendere in campo. Passano neanche 60 secondi e un ragazzo al suo esordio in serie A, un ragazzo che ha già segnato caterve di goal, segna il suo primo gol in serie A. Non è Ronaldo, ma Dario Hubner, il Bisonte che gioca per il Brescia.1-0 per le Rondinelle.

Quando mancano 10 minuti alla fine della partita, e l’epilogo sembra essere quello più amaro per i tifosi interisti. E invece, all’improvviso, un lampo. Recoba riceve palla ai trenta metri. Se la aggiusta con quello che sembra un controllo non proprio preciso. Il pallone entra nella disponibilità del piede sinistro dell’uruguaiano. Un paio di secondi dopo, quello stesso pallone è finito all’incrocio dei pali. Un tracciante, un siluro incredibile che la telecamera a malapena è riuscito a vedere. Cervone, che fino a quel momento aveva preso tutto, ancora non ha capito se il pallone sia alle sue spalle o meno. Uno a uno, è il primo gol del Chino in Italia. Per il secondo non bisognerà attendere poi molto. Passa qualche altro minuto, c’è una punizione per l’Inter. Ancora più dietro dei 30 metri, parte opposta del campo a quella dalla quale el Chino ha scagliato il bolide qualche minuto prima. Sulla palla si presenta ancora lui. L’angolino è differente, l’esito lo stesso. Pennellata mancina nel sette, Cervone raccoglie ancora una volta il pallone in fondo al sacco senza quasi averlo visto. Minuto 87, Inter due Brescia uno. Quelli che si rifiutavano di credere all’amore a prima vista hanno tutti cambiato idea. Si sono tutti innamorati del ragazzo venuto da Montevideo con la casacca numero 20 sulle spalle.

Se Alvaro Recoba fosse stato un calciatore come tutti gli altri, richiudibile nei canoni dell’ordinario, quel giorno sarebbe stato l’inizio di una carriera scintillante all’Inter e nel mondo, una carriera costellata di successi e soddisfazioni personali. Ma la carriera di Recoba è un po’ come i suoi tiri mancini: imprevedibile, altalenante, indecifrabile. Quando scende in campo, non sai mai se gli vada davvero. Non sai mai se ami il calcio almeno tanto quanto tu ami ogni parabola disegnata da quel pennello che si porta appresso dentro la scarpa sinistra. Non sai mai se Alvaro Recoba è sceso in campo concentrato, non sai mai se sarà il momento giusto per vedergli fare una prodezza delle sue. Ma non puoi distrarti nemmeno per un istante, perchè ogni istante può essere quello buono, quando in campo c’è il Chino. Non puoi distrarti, nemmeno se il pallone è a centrocampo. Chiedetelo a Marco Roccati, che il 25 gennaio del 1998 stava difendendo la porta dell’Empoli. Il pallone che arriva tra i piedi di Recoba, due o tre passi dopo il centrocampo. Lo stop. Il controllo. Il tiro. Non deve neanche alzare la testa il Chino. E’ come se avesse un radar, è come se avesse tra le mani un telecomando con il quale mettere la palla dove vuole. E la mette in porta, da lì. Non puoi distrarti, mai.

Una breve, brevissima parentesi al Venezia. Dove, tra i capolavori dell’arte della città lagunare, si possono annoverare anche quei sei mesi del Chino con la maglia arancioneroverde. Torna immediatamente a casa, all’Inter. Perchè come un innamorato che non sa stare lontano dalla sua bella, il Presidente Moratti lo vuole vicino a sè il Chino. Negli anni dei disastri nerazzurri passeranno decine di allenatori e centinaia di giocatori. Ma il Chino no, inamovibile. Sempre lì, a dipingere calcio alla sua maniera.

recoba3Non sempre, perchè decide lui e solo lui quando accendersi e trasformare l’ordinario in straordinario, il banale in capolavoro. Ma basta un attimo, basta un pallone al limite dell’area per accendere la magia. In un istante. Passeggia per il campo, indolente, strafottente, assente. Poi, inventa e ti dimentichi di tutto. Piazza un pallone all’angolino e ti dimentichi tutte le sofferenze che ti ha arrecato fino a quel momento.

Il fisico si logora in fretta, anche quando lo usi il meno possibile, anche quando usi solo testa e piede sinistro. Torino, Panionios, e poi il ritorno a casa, in Uruguay. Alla vigilia di Natale del 2009, il Danubio annuncia l’ingaggio del Chino. Un anno e mezzo dopo torna ancora più a casa, al Nacional di Montevideo. Dove continua a dipingere calcio, a modo suo. Da fermo, senza sporcarsi troppo le mani. Perchè quando il tuo sinistro parla, canta, recita messa e benedice, te lo puoi permettere. Quando sei Alvaro Recoba puoi fare tutto a modo tuo. Anche convincere i cuori più duri dell’esistenza dell’amore a prima vista.
Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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