Certe volte fai dei sogni così belli che non vorresti mai svegliarti. Certe volte fai dei sogni che ti sembrano così belli e reali...

Certe volte fai dei sogni così belli che non vorresti mai svegliarti.

Certe volte fai dei sogni che ti sembrano così belli e reali che, quando suona la sveglia, ti senti comunque felice. Altre volte invece, capita che la sveglia suoni forte, fortissimo, proprio mentre tu sei nel bel mezzo del sogno.

Proprio mentre stai per baciare la principessa.

Proprio mentre stai per coronare la tua storia con un lieto fine da favola. Certe volte, invece, ti buttano giù dal letto con tutta la coperta, e ti costringono a metterti in piedi e a fare i conti con il mondo. Con quello schifo del mondo.

Un po’ quello che successe al Vicenza artefice di una meravigliosa cavalcata in Coppa delle Coppe nella stagione 1997-98. Una cavalcata interrotta a un passo dal sogno. Una favola senza lieto fine, una di quelle che più ci emozionano, insomma.

Una cavalcata iniziata nella stagione precedente. Il trionfo del calcio di provincia, quando ancora era possibile che una Cenerentola vincesse uno dei trofei più importanti del calcio italiano. Prima che quel trofeo venisse bistrattato da squadre imbottite di riserve, con i titolari sacrificati sull’altare del dio Turnover, manco se far giocare un campione in una partita di Coppa Italia fosse diventata un’offesa.

Tralasciando le divagazioni, e ritornando alla nostra storia, veniamo catapultati nella primavera del 1997. Vicenza e Napoli stanno per giocarsi la finale di Coppa Italia. Andata e ritorno. Si gioca per primi al San Paolo, l’8 maggio del 1997. Vince il Napoli 1-0, segna l’Avvocato, Fabio Pecchia. Si deciderà tutto al Romeo Menti di Vicenza, il 29 dello stesso mese. E’ un Romeo Menti vestito a festa, con tanto di coreografia tricolore che avvolge tutto lo stadio. Compreso quell’inspiegabile palo nel bel mezzo della tribuna che compariva in tutte le trasmissioni televisive, uno dei ricordi più belli delle nostre vite.

In ogni caso, dopo 20 minuti Gimmy Maini ha già pareggiato i conti, raccogliendo una respinta corta di Pino Taglialatela e scaraventandola in rete. La partita è tesissima, in campo e sugli spalti. La posta in palio è altissima. Nicola Caccia colpisce un palo clamoroso, con Brivio che aveva già dato il gol per fatto. Non succede più nulla, e si va ai supplementari. Dopo due minuti Caccia, dopo il palo, colpisce Viviani con una gomitata in pieno volto, Braschi mostra il rosso.

Poi, quando mancano due minuti, solo due minuti ai calci di rigore, Pino Taglialatela respinge ancora male. Stavolta c’è Maurizio Rossi nei paraggi. E’ il più veloce di tutti a presentarsi sul pallone, è il più veloce di tutti a stringere la mano alla Storia. 2-0 per il Vicenza. Qualche minuto dopo arriva anche il suggello finale, il 3-0 di Iannuzzi. Il Vicenza di Mister Guidolin ha conquistato la Coppa Italia, la Provincia ha trionfato. Il capitano Giovanni Lopez alza la coppa davanti ad un Menti in comprensibile visibilio.

E siccome questa è la storia di un calcio che non c’è più, quella coppa sollevata al cielo voleva dire anche un’altra cosa: il Vicenza, nella stagione successiva, avrebbe avuto l’onore e l’onere di rappresentare l’Italia affrontando le altre vincitrici delle Coppe Nazionali sparse in tutta Europa. Il Vicenza di Francesco Guidolin sarebbe andato a giocarsi la Coppa delle Coppe nella stagione 1997/98.

Per affrontare la stagione che verrà, a Vicenza si attrezzano come Dio comanda: il mercato estivo porta in biancorosso gente del calibro di Pasquale Luiso, Lamberto Zauli, Massimo Ambrosini, Roberto Baronio, Francesco Coco, Arturo Di Napoli,Marco Schenardi e Lorenzo Stovini. Murgita e Maini invece vanno via, non vivranno l’avventura europea.

