Quattro partite, due cartellini gialli presi a pochi minuti dall’ingresso in campo per entrate al limite del consentito, e un cartellino rosso dopo un...

Quattro partite, due cartellini gialli presi a pochi minuti dall’ingresso in campo per entrate al limite del consentito, e un cartellino rosso dopo un quarto d’ora, per un pestone gratuito ai danni di Francis Coquelin durante la partita con l’Arsenal. Questo, finora, il curriculum in Premier League di Aleksandar Mitrovic, attaccante classe 1994 arrivato quest’anno al Newcastle. Quattro partite che hanno fatto scoprire al mondo del calcio anglosassone il carattere particolare e spigoloso di questo ragazzo. Un carattere e una personalità che chi conosceva il ragazzo, in verità, già conosceva.

Tecnicamente Aleksandar Mitrovic è un concentrato di potenza, forza e istinto del gol. Non ha paura di fare a botte, nel senso vero del termine, e di sgomitare a quote alte per andare a spizzare un pallone da dare ai compagni, oppure di lanciarsi in area per raccogliere un pallone da scagliare in porta. E se per caso il pallone gli finisce sul destro, quel destro caricato a dinamite, tanti auguri. Solo che quel caratterino da combattente ogni tanto gli si ritorce contro, quando il suo eccesso di agonismo si trasforma in cattiveria gratuita, che, come ieri, può costare cara alla squadra. Steve McClaren non sarà stato sicuramente contento, e i suoi urlacci si saranno sentiti ben fuori dagli spogliatoi.

Ma la rabbia che Aleksandar Mitrovic si porta appresso non è solo agonistica. E’ la rabbia di chi è venuto fuori dai Balcani, dalla polveriera d’Europa, ed è cresciuto con un sogno ben preciso in testa. Diventare un grande calciatore e portare in alto il nome del suo Paese, la Serbia. E intanto, da ragazzino, scopre quanto è bello andare ogni domenica in curva insieme ai Grobari, a tifare per il Partizan Belgrado. A sgolarsi ogni santa volta per quella maglia bianca e nera. Aleksander pensa quanto sarebbe bello poterla sudare quella maglia, e darla in campo l’anima, non solo sugli spalti. Il talento c’è, la voglia di combattere e sgomitare per quell’ideale pure: e allora la maglia del Partizan Mitrovic se la mette davvero, e ci segna anche un bel po’ di gol. E dopo essere diventato un beniamino del Partizan, come succede sempre quando da quelle parti sboccia un talento vero, arriva qualche squadra europea a prenderti e a portarti via. Nel caso di Mitrovic è l’Anderlecht, sul finire dell’estate del 2013, ad arrivare per prima.

In Europa Mitrovic non può contare solo sul talento, sulla forza fisica e sul suo istinto per il gol. Per non fare la fine dei tanti talenti slavi arrivati da fenomeni e ritornati in patria bollati come bidoni serve qualcosa di speciale. Qualcosa di speciale che però non è sempre compatibile con l’indole di un serbo. Indole che ha spesso bisogno di stimoli, di pungoli, di pugni all’orgoglio per costringere chi se la porta appresso a tirare fuori il meglio di sè. Sarà per questo che gli slavi danno il meglio di loro quando sono evidentemente sfavoriti o quando di fronte hanno un rivale che preferirebbero prendere a pugni piuttosto che affrontare con un pallone di mezzo. C’è un episodio particolare nella carriera di Aleksandar Mitrovic che spiega al meglio tutto questo.

Accade durante la sua prima stagione al Partizan, quando la squadra serba gioca in Europa League. Nel girone c’è una doppia sfida da affrontare con il Neftchi Baku. L’andata si gioca a Belgrado, uno scialbo 0-0. A fine gara, però, Sasa Stamenkovic, il portiere degli azeri, esulta, corre con il dito medio alzato verso la curva dei Grobari, si alza la maglia, mostrando quella che c’è sotto. Dalla reazione dei tifosi appare superfluo spiegarvi che la maglia era quella della Stella Rossa, di cui il portiere era un ex. Mitrovic è tra i primi a fiondarsi addosso all’incauto portiere. Al ritorno, a Baku, in una partita inutile ai fini della classifica, Mitrovic segna e il suo primo pensiero è quello di piantarsi di fronte a Stamenkovic, con aria di sfida. Per un serbo non ci sono stimoli di classifica che tengano, se c’è in palio l’orgoglio. Dieci minuti dopo, peraltro, Aleksandar si fa cacciare per aver mandato al diavolo l’arbitro. Pazienza, tanto la vendetta era già compiuta.

L’Anderlecht, dicevamo. Con la maglia dei belgi, Mitrovic si mette in mostra, per la capacità di segnare, certo, ma fa anche discutere quella che è diventata la sua esultanza. Dita a V e lingua che si infila tra indice e medio, in un equivocabile gesto dal contenuto vietato ai minori. Lui minimizza, dice che è una cosa sua. Di tanto in tanto si dipinge i capelli a modo suo, per far capire che lui di essere uguale agli altri non ci tiene proprio. Comunque, 43 gol in due stagioni, sufficienti a passare sopra a comportamenti eccessivi, sgomitate e cartellini. Sufficienti a convincere il Newcastle, quest’estate, a puntare su di lui. Chissà che dopo queste prime quattro partite i Magpies non abbiano cambiato idea e non si siano pentiti di aver portato a Newcastle la testa calda di Aleksandar Mitrovic. Ma, se avranno la pazienza di aspettare e di sopportare gli sbalzi del suo carattere, scopriranno di aver preso un giocatore vero. Forte, soprattutto.

Un giocatore che, per indole, non conosce la continuità di rendimento, ma che sa scegliere bene i suoi momenti teatrali, quando c’è in palio l’orgoglio. Già, perchè in 10 partite con la Nazionale serba Mitrovic ha segnato un solo gol. L’avversario? La Croazia, naturalmente.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro