Mai giudicare un libro dalla copertina, è vero. Ma certi uomini puoi giudicarli da quello che portano scritto sulla loro pelle, dai loro tatuaggi....

Mai giudicare un libro dalla copertina, è vero. Ma certi uomini puoi giudicarli da quello che portano scritto sulla loro pelle, dai loro tatuaggi. Allen Iverson, di tatuaggi, ne ha addosso parecchi, e districarsi tra tutte quelle macchie di inchiostro non è per niente semplice.

Ma tra tutti quei tatuaggi ce n’è uno, uno in particolare, che spiega in quattro parole tutto quello che Allen Iverson è stato. Sul suo bicipite sinistro campeggia una croce formata da due pugnali incrociati, accompagnati da un eloquente Only The Strong Survive. Solo chi è forte sopravvive. Niente meglio di queste quattro parole racconta meglio la vita, la carriera e le imprese di Allen Iverson, The Answer.

Uno che è sempre stato costretto a combattere con qualcosa più grande di lui. Che quel qualcosa più grande di lui fosse la vita ad Hampton o le braccia protese di Shaquille O’Neal, bè, è un dettaglio irrilevante. Allen Iverson lo ha capito da subito che per diventare grande, e per portare a casa ogni giorno la pellaccia, avrebbe dovuto essere e soprattutto rimanere forte.

E’ il 7 giugno 1975. Una ragazzina di 16 anni di nome Ann mette alla luce il suo primogenito. Come tanti, come troppi, non aveva certo intenzione di caricarsi già del fardello della maternità. Il padre? Non pervenuto. Allen Broughton alterna periodi di detenzione a periodi di libertà. Sono più quelli di detenzione, a voler essere strettamente precisi. Insomma, la giovane Ann ci metterà davvero poco a capire che si, anche lei dovrà essere forte, per sopravvivere, con il suo bambino.

Hampton non è esattamente il posto migliore del mondo per crescere in quegli anni. Ce ne vengono in mente un paio, di peggiori, ma bisogna fare uno sforzo piuttosto notevole. Allen Iverson non diventa un gigante, ma cresce, eccome se cresce. D’altronde non puoi fare diversamente, se a nemmeno 15 anni hai già visto morire un paio di amici con più di qualche pallottola in corpo.

Anche in Virginia, uno dei modi per uscire dal ghetto (e per uscire intendiamo in verticale: in orizzontale, in un sacco nero o in quattro assi di mogano, ne escono già parecchi) è lo sport. L’adolescente Allen Iverson non ha il fisico statuario, ma è veloce, di testa, di gambe e di braccia. Uno così può fare più di uno sport, naturalmente. Quando non è impegnato a badare al resto della famiglia, Allen I si divide tra football (quarterback, ovvio) e basket. La predilezione del ragazzo sarebbe per il primo più che per il secondo. Ed è normale, da quelle parti il basket è più una roba da bianchi, da borghesi, da fighette molli. I duri si tirano delle tranvate tremende giocando a football. Al liceo, Iverson non deve nemmeno scegliere: può tranquillamente essere contemporaneamente il miglior playmaker e il miglior quarterback della scuola.

Crescendo (ma non troppo) Allen capisce che è il basket lo sport che può tirarlo fuori dalle sabbie mobili di un’esistenza esattamente uguale a tutte le altre. Alla Bethel High School Iverson si allaccia le scarpe da basket ogni sera e domina, anche se il fisico non potrebbe permetterglielo. Solo che uno come lui, uno che viene dal posto in cui viene lui, dai guai non riesce a stare lontano. Nemmeno volendo. E’ il 14 febbraio del 1993. In una sala da bowling di Hampton. Proprio una pista da bowling come le altre, dove si incrociano esistenze esattamente uguali a tutte le altre. E in quei posti, di solito, di guai ne succedono a iosa. Una parola, due parole, tre parole. Parole che cominciano ad essere di troppo. I bianchi che se la prendono con i neri, i neri che non ci stanno a farsi dire neanche una parola fuori posto da quegli altri. Volano le mani, poi le sedie. Alla fine del guazzabuglio, quattro uomini escono da quella sala da bowling con le manette ai polsi e le mani dietro la schiena. La Virginia è uno degli stati più razzisti, in quel momento, e potete immaginare facilmente che le probabilità che tra quei quattro ci sia Allen Iverson sono parecchie. E così è. I quattro arrestati sono lui e tre suoi amici, ovviamente tutti con la pelle dello stesso colore.

