Manca poco, qualche ora e un popolo potrebbe sognare ad occhi aperti. Una qualificazione all’Europeo che vorrebbe dire storia, di quelle con la S...

Manca poco, qualche ora e un popolo potrebbe sognare ad occhi aperti. Una qualificazione all’Europeo che vorrebbe dire storia, di quelle con la S maiuscola che rimangono impresse nella memoria collettiva, impossibili da cancellare. Questa volta però all’Albania non basterà una partita tatticamente accorta, non basterà nemmeno rifugiarsi nella classifica e notare che l’avversario è già praticamente fuori dai giochi. Non servirà a nulla tutto ciò perché questa sera, a frapporsi tra l’aquila a due teste ed il sogno europeo, c’è il nemico peggiore che questa Storia potesse immaginare, un nemico chiamato Serbia.

Le immagini della partita di andata, disputata in Serbia, sono ancora negli occhi di tutti. Quel drone pilotato in campo dal cielo, a sfregio, con la bandiera della Grande Albania e poi le botte, tante, tra giocatori Albanesi e tifoseria di casa. Una partita impossibile da portare a termine nel rettangolo di gioco, che ha visto il suo prosieguo nelle aule di tribunale ed ha portato ad un clamoroso verdetto del TAS: vittoria dell’Albania a tavolino per tre reti a zero.

Teatro di questa battaglia sarà Elbasan, città di 125.000 abitanti solcata dal fiume dal fiume Shkumbin. Centoventicinquemila persone sono anche quelle che vorrebbero assistere a questa partita, tante sono le richieste di biglietti pervenute alla federazione albanese la quale non ha potuto far altro che rispondere negativamente. Sì, perché lo stadio di calcio di Elbasan ne può contenere fino ad un massimo di 13000, tutti gli altri che non sono riusciti ad accaparrarsi il preziosissimo tagliando spingeranno la nazionale dall’esterno, dalle piazze e dalle case.

Un popolo intero con il fiato sospeso ad attendere il triplice fischio, se mai ci sarà. Un popolo intero che aspetta questo momento da cinquant’anni ed è aggrappato ad un condottiero di nome Gianni de Biasi.

L’allenatore veneto è il vero e proprio artefice di questi risultati. Inserita in un girone tutt’altro che semplice l’Albania ha saputo giocare con ordine e acume tattico proprio seguendo i consigli della sua guida. Si è arroccata quando doveva soffrire e ha saputo metter fuori la testa nel momento di colpire; lo sa bene il Portogallo, sconfitto in casa propria nella partita inaugurale del girone.

De Biasi è sulla panchina dell’Albania dal 2011, quando ormai pensava di aver smesso con il campo e si stava dedicando ai salotti calcistici. Quel Modena portato dalla C alla A in due stagioni, quel Brescia che vide l’ultima stagione calcistica di Roberto Baggio, tutte sue creature che si perdono in ricordi annebbiati. Gianni aveva ancora qualcosa da dare a questo calcio e a beneficiarne è stata una nazione che ora lo venera e gli riconosce addirittura una laurea Honoris Causa, per meriti straordinari.

Meriti straordinari come: “creatività, ricerca, disciplina tattica, cosicché il grande lavoro nel gettare le fondamenta della forse più vincente squadra nazionale nella storia del calcio albanese; per il suo ruolo particolare, insieme alla squadra nazionale nell’influire qualitativamente nel cambiamento dell’immagine internazionale degli albanesi contribuendo in tal modo energicamente nella creazione del sentimento nazionale“.

E’ impossibile parlare di Albania, nel calcio così come in qualsiasi altro ambito, senza tenere conto del suo pregresso storico. Quella guerra del Kosovo ancora viva nella memoria di tutti, conclusasi ufficialmente nel 1999 ma i cui effetti si possono osservare fino ai giorni nostri. Una guerra che oltre a migliaia di vite umane ha strappato alle nazioni coinvolte generazioni di calciatori, costretti ad emigrare insieme alle rispettive famiglie e mai più ritornati.

Pensate a cosa potrebbe essere un’Albania che nel proprio motore aggiungesse giocatori del calibro di Behrami, Shaqiri o Januzaj. Tutta gente che invece ha preferito vestire la maglia del paese che li ha accolti da profughi, in fuga da quel conflitto sanguinoso.

Questa Albania è guidata da un capitano indiscusso, un leader dentro e fuori dal campo la cui autorità non viene messa in discussione da nessuno. Il suo nome è Lorik Cana, anche lui costretto a fuggire dal Kosovo come rifugiato all’età di 8 anni. Cana ha però scelto una strada diversa, quella del ritorno in patria, quello di condottiero di una nazione che ne rispecchia la forza e gli ideali. Aveva tre passsaporti, la porta di ingresso per la nazionale svizzera già spalancata ma il dubbio non gli è venuto nemmeno per un istante.

Ora lo vedete là al centro della difesa, con l’aquila a due teste marchiata in maniera indelebile, sul braccio e nel cuore. Con lui scendono in campo giocatori che ammiriamo tutte le domeniche sui nostri campi, da Berisha a Hysaj passando per il capitano pescarese Ledian Memushaj. Se possiamo indicare quello che è, a nostro avviso, l reparto più debole della compagine di De Biasi diremmo senza dubbio l’attacco, dove comunque non mancano i possibili talenti emergenti, basti pensare a Rey Manaj dell’Inter.

Saprà l’Albania fronteggiare la pressione di un traguardo così prestigioso da conquistare proprio nella partita più sentita? Lo sapremo, presumibilmente, solo tra qualche ora. Nel frattempo non possiamo far altro che guardare con una certa ammirazione quello che questo popolo ha saputo creare dalle macerie e dalla sofferenza. La stessa sofferenza che fino a pochi anni fa li portava a guardare al nostro paese come ancora di salvezza e che ora si è trasformata in forza e li fa camminare a passo spedito, verso un sogno chiamato Europa.

Ho ancora impresso nella memoria, solo un quarto di secolo fa, il primo sbarco a Bari della nave Vlora. Sono certo che molti di noi ricordano lo sgomento di quelle immagini che interrogavano le nostre coscienze. Ora siamo spesso noi italiani a compiere il percorso contrario, alla ricerca di nuove opportunità. Anch’io faccio parte di questa nutrita schiera.

Gianni De Biasi

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo