Nostalgia Canaglia: Aimo Diana Nostalgia Canaglia: Aimo Diana
Un afoso pomeriggio di metà maggio e noi con l’immaginazione vaghiamo nei meandri di una mente malata. Malata in generale ma soprattutto di pallone.... Nostalgia Canaglia: Aimo Diana

Un afoso pomeriggio di metà maggio e noi con l’immaginazione vaghiamo nei meandri di una mente malata. Malata in generale ma soprattutto di pallone. Vaghiamo e ripercorriamo squadre e giocatori, stemmi e immagini di un calcio che fu. Poi lo sguardo si ferma lì, su di li. Lo sguardo si ferma sulla leggenda di Poncarale, Aimo Diana. Come si fa a rimanere indifferenti al suo fascino? Ditecelo voi, se siete capaci.

Aimo Stefano Diana nasce come esterno basso di difesa, preferibilmente destro, ma ha sempre dato il meglio di sè quando è stato schierato in un ruolo più avanzato. Le sue sgroppate interminabili, la sua facilità di corsa e l’abilità nell’ inserimento ci hanno fatto sognare per intere stagioni, quando la fascia era il suo regno. La sua carriera ha toccato numerose città, da nord a sud, ma i suoi anni migliori rimangono indubbiamente quelli vissuti a Genova, sponda blucerchiata. La sua costanza di rendimento in quel periodo ha fatto sì che venisse convocato in nazionale, prima dal Trap ed in seguito da Lippi. Corsa, tanta corsa. Sette polmoni al servizio della squadra ma non solo. Di lui si ricordano anche goal di pregevole fattura, come quel destro secco all’angolino, imparabile, in un Chievo Sampdoria del lontano 2004.

“Io ci provo sempre. Bazzani è stato molto bravo a farmi da sponda, è andata bene. Abbiamo fatto una buona prova, reagendo alla grande. Col Milan Marassi sarà stracolmo, speriamo in una grande partita.”

L’abbiamo sempre ammirato, con quel suo sguardo malinconico tipico di chi si porta in campo qualche sofferenza, che nel suo caso era piuttosto seria. Per un periodo Diana scendeva in campo con la fidanzata all’ospedale, a lottare tra la vita e la morte, colpita da un aneurisma cerebrale che spesso non lascia scampo. L’ha sempre affrontata così la vita, come una partita di pallone.

La prima tappa della sua carriera è stata Brescia, dove è cresciuto e dove è potuto maturare come giocatore.

“Ho debuttato in Serie A con le Rondinelle, la squadra della mia città. Un onore, ma nello stesso ho capito che c’erano anche molte più responsabilità. È stata una tappa fondamentale della mia carriera, con un grande allenatore qual era Mazzone e il giocatore più forte con il quale ho giocato: Roberto Baggio”

Breve parentesi a Parma, dove conquista la coppa Italia nel 2002, e poi Reggio Calabria città in cui arriva nella sessione di mercato di gennaio.

Nel 2003 approda alla Sampdoria sotto l’egida di Novellino che ne sà valorizzare le doti migliori. A fine anno sarà il giocatore sceso in campo più volte, irrinunciabile nello scacchiere tattico del tecnico di Montemarano. In queste stagioni diventa anche un pupillo degli appassionati di fantacalcio, con il suo rendimento da orologio svizzero, i suoi assist e le incursioni in zona goal (5 goal nelle prime due stagioni e 6 nell’ultima dove però disputa solo il girone di andata in quanto afflitto da una fastidiosissima pubalgia).

“Genova è stato il mio trampolino di lancio, anni nei quali ho conquistato anche la nazionale. Sono arrivato a Marassi all’età giusta, nel massimo della forma.”

Nel luglio del 2006 viene ceduto al Palermo in cambio di Bonanni e Terlizzi oltre che ad un conguaglio economico. Due stagioni quelle in rosanero in cui cui Diana fa fatica a trovare la forma fisica che lo aveva contraddistinto negli anni migliori. Nonostante questo gioca spesso e si ritaglia un ruolo importante nella squadra. A Torino la sua carriera vive di luci ed ombre, tra prestazioni altalenanti ed incomprensioni con la società. C’è spazio anche per una parentesi in svizzera, al Bellinzona prima di chiudere la carriera a Lumezzane e Trento.

La parentesi azzurra merita di essere ricordata, così come il suo unico goal contro la costa d’Avorio. Probabilmente, non fosse stato per quella maledetta pubalgia, sarebbe rientrato nella rosa dei convocati per i mondiali del 2006, chi può dirlo.

Terminata la carriera da calciatore professionista ha deciso di darsi al Beach Soccer, giocando con altri idoli del calibro di De Zerbi, Ganz e Antonio Filippini, per poi dedicarsi a tempo pieno al ruolo di allenatore giovanile.

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