Alessandro Nesta: la tempesta perfetta Alessandro Nesta: la tempesta perfetta
C’è stato un tempo in cui la Serie A era il campionato più bello del mondo. Una quantità infinita di campioni calcava i campi... Alessandro Nesta: la tempesta perfetta

C’è stato un tempo in cui la Serie A era il campionato più bello del mondo. Una quantità infinita di campioni calcava i campi del bel paese ogni maledetto fine settimana. In ogni zona del campo, in ogni squadra. Portieri, difensori, terzini, centrocampisti, trequartisti e attaccanti, ce n’era per tutti i gusti, per tutti i palati. Era la Serie A della metà degli anni 90’ fino a quella di primi anni del 2000.

Il tempo spesso confonde i ricordi, li accentua, li annebbia, li cancella. Dipende dall’uso che il nostro cervello ne fa. Da quanto quel dato momento, quel singolo episodio sia stato significativo in un verso o in un altro per le nostre esistenze. Poi invece ci sono cose, persone o attimi che restano nella memoria collettiva, incastonati da qualche parte in ognuno di noi. A questa ristretta categoria di persone appartiene, senza ombra di dubbio Alessandro Nesta.

Alessandro Nesta nasce a Roma il 19 marzo del 1976, in una famiglia di fede laziale. Papà ferroviere e mamma casalinga, una famiglia italiana, come tante in quegli anni. Fernando, il fratello maggiore gioca a calcio, Alessandro ne vuole seguire le orme. Il piccolo Nesta sin dall’inizio stupisce tutti, la Roma arriva ad offrire dieci milioni delle vecchie lire per assicurarsi quel talento. Una cifra spropositata per l’epoca e soprattutto per un ragazzino di non ancora dieci anni.

Papà Giuseppe però si oppone, nella Capitale la fede calcistica è cosa assai seria. Per un laziale vedere il proprio figlio con addosso i colori giallorossi non è un qualcosa che si può accettare, al diavolo i soldi, Alessandro non vestirà mai la casacca della Roma.

La storia prende forma, assumendo i contorni di una favola quando è la Lazio ad ingaggiare il giovane Nesta. Tra le fila dei biancocelsti Alessandro fa tutta la gavetta delle giovanili, classe ed eleganza abbaglianti, un destino che sembra scritto, nonostante un fisico che prova a contrastarlo, regalandogli qualcosa come 22 centimetri di altezza di un solo anno e di conseguenza procurandogli seri problemi a ginocchia ed alle anche. Nella stagione 1993-94 con Dino Zoff in panchina arriva l’esordio in Serie A in un match contro l’Udinese.

Nel giro di un paio d’anni diventa un punto fisso della Lazio, una colonna della Nazionale e viene riconosciuto all’unanimità come uno dei difensori più forti ed eleganti al mondo. Ci sono i difensori e poi c’è Alessandro Nesta, mai vista una roba del genere, in quel ruolo su un campo di calcio. Tecnica, abbinata a senso innato della posizione, fisicità espoliva ed eleganza nelle uscite palla al piede da numero 10. Un qualcosa che ti entra negli occhi, nel cuore e nel cervello e da li anche a distanza di anni non va più via.

Le annate con la Lazio sono importanti, per certi aspetti indimenticabili. Nel 1996 viene convocato da Arrigo Sacchi per l’Europeo in Inghilterra, nella stagione 1997-98 vince il suo primo trofeo con la maglia biancoceleste sulle spalle, alzando al cielo la Coppa Italia, vinta contro il Milan grazie anche ad un suo gol. La convocazione per il Mondiale del 1998 è inevitabile, ma nella seconda gara del girone contro l’Austria, dopo un contrasto con l’eterno Toni Polster, arriva un terrificante infortunio al ginocchio che lo costringe ad abbandonare anzitempo l’avventura azzurra e ad uno stop di quasi sette mesi.

Nella stagione 1998-99 nonostante le non perfette condizioni fisiche post infortunio, Alessandro Nesta entra, con la fasca di capitano al braccio, definitivamente nella storia della Lazio. Perde uno scudetto incredibile per la rimonta del Milan di Zaccheroni ma vince i primi due trofei europei della storia laziale e anche della sua carriera. Alza al cielo prima la Coppa delle Coppe, vinta in Finale contro il Mallorca di un certo Hector Cuper e poi la Supercoppa Europea, sconfiggendo il Manchester United che solo alcuni mesi prima aveva vinto la Champions League, al Camp Nou contro il Bayern Monaco in una delle Finali più incredibili della storia del calcio.

Dopo la campagna europea è ormai tempo di vincere anche in Italia. In un campionato in cui ci sono sette squadre realmente attrezzate per vincere, il Patron laziale Sergio Cragnotti allestisce una squadra straordinaria per la stagione 1999-2000. In una stagione incredibile in cui il sogno Scudetto sembra più volte sul punto di svanire, la Lazio si laurea Campiona d’Italia per la seconda volta nella sua storia nell’ultima giornata, superando al foto finish la Juventus rimasta impantanata nel celeberrimo fango di Perugia.

Per Alessandro e per tutta la gente laziale è una gioia indescrivibile. La Lazio si appone il tricolore sul petto e Nesta dichiara di voler rimanere in eterno nella sua squadra. Purtoppo per i suoi tifosi non sarà così. La società per problemi economici è costretta a venderlo al Milan, a Roma si scatena letteralemente una guerriglia dettata dal dispiacere dei tifosi nel veder partire il loro beniamino.

Gli anni rossoneri sono ricchi di successi. Nelle prime stagioni gioca al centro di una difesa da sogno che tocca l’apice con il quartetto: Maldini, Nesta, Stam, Cafu. Arriva subito la Champions League, poi lo Scudetto, la Coppa Intercontinetale e poi, dopo la delusione di Atene della finale persa contro il Liverpool, un altro successo europeo proprio nella rivincita contro gli inglesi di due stagioni successive.

La Nazionale invece è un incubo o quasi. L’Italia vince il Mondiale del 2006, ma Nesta è costretto a far quasi da spettatore visto un altro infortunio rimediato nella fase iniziale del torneo. Dopo aver vinto e rivinto tutto, termina la sua avventura milanista nel 2012, prima dei tre anni finali passati tra Canada e India che concludono la sua carriera da calciatore.

Alessandro Nesta è stato tra i difensori italiani più forti di sempre o almeno, senza ombra di dubbio, il più bello da vedere a livello estetico di tutti. Mai una parola fuori dalle righe, mai un atteggiamento sbagliato in campo e fuori. Un leader ed un trascinatore come non ce ne sono più.

Noi, non possiamo far altro che essere grati a chi di dovere per averlo visto giocare, per averne apprezzato le qualità sportive ed umane. Non possiamo far altro che custodire dentro di noi quel ricordo, ed ogni tanto sentirlo riaffiorare, senza paura. Lasciandosi andare ad un po’ di sana nostalgia.

Raffaello Lapadula
twitter: @RafLapo

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