L’accoppiamento per il primo turno della Coppa delle Coppe non è dei più benevoli. Presentarsi vestiti da Cenerentola alla cerimonia del sorteggio non aiuta. Dall’urna esce il nome dei polacchi del Legia Varsavia, una trasferta ostica e una squadra insidiosa. Manco a dirlo, il 18 settembre 1997, giorno dell’esordio, il Romeo Menti ribolle di attesa e speranza. E di un pizzico di paura, quell’ansia da debutto mista a senso di inadeguatezza a certi palcoscenici che può farti chiudere lo stomaco e annebbiare la vista. Eppure, dopo i primi 45 minuti il Vicenza è già sul 2-0, con le reti di Luiso e Ambrosetti. Sarà anche il risultato finale, e la trasferta in Polonia diventerà così più agevole, ma non certo scontata. Segna Kacprzak, il Legia si sbilancia per cercare il gol che manderebbe la partita ai supplementari. E offre il fianco al contropiede del Vicenza, che, implacabilmente, colpisce. Lamberto Zauli fa 1-1 e porta il Vicenza agli ottavi di finale di Coppa delle Coppe.

Avversario designato lo Shaktar Donetsk, che, all’epoca, non era una rappresentante di un calcio emergente quanto una trasferta in culo al mondo in un posto dal nome impronunciabile, a voler essere totalmente onesti. E il campo, infatti, riflette questa idea. In Ucraina i biancorossi passano facilmente, 3-1 senza troppi pensieri, grazie alla doppietta di Pasqualone Luiso e al gol di Beghetto. Al Menti, pura formalità per il ritorno. Giusto per mantenere le tradizioni, il Toro di Sora pensa bene di segnare il suo oramai solito gol. Pareggia Atelkin, che poi passerà da Lecce senza lasciare tracce indimenticabili del suo passaggio, Viviani dà al Vicenza anche la soddisfazione della vittoria: quarti di finale.

Roda Kerkrade, dice l’urna. Ancora una volta l’avversario non è dei più duri. A Vicenza lo dicono a denti stretti, con l’umiltà tipica della provincia che ti impone, sempre e comunque, il profilo basso. Non dire gatto se non l’hai nel sacco. Ecco, forse a Vicenza parlare di gatti nel sacco può dare adito a più di qualche incomprensione. In ogni caso, i biancorossi ipotecano il passaggio del turno già dalla trasferta in terra olandese. 4-1, il 5 marzo 1998. Apre le marcature lui. Si, Luiso. Con una testata delle sue. Belotti raddoppia sfruttando una dormita della compiacente difesa olandese. Poi si ripete Pasquale Luiso. Indovinate come? Si, con un’altra zuccata. Poi c’è tempo anche per il gol di un attaccante uruguagio con i capelli a caschetto e la faccia cicciottella, Marcelo Otero. Anche il ritorno, al Romeo Menti, sarà una goleada. 5-0, con i tifosi di casa che, impietositi, nel finale sperano nel gol della bandiera del Roda. Che non arriverà.

Arrivati a questo punto, diventa difficile distinguere realtà e fantasia, campo e magia. Il Vicenza ha la possibilità concreta di mettere le mani sulla Coppa delle Coppe. E’ in semifinale, per Dio. Francesco Guidolin ha costruito una squadra solida ma divertente. Il pubblico del Menti vive una favola dalla quale non vorrebbe mai svegliarsi. Perchè si, più che una favola sembra un sogno. Per la semifinale, ci sarà di fronte il Chelsea. Il Chelsea dell’allenatore-giocatore Gianluca Vialli, il Chelsea degli altri due italiani Di Matteo e Zola.

Non è ancora il Chelsea dei fantastiliardi di Abramovich e dello Special One. E’ una squadra che può ancora a tutti gli effetti definirsi sfigata. Ben lungi dall’essere la corazzata che conosciamo oggi. Ma è pur sempre una signora squadra. Una squadra con cui il Vicenza di Guidolin non dovrebbe avere a che fare. Se non fosse che questa è la storia di un miracolo, seppur a metà, e quindi Chelsea e Vicenza si giocheranno davvero l’accesso alla finale in un doppio confronto, andata e ritorno. Vicenza-Londra, Londra-Vicenza.

