Abbiamo condiviso solo 90 minuti più recupero Abbiamo condiviso solo 90 minuti più recupero
Abbiamo condiviso solo 90 minuti più recupero. Mi hanno parlato di questa Copa Sudamericana, ho sentito Borghi e Triolo discuterne in una diretta Sky... Abbiamo condiviso solo 90 minuti più recupero

Abbiamo condiviso solo 90 minuti più recupero.

Mi hanno parlato di questa Copa Sudamericana, ho sentito Borghi e Triolo discuterne in una diretta Sky su Facebook. Così ho deciso di seguire la semifinale di ritorno da Chapecoense e San Lorenzo. Si gioca in Brasile e non avendo installato Sky Go sul telefono, sono costretto a sperare in una diretta YouTube. Per fortuna un canale brasiliano trasmette la partita sul tubo.

Io non sono un intenditore di calcio sudamericano, non ho visto molte partite. Osservando quella semifinale però, ho stampato nella mia mente alcuni particolari, come un turista che si reca in un posto sconosciuto e nell’ignoto cerca dettagli da ricordare e raccontare.

Prima di tutto la telecronaca: non conosco il nome del giornalista, ma raramente mi sono sentito così coinvolto. Pur capendo una parola su cinque. Indimenticabile quello “SporTV, somos todos campeõnes“, in cui si lanciava ogni sei minuti con un tono diverso in base a quello che stava succedendo sul campo.

Il pubblico: sicuramente in Brasile c’è una concezione del calcio diversa dalla nostra. Ora non so se accadono le stesse cose per tutte le squadre, ma mi è sembrato inizialmente strano, e poi molto divertente, il fatto che la gente si lanciasse in boati di approvazione o applausi di compassione, per giocate che da noi farebbero crepare d’infarto mezzo stadio (del resto qui si rumoreggiava quando Pogba toccava il pallone con la suola). Poteva essere un sombrero, un tunnel o un colpo di tacco, in zone anche pericolose. Poi i minuti finali, con uno 0-0 in bilico che avrebbe garantito l’accesso alla finale. L’arbitro concede quattro minuti di recupero, ma la gente non ce la fa più a soffrire sugli spalti e inizia a festeggiare già al 92′, ormai convinta di avercela fatta. L’ultima sofferenza però deve ancora arrivare, infatti prima del fischio finale è il portiere ad aggiungere un altro capitolo a questa bellissima storia sportiva, con una parata a dir poco eroica.




Poi i giocatori: non me li ricordo certo tutti, ma ho fatto in tempo ad innamorarmi della chioma afro di Kempes. Pensavo si pronunciasse proprio “Kempes“, come il famoso attaccante argentino, ma sentire il telecronista chiamarlo “Kemps” non ha fatto altro che renderlo il mio idolo momentaneo. Poi il capitano, Cléber Santana. Un giocatore dotato di una buonissima tecnica e di un carisma che non passa inosservato. Si prendeva la squadra sulle spalle facendo scorribande con il pallone attaccato a qualsiasi parte del corpo consentita. Poi Danilo, il portiere, per l’impresa che ho già descritto prima. E infine Bruno Rangel, l’idolo di casa, che non avrà inciso più di tanto, ma ha dato una fiducia impressionante al pubblico solo entrando in campo. Scopro ora su Wikipedia che in realtà non è proprio una bandiera del club, ma il protagonista principale della promozione 13/14, annata in cui ha segnato 31 gol in 34 partite.

Questa mattina mi sveglio con la terribile notizia. L’aereo che trasportava la Chape a Medellín per giocare la finale di andata, si è schiantato. Su quel volo non doveva nemmeno esserci la squadra, poiché l’aereo da prendere sarebbe dovuto essere un altro. Fatalità, un guasto elettrico a quanto pare.

Sono solamente triste perché è stato rubato un sogno a migliaia di persone, e 76 passeggeri di quel volo non ce l’hanno fatta.

Io non sono né un tifoso, né (per ora) un grande appassionato di calcio brasiliano, ma ho condiviso con loro 90 minuti più recupero. In principio esperienza divertente da raccontare a qualche amico, ora ricordo indelebile.

Giovanni Ferrari
twitter: @giovamajor_0