2 luglio 2000, la beffa più atroce 2 luglio 2000, la beffa più atroce
Ci sono giorni in cui il calcio vuoi odiarlo. Semplicemente odiarlo. Mandare tutto all’aria, maledire il giorno in cui hai deciso di seguire questo... 2 luglio 2000, la beffa più atroce

Ci sono giorni in cui il calcio vuoi odiarlo. Semplicemente odiarlo. Mandare tutto all’aria, maledire il giorno in cui hai deciso di seguire questo sport e spegnere la televisione, riporre sciarpe, magliette, bandiere nel cassetto e tornare a vivere una vita normale. Quei giorni in cui il dolore è stato talmente lancinante, la delusione talmente forte a spingerti di smettere di credere in questo sport. Quei giorni in cui hai toccato il cielo con un dito per poi cadere, crollare a terra con tutto il tuo peso, come fa più male.

Quei giorni, come il 2 luglio del 2000. Il giorno della finale degli Europei di Calcio che inauguravano il nuovo millennio. Quella finale che ci eravamo guadagnati solamente qualche giorno prima, in una battaglia che ci aveva fatto credere che era davvero tutto possibile. Solo pochi giorni prima eravamo convinti che il calcio fosse il gioco più bello del mondo, che il nostro destino fosse quello di conquistare l’Europa e issarci sul suo tetto da campione. Quella partita con l’Olanda aveva significato solo e soltanto una cosa. Eravamo pronti a diventare i campioni, ci saremmo presi tutto quello che c’era sul tavolo e l’avremmo fatto con la Francia. Già, la Francia. Quella squadra maledetta, quegli odiosi galletti, quegli spocchiosi mangiabaguette che due anni prima ci avevano sbattuto fuori anche dal Mondiale. Il Mondiale che poi sono andati a vincere, quel Mondiale che poteva essere nostro se solo quel tiro di Roberto Baggio fosse andato qualche centimetro più qui, se il rigore di Gigi Di Biagio non si fosse stampato, senza rispetto, su una traversa diventata improvvisamente troppo grande.

Ma adesso quel ricordo è solo un altro motivo in più per dannarci l’anima qui al De Kuip di Rotterdam, qui dove siamo schierati, con la nostra maglia bianca, che sostituisce quella azzurra, per oggi, ad ascoltare l’inno di Mameli e a cantarlo più forte che mai, per spaventare il nemico, per caricarci e per riconoscerci. Siamo ovunque. Allo stadio, a casa, con gli amici, al bar, in villaggi vacanza troppo stretti per le nostre ambizioni. E siamo determinati. Abbiamo una squadra di eroi disposta a lottare fino in fondo, non ci faremo strappare questo sogno.

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Non questa volta, non oggi. L’Europa sarà nostra, non ci sono discussioni. I nostri eroi, d’altronde, sono schierati, e non vediamo come possiamo perdere. In porta Francesco Toldo, il baluardo, il gigante, l’angelo azzurro che ci ha portato fin qui sulle sue ali. In difesa Cannavaro, Nesta, Iuliano, Maldini. A centrocampo Di Biagio, Albertini, Pessotto e Fiore. In attacco Francesco Totti e Marco Delvecchio. L’uomo che non ti aspetti, l’onesto faticatore che si è conquistato a colpi di chilometri il Paradiso, e il genietto che con un cucchiaio ha irriso tutta l’Amsterdam Arena qualche giorno prima.

La partita è una classica finale. Con le squadre che si studiano ma non si vogliono scoprire. La Francia gioca bene per tutto il primo tempo, ma noi siamo nelle mani di Dino Zoff, e non temiamo nessun attacco. Zinedine Zidane può farci tutta la paura che vuole, noi lo respingiamo con perdite, sempre. Andiamo all’intervallo sullo zero a zero, forti del nostro coraggio. Sicuri che saremo premiati. E infatti, dopo dieci minuti del secondo tempo, il Genio accende la sua lampada. Una partita del genere la può risolvere solamente un’intuizione, un’invenzione. Ed ovviamente è un colpo a sorpresa di Francesco Totti. Un colpo di tacco del Pupone libera Gianluca Pessotto sulla destra. E lasciare spazio a Pessotto per guardare in mezzo, prendere la mira, piazzare il pallone, è un errore. Il pallone arriva in area con i giri giusti. Marco Delvecchio, la sorpresa, l’uomo che nessuno si aspettava di vedere in quella finale, si fa trovare al posto giusto al momento giusto. Deve solo mettere il piatto destro e correre ad esultare.