L’altra semifinale è Stoccarda-Lokomotiv Mosca.

Brivio, Belotti, Mendez, Dicara, Viviani, Schenardi, Di Carlo, Ambrosini, Ambrosetti, Zauli, Luiso. Questi gli undici in maglia biancorossa che il 2 aprile 1998 scendono in campo in un Menti vestito a festa. C’è molta Italia nel Chelsea, ma c’è molta Inghilterra anche nel Vicenza, in quei mesi diventato di proprietà di una non meglio precisata finanziaria inglese. I prodromi del calcio moderno.

Torniamo al Romeo Menti, torniamo a quel palo che intralcia la visuale dalla tribuna e a una coreografia spettacolare, tricolore prima, biancorossa poi. E’ una notte in cui tutto sembra possibile. Lo si sente nell’aria. Francesco Guidolin, in tuta e cappellino, dà l’idea di quello che è questa storia. La provincia italiana, in tenuta da lavoro, la provincia italiana a pane e salame, alla serata di gala. Senza pensarci su, che questi siamo noi.

Passano quindici minuti, quindici giri di lancette. Lancio lungo dalla trequarti a scavalcare tutta la difesa dei Blues. Lamberto Zauli, sulla linea dell’area di rigore, vertice destro, aggancia il pallone con un colpo da karateka. Manda al bar il difensore una prima volta. Controlla con il destro, si porta il pallone sul sinistro in un lampo. In ancor meno tempo si porta il pallone sul sinistro, e batte a rete. Non c’è spazio, non c’è tempo. Ma soprattutto non c’è tempo per De Goey. Non c’è tempo per vedere il pallone e andare giù e provare quantomeno a respingerlo. Non c’è tempo, per lui. C’è tempo solo per raccogliere in fondo al sacco il pallone dell’1-0 per il Vicenza.

Di tempo, invece, fino alla fine, ce n’è fin troppo. 75 minuti e il viaggio in trasferta a Londra. Un’Odissea intera. Soffrendo, sudando, respingendo, quei 75 minuti passano. E passano anche i giorni che separano il Vicenza dalla semifinale di ritorno.

16 aprile, Stamford Bridge, Londra, Regno Unito. Brivio, Belotti, Mendez, Dicara, Viviani, Schenardi, Di Carlo, Ambrosini, Ambrosetti, Zauli, Luiso. Guidolin, come uno che ha vinto a carte tenendo le gambe incrociate in un certo modo e preferisce non muoversi mai più pur di tenere vivo il fluido magico, non ci pensa nemmeno a toccare qualcosa della formazione che ha portato a casa l’1-0 dell’andata. E’ aprile, ma il freddo di Londra è pungente. L’aria umida, ti entra nelle ossa quel freddo. Ma non è certo per il freddo e l’umidità che le gambe dei ragazzi di Guidolin tremano. Tremano, quelle gambe, perchè una volta sbucati dal tunnel di Stamford Bridge, i ragazzi capiscono che c’è da presentarsi all’appuntamento con la storia. E noi non abbiamo nemmeno il vestito della festa. In maglia grigia, eleganti ma non troppo.Dovrebbe essere il Chelsea a fare la partita, dovrebbero essere i Blues a dettare il ritmo. Invece i Blues non sono nemmeno Blues, perchè sono in maglia gialla.

E invece, dopo 32 minuti, la storia sembra prendere una piega ben precisa. Sembra diventare favola. Lamberto Zauli si inventa ancora una giocata delle sue. Scucchiaia in area un pallone che solo lui sa come, spiazzando tutta la difesa del Chelsea. In mezzo all’area, il pallone arriva a metà tra i piedi di Ambrosetti e di Pasquale Luiso. Uno dei due si avventa su quel pallone, travolgendo qualsiasi cosa transiti nei paraggi. Se ci fosse stata sua mamma, accanto a quel pallone, l’avrebbe calciata con la stessa forza, buttando per aria la signora. Ci pare superfluo dire che tra Ambrosetti e Luiso, quello che si avventa su quel pallone e lo scaraventa all’angolino con potenza inaudita è il Toro di Sora. Uno a zero per il Vicenza, a Londra. Luiso prende il dito indice della mano destra e lo porta tra bocca e naso. Ma non c’è bisogno. ll pubblico di Stamford Bridge è già avvolto dal silenzio più assoluto.