L’accusa per lui è di aver spaccato una sedia in testa ad una ragazza bianca. Lui si difende. Dice che si, una sedia l’avrebbe spaccata volentieri in testa a qualcuno di quelli, ma mai in testa ad una donna. Il giudice non vuol sentire ragioni: la condanna, per un minorenne, è esemplare. 15 anni di carcere, 5 con riduzioni varie ed eventuali. 5 anni che significherebbero addio a tutti i sogni di gloria cestistica e non. E che probabilmente darebbero via all’ormai tradizionale gioco “Entra in prigione-esci dalla prigione-delinqui-entra in prigione“. Qualcosa, o qualcuno, si mette però d’impegno per sistemare le cose. L’opinione pubblica non resta indifferente, fa notare l’evidente sfondo razziale della questione, Allen I prima esce dalla gattabuia, poi viene assolto per insufficienza di prove. Dopo 4 mesi passati a vedere il sole a scacchi, è nuovamente un uomo libero.

Ok, però forse per quei sogni di gloria dobbiamo un attimo fermarci a pensare. Perchè si, ok, la prigione è un ricordo lontano. Ma quando Allen Iverson esce dal college non c’è esattamente la fila fuori dalla porta di casa sua. Si, il talento, per carità. Forte, il ragazzo. Ma nel mondo del basket universitario l’ultima cosa di cui gli allenatori hanno bisogno sono giocatori pronti a combinare un guaio una sera si e l’altra pure. Forte, il ragazzo. Ma noi, se permettete, opteremmo per qualcuno più calmo. Sembra che nessuno lo voglia, eppure qualcuno ha ancora il coraggio di credere in un ragazzo difficile. E’ John Thompson, coach degli Hoyas di Georgetown. Che parla con il ragazzo, lo guarda negli occhi e capisce che ha tutto quello che gli serve. E’ il 1994 e Allen Iverson mette piede in un college. L’unico modo in cui avrebbe potuto farlo, grazie al suo talento e alla sua perseveranza con il pallone tra le mani.

Da questo momento, la storia cambia. Allen Iverson, in campo, inizia a farsi rimpiangere da tutti quelli che hanno preferito evitare di venire a contatto con lui. Quello scricciolo, con le braccia esili e i polpacci pronti a esplodere in ogni momento, domina a dispetto del suo fisico. E’ imprevedibile, è un concentrato di talento, velocità e resistenza. Già, perchè ad Allen Iverson non importa di prendere le botte. Anzi, preferisce arrivare dritto al ferro, a costo di prendere qualche legnata in più. Il suo crossover è magico, inizia a mietere caviglie e articolazioni. Il tiro non è ancora affidabile, ma per ora non importa. Al ferro ci arriva spesso e volentieri, e a referto ci va praticamente ogni volta che vuole.

Due anni a Georgetown possono bastare. Allen Iverson è un diamante pronto ad essere sgrezzato dalla NBA. Saluta coach Thompson, gli promette che si ricorderà per sempre di lui. E si dichiara per il draft del 1996. Non è esattamente un draft privo di talento. Anzi. Qualche nome? Per restare tra i piccoli, Ray Allen, Stephon Marbury, Steve Nash, Derek Fisher. Ah, si, e un liceale che non vuole saperne, ha deciso che andrà ai Lakers, e che risponde al nome di Kobe Bryant. Tra questi, però, alla numero uno i Philadelphia 76ers decidono di chiamare il nome del più piccolino di tutti.

With the first pick in the 1996 NBA Draft, the Philadelphia 76ers select Allen Iverson, from Georgetown.

