Una testa di maiale! Come diavolo ha fatto qualcuno a portare dentro una testa di maiale? Cosa pensava di fare? Probabilmente è stata la...

Una testa di maiale! Come diavolo ha fatto qualcuno a portare dentro una testa di maiale? Cosa pensava di fare? Probabilmente è stata la cosa più strana che abbia mai visto, ma d’altronde questo è il Clásico. (Michel Salgado)

E’ la seconda volta che Luis Figo, approdato nel 2000 alla corte di Florentino Perez come il giocatore più pagato nella storia dei blancos, mette piede al Camp Nou da avversario. Ha ancora negli occhi e nella testa la prima accoglienza dei catalani nei suoi confronti, nei confronti del traditore che mai avrebbe dovuto apporre la sua firma su quel contratto da settanta milioni di euro.

Tremano le gambe al ricordo di quegli striscioni. Le scritte erano piuttosto eloquenti: giuda, escremento, mercenario e così via. La cosa più simpatica erano state quelle diecimila pesetas stampate con il suo faccione da fotoromanzo in bella mostra, che gli sarebbero piovute addosso alla prima occasione utile.

Devo essere stato uno dei primi sportivi che ha dovuto disputare un match con 120mila persone contro, concentrate verso di me e non sulla squadra. (Luis Figo)

Gli era andata ancora piuttosto bene, a giudicare da cosa successe un anno più tardi.

E’ il 23 novembre del 2002 e al Camp Nou è in programma il Clasico di Spagna, arbitro designato Medina Cantalejo. Quando si parla di Clasico in Spagna ci si riferisce sì ad una rivalità che va oltre il semplice campo da calcio, ma anche ad una rivalità che, nonostante tutto, rarissimamente sfocia in episodi eclatanti dentro e fuori dal campo. Con qualche eccezione.

Per capire meglio ciò che successe quella sera proviamo a metterci nella condizione d’animo di un tifoso blaugrana tradito, consci di non averne pienamente la facoltà. Non deve essere semplice dimenticare cinque anni di prodezze, dribbling sulla fascia e cross pennellati a centro area, con la classe di chi, con quei piedi e quella tecnica, può fare ciò che più gli aggrada. Non dev’essere semplice per nulla vedersi soffiare da sotto il naso la miglior ala destra in circolazione, passata dalla parte del nemico di sempre.

Non mi sentivo pienamente valorizzato“, spiegherà Luis Figo in varie interviste rilasciate in tempi più o meno recenti, parole che, per quei tifosi blaugrana feriti, suonavano vuote fino ad assumere le sembianze di sporche e maledette banconote, di quelle che tutto comprano, persino la dignità, a detta loro.

Cinque anni da stella non si cancellano con un colpo di spugna, non se ti chiami Luis Figo e hai portato alla causa due campionati, due Coppe del Re, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa europea e una Supercopa di Spagna. Quarantacinque reti realizzate e chissà quante fatte realizzare. Eppure nel calcio va così; riconoscenza è un termine che chiunque abbia a cuore le sorti della propria squadra farebbe bene a riporre in un cassetto, dove si tengono solo gli oggetti più preziosi. Non è roba per tutti, anzi è quasi vero il contrario.

Ora sei costretto ad ammirarle quelle giocate, a guardare la stessa classe, che prima ti mandava in paradiso, con un’unica sostanziale differenza: la camiseta. Da blaugrana è diventata blanca. Vorresti mandarlo all’inferno, giuri che alla prima occasione utile ce lo manderai. Costi quel che costi.

Così si arriva a quella fatidica sera di 14 anni fa, con quella un’aria fredda che ha solo bisogno di essere incendiata. Le squadre entrano in campo: Puyol, Xabi, Riquelme da una parte contro Roberto Carlos, Figo e Raul, le stelle non mancano di certo. Viene assegnato un corner ai Blancos e sulla bandierina può andarci solo lui, l’asso portoghese per tutti gli amanti del pallone, il traditore, per i centomila che affollano il Camp Nou.

Di solito offrivo a Luis la possibilità di battere il calcio d’angolo corto, ma non quella volta“, spiega Salgado. “Piovevano missili dagli spalti: monete, un coltello, una bottiglia di vetro. Meglio metterla via. Angoli corti? No, grazie”.

Sul manto erboso piove di tutto, ma in qualche modo il corner si batte. Come viene viene, infatti viene male e finisce direttamente sul portiere, che però smanaccia il pallone nuovamente in angolo. Bonano il sadico, lo potremmo ribattezzare. Luis Figo deve però spostarsi dall’altro lato del campo per battere questo corner. Non è proprio cosa, dovrebbe calarsi in testa l’elmetto e partire per la guerra. Un po’ troppo per una semplice partita di pallone, seppur di importanza straordinaria, nel senso etimologico del termine.

Medina Cantalejo decide che non è il caso di proseguire, interrompe la partita e comincia l’inventario degli oggetti fatti pervenire dai tifosi di casa sul terreno di gioco. Dall’erbetta del Camp Nou, tra tutto il campionario, ecco spuntare ciò che non ti saresti mai aspettato di vedere su un campo da calcio: la testa mozzata di un maialino da latte, el cochinillo, una prelibatezza gastronomica da quelle parti, tra le altre cose. Da quel momento in poi quel Clasico venne ribattezzato “El Clasico de el Cochinillo”, in relazione al ritrovamento di quello che si può considerare a tutti gli effetti l’oggetto più incredibile lanciato in un campo da calcio, punizione per il traditore che passa dalla parte del nemico.

Non l’avevo vista subito. Se me ne fossi accorto ne avrei mangiato un po’, un aperitivo. (Luis Figo)

A distanza di anni Luis Figo ci scherza sopra, in fondo il tempo mitiga tutto.

Alla storia passerà un anonimo 0-0, per gli almanacchi sarà una partita come un’altra. Non per noi, non per chi ha assistito, quel 23 novembre del 2002, al Clasico de el Cochinillo, una partita impossibile da dimenticare.

Paolo Vigo
twitter:@Pagolo