Sarebbe una trama perfetta. Sarebbe la finale decisa dall’uomo meno atteso, dal ragazzo buttato nella mischia contro tutto e tutti. Sarebbe una vittoria bellissima, una vittoria del cuore. Una vittoria che abbiamo l’opportunità di blindare tre minuti dopo il gol di Delvecchio. Francesco Totti, ancora lui, vede uno spazio che altri non hanno visto, e lancia Alex Del Piero, entrato da poco al posto di Fiore. Alex ha l’opportunità di zittire tutti i suoi critici, quelli che, da quando il fantasista della Juventus ha lasciato un ginocchio, distrutto, sul terreno del Friuli di Udine, continuano a ripetere che Pinturicchio non c’è più. Che il vecchio Alessandro Del Piero è solo un ricordo sbiadito. Alex le sente, nelle sue orecchie, queste voci. E’ solo davanti a Barthez, le deve solo mettere a tacere. Insaccare il pallone in rete e rinascere. Insaccare il pallone in rete e regalare il Campionato Europeo del 2000 all’Italia. Alex Del Piero colpisce con un tiro indegno del suo nome. Ciabatta largo, spreca la grande opportunità. Grande opportunità che, per uno strano e infame scherzo del destino, tornerà a ripresentarsi anche a sei minuti dal termine. Di nuovo le voci. Di nuovo l’opportunità di zittirle. Di nuovo un tiro ciabattato, stavolta addosso a Barthez. Di nuovo quelle voci, sempre più forti, che gli urlano che Alex Del Piero è finito. Quelle voci che lo marchieranno a vita di un errore che lo perseguiterà, un errore che Alex riscatterà solo 6 anni dopo, con il gol del 2-0 alla Germania.

L’Italia resiste, nel solco della sua tradizione. Resistono gli undici in campo e resistiamo noi, su quel divano. Stretti ai nostri sogni, attaccati a quella bandiera che non vediamo l’ora di far sventolare, pazza, al vento.  Resistiamo, strenuamente. Resistiamo, fino al punto in cui sembriamo quasi avercela fatta. Resistiamo, zuppi di sudore e con i tappi degli spumanti, rigorosamente non champagne, pronti a saltare in aria. Resistiamo, fino a quel maledetto ultimo minuto.

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Quel maledetto ultimo minuto in cui tutti i nostri sogni crollano come un castello di sabbia di fronte ad un’onda prorompente. Resistiamo, finchè Wiltord va via alla nostra difesa e fa quello che gli attaccanti olandesi non erano riusciti a fare: battere Francesco Toldo. Gli spumanti tornano in frigo. Wiltord ha mandato la partita ai supplementari. E’ una spada che ci trafigge il cuore. Si giocano i supplementari, ma probabilmente solo per onor di firma. Perchè quando hai il cuore spezzato fai fatica a respirare, a muoverti, a camminare. Figuriamoci a giocare una finale degli Europei.

Quando, al tredicesimo minuto del primo tempo supplementare, Robert Pires va via sulla fascia sinistra, vediamo tutto al rallentatore, come in un film dal finale scontato. Vediamo tutto prima. Il pallone perso da Albertini, quel pallone perso perchè non sapevamo che farcene, perchè non avevamo più voglia di restare in campo. Pires che va via a tante statuine e mette in mezzo un cross teso. Il piede del nuovo entrato, un ragazzino magro e spilungone che si è già accordato con la Juventus e ci tiene a lasciare il primo segno nel cuore dei tifosi italiani. Il tiro di David Trezeguet, perso in mezzo all’area, che si infila sotto la traversa di Toldo, colpisce la rete, decreta la fine del match. Golden goal, lo chiamiamo noi. Sudden Death, morte improvvisa, lo chiamano gli anglosassoni. Mai termine fu più azzeccato, la morte improvvisa di un sogno, di una vittoria che sembrava già nostra e che stavamo già festeggiando.

Il calcio, certe sere, è una maledetta tortura. Il 2 luglio del 2000, a Rotterdam, è stata proprio una di quelle sere.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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