E’ la prima scelta più bassa di ogni epoca, con i suoi 183 centimetri dichiarati. E che sembrano pure abbondanti, a dire il vero. Machissenefrega. The Answer è pronto a prendere in mano la sua nuova squadra. La prima cosa da fare con i milioni che arrivano? Comprare una casa a mamma Ann, chiaro. Il primo anno, in una squadra perdente come quella Philadelphia (eh, direte voi, invece oggi…) permette ad Allen di prendere le misure, segnare come non ci fosse un domani, e accaparrarsi il titolo di Rookie dell’anno.

Come in un sogno, Allen si trova di fronte i migliori giocatori del mondo, quelli che aveva sempre e solo ammirato. Come Michael Jordan. A un certo punto, durante una partita contro i Bulls, Iverson si trova con la palla in mano, come spesso accade, è accaduto e accadrà, in questa storia. Sul cambio, Michael Jordan esita un istante, non sa se accettarlo, quel cambio, e provare a tenere il playmaker avversario. Dalla panchina, si sente Phil Jackson urlare nitidamente “MICHAEL!“. Ok, Jordan accetta la sfida. Allen Iverson esita con il suo naturale palleggio tra le gambe. Attende. MJ si piega, tira un pochino su i pantaloncini, nella posizione del miglior difensore della Lega, quando ne ha voglia.

Poi, Allen I parte. Da sinistra a destra, poi da destra a a sinistra, poi…un attimo, dove è finito? MJ è smarrito. Si volta, ha perso terreno. Incantato dal crossover di Allen Iverson, che gli ha fatto fare la figura dello sprovveduto e ora, mentre il 23 dei Bulls sta ancora arrancando, sta completando l’opera infilando il suo palleggio, arresto e tiro sul fondo del canestro, dalla lunetta. La mano protesa di Jordan è inutile, il ragazzo è andato.

The Answer inizia ad essere piuttosto famoso, in giro per la Lega. Certo, non è sempre tutto facile. Soprattutto perchè Iverson è uno di quelli a cui piace dire le cose come stanno, uno a cui piace mostrarsi esattamente per quello che è. E se all’opinione pubblica affamata di bravi ragazzi e belle storie tutto questo non piace, bè, onestamente, sticazzi. I am what I am. Diventa uno slogan pubblicitario, diventa il  grido di battaglia di Iverson quando David Stern fa cancellare i suoi tatuaggi da una copertina della rivista ufficiale della Lega. Diciamo che The Answer non la prende benissimo, ecco. Ma per lui, questo è solo un altro dei tanti motivi che lo spingono a dare il cuore in campo. Perchè Iverson è esattamente uno di quei giocatori che ha bisogno di sentire tutto il mondo contro di lui per poter dare il meglio. Più si sente odiato, respinto, scomodo, più tira fuori dalla sua anima il meglio di quello che ha.

Mi sembra che stiano cercando di farci vestire in un certo modo. Hanno puntato i ragazzi che vestono come me, i ragazzi che vestono hip-hop. Se metti un ragazzo in uno smoking, non diventa automaticamente un bravo ragazzo. Puoi infilare un assassino in un vestito elegante, ma resta sempre un assassino. E’ un cattivo messaggio per i ragazzini.

Ed è così, nell’unico modo che conosce, andando contro tutti e tutto, a testa alta, che Allen Iverson si avvia verso la cima della sua carriera sportiva. Siamo nella stagione 2000-01. Sulla panchina dei Sixers è arrivato Larry Brown, uno che di panchine se ne intende. Di panchine, ma anche di uomini. Perchè il suo rapporto con Allen Iverson sarà uno dei misteri più inspiegabili della storia moderna della NBA. Due così divers tra loro, difficile trovarli. Eppure, in poco tempo Allen Iverson, che di persone di cui fidarsi non è che ne abbia poi così tante, capisce che Larry Brown per lui può diventare una sorta di secondo padre. Si, sempre quello che non ha mai avuto. E per questo, si sente in dovere di dare tutto quello che ha, e anche di più. La stagione 2000-01 dei Philadelphia 76ers di Allen Iverson è forse una delle più belle (e incredibili) storie di basket del decennio.

A leggere il roster di quei Sixers, non si salta certo sulla sedia. Un insieme di onesti mestieranti del gioco, qualche specialista, veterani alla Mutombo e poi, ovviamente, lui. Allen I, che nel frattempo è stato spostato in guardia da coach LB. Si, avete capito bene, in guardia, uno scricciolo di 1.83 (che continuano a rimanere abbondanti) messo a fare il 2. Eppure, a fine anno i Sixers chiuderanno con 55-26, miglior record della Lega. E AI si porterà a casa il titolo di MVP. Miglior giocatore della NBA. Punto.

Ma è ai playoff che la cavalcata dei Sixers assumerà i toni dell’epicità.

Dei playoff così duri, forse, non capiteranno più nella storia di questa Lega. Soprattutto per chi ogni sera deve allacciarsi le scarpe e combattere contro dei giganti che provano in tutti i modi a schiantarlo al suolo. Sotto i colpi dei Sixers, in serie tutte combattute e giocate fino all’ultimo respiro. 3-1 ai Pacers di Reggie Miller. 4-3 ai Raptors di Vince Carter, in una delle serie più divertenti di sempre, con Vince che sbaglia il tiro della vittoria in gara 7. 4-3 ai Bucks di Ray Allen, Glenn Robinson e Sam “I am” Cassell. Una serie giocata dai Bucks con le cattive maniere. Una serie in cui Allen Iverson, già sofferente al coccige per le botte prese, viene sistematicamente massacrato di botte. Una serie dalla quale uscirà comunque vincitore, una serie a 30 punti di media, roba da fantascienza.

E poi, la finale, quella finale. Contro i Lakers di Kobe e Shaq. Una finale che sulla carta non dovrebbe nemmeno cominciare, e tutto sommato, alla fine, sarà così. Ma gara 1 allo Staples resta forse una delle più grandi illusioni dello sport moderno. L’illusione che una banda di reietti capitanata da un piccolo gigante possa sconfiggere una delle squadre più forti di tutti i tempi. The Answer, quel giorno, ne mette 48. Compreso un tiro diventato un’icona. Nell’overtime, per suggellare il successo. Dopo una gara passata sulle sue tracce, vanamente, il piccolo Tyronn Lue, cade per terra. Allen Iverson, dall’angolo, mette il jumper, poi abbassa lo sguardo. Scavalca, sprezzante, l’avversario caduto in terra. Sarà il momento più bello per i Sixers, in quelle Finals. Perchè poi cadranno 4-1, senza appello. Ma usciranno a testa alta da quella finale. A testa alta, ma con le lacrime agli occhi. Le lacrime di un uomo che ha dato tutto. Ma, come spesso succede nella vita, dare tutto non basta.

Allen Iverson è un uomo finalmente in pace con il mondo. Un mondo che ora lo guarda con ammirazione. Quello che prima era il lato sbagliato della NBA ora viene considerato come il simbolo di chi ce l’ha fatta. Il ragazzo del ghetto che è riuscito -quasi- a salire sul tetto del mondo. Ora, però, come sempre il problema è restarci. E restarci non è semplice per nessuno, figuratevi per uno che è abituato da sempre a correre -non a camminare, correre- su un filo. La stagione successiva Philadelphia non riesce a ripetere il miracolo, perchè un miracolo era, e nonostante AI sia ancora capocannoniere della NBA, arriva una triste eliminazione al primo turno dei playoff.

E’ l’anno dei rimpianti. E’ l’anno delle accuse. E’ l’anno della conferenza stampa in cui The Answer risponde alle accuse di coach Larry Brown di non impegnarsi troppo in allenamento con una delle conferenze stampa più famose della storia del gioco. “Practice. We’re talking about practice“. Si, perchè uno come Iverson non ha bisogno di allenarsi per essere stimolato a dare di più. E per quanto questo concetto possa sembrare sbagliato o blasfemo agli occhi di chiunque abbia un minimo di cultura o etica sportiva, è nient’altro che la verità.

