Agostino Di Bartolomei: un giorno, tutto questo Agostino Di Bartolomei: un giorno, tutto questo
“Non è la fine del mondo. Oggi ci ritroviamo a Trigoria per gli allenamenti”. Deve avere un bel cuore di ghiaccio questo Nils Liedholm.... Agostino Di Bartolomei: un giorno, tutto questo

Non è la fine del mondo. Oggi ci ritroviamo a Trigoria per gli allenamenti”. Deve avere un bel cuore di ghiaccio questo Nils Liedholm. È appena passata la notte più triste nella storia della Roma, il Liverpool l’ha sfangata dopo 90 minuti, due tempi supplementari e 5 calci di rigore. Lui sfoglia i giornali, aspira il sigaro, dà un’occhiata alla tv che trasmette ancora le immagini della partita. “Non abbiamo sbagliato niente. Abbiamo fatto tutto quello che potevamo per vincere”.

Roma-Liverpool si gioca mercoledì 30 maggio del 1984. La partita è trasmessa in diretta in 76 paesi del mondo, sono presenti 109 radiocronisti e telecronisti, 506 giornalisti, 120 fotografi. I Reds vanno in vantaggio al 15esimo del primo tempo dopo un’azione sospetta e tra le proteste dei giallorossi. Pruzzo pareggia con un colpo di testa che va dritto dritto nel manuale del calcio. Lo stadio rimbomba. Graziani svaria a tutto campo, Falcao non vive una delle sue serate migliori ma è pur sempre Falcao. Tancredi vola e para tutto (o quasi). Conti ci prova sempre. L’ultima azione del secondo tempo supplementare, quando le squadre sono stremate e si sa, alla fine, che vincerà il meno stanco, non il più forte, arriva con un tiro da lontano: è un missile scagliato dal capitano, Agostino Di Bartolomei. È diretto in porta, potente e preciso, prima che una schiena avversaria s’intrometta in quel sogno.

Fischio.

Si va ai rigori.

È la prima volta nella storia della Coppa dei Campioni che una finale si decide ai calci di rigore. I Reds sbagliano il primo colpo. Di Bartolomei no. Un passo dal pallone, rincorsa breve e tiro centrale. Il portiere sa che gli conviene buttarsi da una parte o dall’altra, se non vuole finire in porta col pallone. 1-0 per la Roma. Dalla Sud si canta Ago, Ago, Ago. La notte sembra dolce. I sogni sembrano veri. La felicità abita qui. Poi tutto cambia, in un minuto. I Reds non sbagliano più. I giallorossi lo fanno due volte. Il Liverpool è campione.

Il giorno dopo è come un incubo. Tutto s’è girato in un minuto. Il presidente Pertini telefona Viola, lo ringrazia, lo consola: rivolge un plauso al pubblico, alla società, ai giocatori. Dicono sia stata quella l’ultima partita di Ago. Il capitano triste, l’uomo gentile del calcio. Se c’è un motivo per cui oggi, 34 anni dopo, ci rimettiamo sugli archivi per riscoprire la sua storia, ecco, è perché in poche occasioni il gioco del pallone ha avuto a che fare con uomini così. Uomini. Come lui.

Dicono che abbia rifiutato il Milan a 13 anni, quando da Tor Marancia era approdato all’OMI, una delle squadre satellite della Roma. Grazie per l’interessamento, signori osservatori, ma spostarsi così presto non è proprio il caso. E poi a Milano, per un romano. Vince 2 campionati con le giovanili della Roma, è già indiscutibilmente capitano. È un prodigioso ragionatore, è una zattera nel caos del centrocampo. È un filosofo con la palla ai piedi.

Se ne andrà da Roma per farsi le ossa in serie B, col Vicenza. Prima di ritornare più pronto e più forte di prima. Liedholm lo arretra a libero accanto a Vierchowod: lui è sempre più libero, sempre più capitano. Nell’83, è scudetto. È l’inizio di una storia d’amore. E di passione.

Ti hanno tolto la Roma ma non la tua curva”, scriveranno i tifosi durante la finale di Coppa Italia col Verona. L’arrivo di Eriksson costringe Di Bartolomei all’angolo: dopo 11 stagioni, 308 partite, 146 con la fascia da capitano al braccio, 66 gol e un’espulsione, una, contro la Juventus, Ago viene ritenuto troppo lento per i nuovi schemi di gioco.

Segue Liedholm, Di Bartolomei. Se ne va al Milan, accettando l’offerta che 16 anni prima aveva orgogliosamente declinato. Affronta la Roma a Milano, segna ed esulta come poche volte avevamo visto nella sua carriera, in faccia ai suoi compagni. Finisce 2-1. Non gliela perdoneranno i tifosi. Non gliela perdoneranno gli ex colleghi. Il ritorno sarà un massacro.

Il lungo viale del tramonto fa tappa a Cesena prima, l’ultima in serie A con la fascia da capitano. E a Salerno, poi. Sempre da capitano, sempre leader, contribuendo alla storica promozione in serie B dei campani.

Dicono sia stato un investimento sbagliato. Dicono che l’agenzia assicurativa che aveva aperto avesse 250 milioni di debiti. Dicono che in famiglia i rapporti si fossero arrugginiti. Alle 8.45 del 30 maggio 1994, esattamente, rigorosamente 10 anni dopo quel mercoledì passato in finale, all’Olimpico, col Liverpool, Ago ha gettato a terra i due stracci che ricoprivano la Smith e Wesson, ha fatto scorrere il tamburo con in canna 6 proiettili e, ancora in pigiama, sulla veranda di casa, l’ha puntata al cuore.

Se stamattina ci siamo svegliati e abbiamo avuto ancora voglia di raccontare la sua storia è perché Di Bartolomei non merita di essere scordato. Perché Di Bartolomei ci ha provato, in fondo, a risalire: si è trasferito in un paesino del Cilento, quello nativo di sua moglie. Si è buttato in politica. Ha commentato per la RAI i Mondiali del ’90. Ha aspettato una chiamata, impazienta, dalla sua Roma. Ha alzato il telefono, dicono, più e più, volte, cercando di rientrare in quel mondo dal quale non era mai voluto uscire. Un incarico da manager, da selezionatore. Un incarico che sia uno. Mai mendicato, guadagnato. Se stamattina ci siamo svegliati e abbiamo avuto ancora voglia di raccontare la sua storia è perché Di Bartolomei aveva fondato una scuola calcio per insegnare il pallone ai piccoli. “A me piacerebbe che i ragazzini imparassero da piccoli ad amare il calcio, ma non prendendo a modello alcuni dei miei capricciosi colleghi”. Se stiamo ancora qui a parlare di Ago è perché lui, in fondo, era come noi.

Solo che non era riuscito a mandarla giù.

Raffaele Nappi
twitter: @RaffaeleNappi1