Ora, se questa fosse una storia a lieto fine, dovremmo raccontarvi di come il Vicenza resistette, stoicamente, per l’ora successiva, agli assalti del Chelsea. Se questa fosse una storia a lieto fine, racconteremmo il ritorno in patria degli eroi, la finale da giocare, la storia scritta da una banda di semisconosciuti ai grandi livelli. Invece, come tante delle storie che ci piace raccontare, il lieto fine non c’è. Al Chelsea, dopo 32′ della semifinale di ritorno, servivano 3 gol per passare il turno. Serviva prendere il tavolo e ribaltarlo di forza, travolgendo tutto. Fu esattamente quello che successe quella sera di aprile allo Stamford Bridge.

Mesi interi di cavalcata gloriosa buttati via in mezzora. Anche questo è il calcio. Soprattutto questo è il calcio. Poyet al 35′. Zola al 51′. Pure tu, figlio nostro, pure tu ti ci sei messo. Di testa, proprio tu, di testa. Su cross dell’altro italiano, Gianluca Vialli. Una pugnalata che fa male il doppio. In mezzo, tra i due gol del Chelsea, un gol regolarissimo annullato a Luiso. Eppure, a 15′ dalla fine, sul 2-1 per il Chelsea, il lieto fine era ancora a portata di mano. Bastava resistere, solamente resistere. Non bastò. Vialli, da dentro il campo, manda dentro Mark Hughes, vecchio bucaniere d’area. Lancio lungo di De Goey. Un siluro, un missile. Pare telecomandato. Dal limite dell’area di rigore del Chelsea arriva al limite dell’area di rigore del Vicenza. Dicara va a vuoto. Si fa uccellare implacabilmente da Hughes. Che controlla di testa, si allunga il pallone, infilza Brivio con un missile all’angolino.

E’ il minuto 75.

Ora, l’impresa disperata la deve fare il Vicenza.A quattro secondi dalla fine, quattro secondi dal triplice fischio, il Vicenza ha l’ultima occasione. Pallone buttato alla disperata nel mezzo. Sembra incredibile, una storia da non crederci. Ma i difensori del Chelsea si sono dimenticati di Pasquale Luiso. Il Toro di Sora è da solo, in mezzo all’area. Lascia rimbalzare il pallone. Lo deve toccare, solo toccare. Lo deve accarezzare, gli basta toccarlo e godersi di nuovo il silenzio di Stamford Bridge. Non lo toccherà mai, quel pallone. Un balzo felino di De Goey glielo toglie dalla testa, quel pallone, e lo devia verso la linea di fondo. Luiso entra in porta, sullo slancio. Senza pallone. Si accascia oltre la linea di porta, distrutto, a faccia in giù. Ripensa a questo gol che poteva essere. Ripensa al gol annullatogli ingiustamente. Forse tira qualche velata ingiuria agli astri celesti.

Con il triplice fischio finale, muoiono i sogni del Vicenza. Nell’angolino di quella porta di Stamford Bridge, il Vicenza di Francesco Guidolin, di Pasquale Luiso, di Lamberto Zauli, di Mimmo Di Carlo, e di tutti gli altri, saluta la Coppa delle Coppe. Per sempre.

Non avranno fatto la storia. Sugli almanacchi, di quel Vicenza, non resta traccia. Resta, invece, indelebile, nel cuore e nella memoria di noi. Nel cuore e nella memoria di chi quella cavalcata l’ha vissuta. Di chi, per quella cavalcata, ha versato sì le lacrime più amare della propria vita calcistica, ma probabilmente ha vissuto anche i giorni più belli della propria vita. Non necessariamente quella calcistica. Di chi, quella cavalcata, forse non l’ha vista in pieno. Impallato dal palo della ringhiera del Romeo Menti di Vicenza.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro