Alireza Beiranvand: il portiere che scagliava le pietre Alireza Beiranvand: il portiere che scagliava le pietre
Se i Mondiali sono la manifestazione più bella ed affascinante a livello calcistico è anche perchè ci permettono di raccontare storie incredibili, che hanno... Alireza Beiranvand: il portiere che scagliava le pietre

Se i Mondiali sono la manifestazione più bella ed affascinante a livello calcistico è anche perchè ci permettono di raccontare storie incredibili, che hanno spesso come protagonisti giocatori di Nazionali cosiddette minori, delle quali riusciamo a seguire compiutamente le gesta solo in queste occasioni.

È questo il caso di Alireza Beiranvand, portiere dell’Iran che così bene ha fatto in Russia, protagonista della storia che stiamo per raccontarvi, forse la più bella e toccante di tutte.

Due sole reti subite al Mondiale: la deviazione sporca ed infingarda di Diego Costa e la trivela di Ricardo Quaresma; in mezzo tante piccole e grandi cose che hanno consentito alla sua Nazionale di concludere l’avventura in Russia con 4 punti conquistati, record nella storia della squadra iraniana.


Piccole e grandi cose, dicevamo. Le immagini che hanno fatto e faranno il giro del Mondo sono quelle del rigore parato a Cristiano Ronaldo e non potrebbe essere altrimenti. Il rigore che avrebbe potuto chiudere i giochi e portare il Portogallo sul 2-0 nei piedi di uno che quelle occasioni non le ha mai fallite nella vita. Se lo segna nulla di nuovo, se lo para diventa un eroe.

Ali finta il tuffo a destra ma non stacca i piedi dal prato, ingannando così il portoghese che pensa di averlo ormai spiazzato e si accontenta di un tiro comodo, piuttosto centrale. Palla respinta. Ali è un eroe.

Questa fa parte delle grandi cose, che vedono tutti e tutti celebrano. Poi ce ne sono altre, piccoli frammenti che rimangono nella memoria di chi sa coglierli nel momento giusto, collegandoli a ricordi di ciò che ha letto, visto o sentito. Gesti all’apparenza insignificanti che in realtà vogliono dire molto di più di un rigore parato.

Un rinvio lungo con le mani di 70 metri, per esempio. Accade nella ripresa, il minuto esatto non saprei dirvelo, perchè è un attimo impresso unicamente nella mia memoria, non catturato da nessun video che possa aiutarmi nella definizione temporale. Forse mancano 10 minuti alla fine, o forse qualcuno meno. È uno di quei gesti che raccontano molto della vita di Alireza Beiranvand, forse tutto.

Per capire il perchè di questa affermazione dobbiamo fare un passo indietro e ripercorrere l’infanzia del giocatore, che nasce da una famiglia nomade di pastori, in una città di poco più di 1000 anime chiamata Sarabias.

L’unica preoccupazione dei genitori è quella di trovare distese di erba rigogliosa per far pascolare le pecore e permettere al loro figlio più grande, che come da tradizione aiuta nel lavoro, di sfogarsi lanciando pietre il più lontano possibile. Questo gioco ha un nome, si chiama Dal Paran e pare che Ali non avesse eguali.

In quel non ben precisato istante del secondo tempo la mia mente ha iniziato a vagare pensando che quel pallone, scagliato con le mani con una naturalezza imbarazzante, deve essergli sembrato una delle migliaia di pietre lanciate nel vuoto mentre gioca a Dal Paran.

La sfera di cuoio va ben oltre la metà campo poi si perde, nel nulla, come un sasso lanciato all’orizzonte o su uno specchio d’acqua. Perso per sempre.

Alireza inizia a giocare in una squadra locale e, come spesso accade per i portieri, non inizia tra i pali ma in attacco. Ben presto però finisce per indossare i guanti da portiere, almeno fino a quando il padre, non contento della scelta del figlio di giocare a calcio, decide di distruggerglieli insieme alla divisa.

Spesso sono stato costretto a parare a mani nude“, dice Beiranvand ripensando a quei giorni ormai lontani ma ancora ben impressi nella sua memoria.

Per avere qualche speranza di giocare a pallone a buon livello bisogna però spostarsi a Tehran così, una volta raccolti i soldi per il viaggio in bus, Ali prende e parte. Destino vuole che sullo stesso bus incontri un allenatore che, venuto a conoscenza della sua storia, gli propone un provino per l’equivalente di 40 euro.

Alireza non ha nè quei soldi nè un tetto dove dormire, così decide di accamparsi fuori dalla porta di ingresso del campo del club con cui è in prova.

Dormivo fuori dalla porta del club con cui mi allenavo e la gente all’inizio mi lasciava delle monete come si fa con i senzatetto, cosa che io ero a tutti gli effetti“.

Parallelamente agli allenamenti inizia a lavorare in una fabbrica di vestiti di un suo compagno di squadra, non tanto per i soldi quanto per avere un tetto sotto cui dormire. Poi finisce in un autolavaggio, dove un giorno porta la sua macchina Ali Daei, leggenda del calcio iraniano ed ex calciatore, tra le altre, del Bayern Monaco.

Raccontargli la sua storia forse potrebbe aiutarlo, tutti gli consigliano di farlo, ma lui non ha il coraggio e preferisce rimanere in silenzio lasciando che la timidezza e la paura abbiano il sopravvento.

Dopo poco finisce al Naft Tehran Fc, squadra che milita nella massima divisione del calcio iraniano, seppur inizialmente in prova. Continua a lavorare come pizzaiolo prima e come spazzino dopo, fino a quando non viene tesserato ufficialmente ed entra anche nel giro dell’under 23 dell’Iran, quando capisce che quello del calciatore può diventare il suo unico mestiere.

Nel 2015 diventa ufficialmente il portiere titolare della Nazionale maggiore e nel 2016 si trasferisce al Persepolis, squadra di Tehran che milita nel massimo campionato iraniano.

Il resto è storia recente: un Mondiale da protagonista, un rigore parato a Cristiano Ronaldo ed un rinvio con le mani di 70 metri. Le sua disperazione, a fine partita, non era la semplice disperazione di chi ha visto il proprio sogno svanire. Era un misto di gioia e dolore, di speranza e delusione. Era la sua storia che passava davanti agli occhi, la storia di Alireza Beiranvand, il portiere che scagliava le pietre.

Paolo Vigo
Twitter: @Pagolo