Allen Iverson il suo lavoro continua a farlo. Continua a segnare, a prendere botte, a segnare, a prendere botte, botte, botte. Fare i miracoli a Philadelphia, però, non è cosa di tutti i giorni. Allen I ci mette nel mezzo un titolo di MVP dell’All Star Game, un sessantello contro i Magic, un altro titolo di capocannoniere. Alla soglia dei 30 anni, l’età in cui in questa Lega si capisce se vincerai qualcosa oppure no, le strade dei Sixers e di AI si separano. C’è Denver nel futuro di Allen Iverson. Ma chiunque capisca qualcosa di basket, o anche solo di uomini, sa che l’addio a Philadelphia segnerà l’inesorabile ed inevitabile declino di un uomo. Glielo si legge negli occhi. Nulla sarà più come prima. Semplice.

Denver non è la sua squadra. Non lo sarà nemmeno Detroit, qualche anno dopo. Mettere Allen Iverson in condizione di rendere al meglio significava solo una cosa. Mettergli il pallone nelle mani, farsi da parte, e aspettare di assistere all’ennesimo miracolo. Cercare di inserirlo in un contesto di squadra, chiedergli di fare la guardia tiratrice, il playmaker classico, il sesto uomo, dio solo sa cosa, è semplicemente inutile. Allen Iverson ha bisogno solo di essere Allen Iverson. Quando torna per la prima volta a Philadelphia da avversario, con la maglia di Denver, tutto sembra tranne che un avversario. Si piega sul centrocampo, un bacio al logo dei Sixers, un paio di colpetti sul petto, un saluto alla gente. La sua gente.

Parlare dell’Allen Iverson giocatore, ormai, è superfluo. Denver, poi Detroit, poi Memphis. La storia non cambia. Problemi alla schiena, veri o presunti. Guai con i compagni, con gli allenatori, fuori dal campo. La parabola di The Answer sembra destinata a spegnersi. Il 2 dicembre 2009, dopo aver abbandonato Memphis, torna a Philadelphia, in un romantico comeback che profuma di nostalgia. Ma che come tutti i ritorni, cuore a parte, lascia solo l’amaro in bocca. Allen Iverson è poco più che l’ombra di se stesso, un giocatore consumato dalle troppe legnate ricevute, una carriera bruciata in un vortice. Meravigliosa, ma ormai alle spalle.

Allen Iverson adesso sa finalmente di poter essere onesto con se stesso e con la sua gente. Allen Iverson può essere sincero. Può ammettere di non avere più poi tanto da dare. L’ultima volta che Allen Iverson è stato Allen Iverson è il 25 gennaio del 2010. The last dance. A Philadelphia arriva Kobe Bryant, un altro figlio -non adottivo come AI- della città dell’amore fraterno. Allen Iverson torna The Answer per una notte. Ne mette 23, quella notte, poi, qualche tempo dopo, chiede scusa a tutti e lascia la squadra per stare vicino alla figlia malata. La carriera NBA di AI si chiude qui, dopo 25.799 punti segnati in poco meno di 1000 partite.

Ancora più inutile parlare dell’avventura europea in Turchia. Probabilmente, solo un modo per recuperare qualche spicciolo, dopo che qualcuno vocifera abbia buttato, per più di qualche sera consecutiva, un milione di dollari al casinò. Oggi Allen Iverson resta in disparte. Fuori da un mondo che quelli come lui non li vuole più vedere. Fuori da un mondo che sembra fare di tutto per dire ai ragazzi: “Ehi, non riducetevi come lui, non finite come lui“.

Si dice che oggi Allen Iverson non abbia più un soldo, che sia stato abbandonato dalla moglie e dimenticato da tutti tranne che da pochi amici fidati, e che di “The Answer” sia rimasto ben poco. Ma per uno come lui, forse, tutto questo è la normalità. La tranquillità, d’altronde, non è mai stata pane per Allen Iverson. Uno che per essere se stesso ha sempre avuto bisogno di avere almeno tutto il mondo contro. Perchè si, anche di questi tempi, only the strong survive.

Io non voglio essere Jordan, io non voglio essere Bird o Isaiah. Io non voglio essere nessuno di questi ragazzi. Io voglio guardarmi allo specchio e dire: ho fatto a modo mio.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro