1974, il primo Mondiale di Haiti 1974, il primo Mondiale di Haiti
Nel 1974 Haiti partecipa per la prima volta ai Mondiali. Il capitano Philippe Vorbe, unico bianco della squadra, racconta l’avventura dei caraibici in Germania,... 1974, il primo Mondiale di Haiti

Nel 1974 Haiti partecipa per la prima volta ai Mondiali. Il capitano Philippe Vorbe, unico bianco
della squadra, racconta l’avventura dei caraibici in Germania, nel libro “I Mondiali dei vinti” di
Matteo Bruschetta.

La federazione aveva fatto richiesta all’Italia di un allenatore e dal centro tecnico di Coverciano suggerirono Ettore Trevisan. Arrivò ad Haiti nel 1973 come collaboratore del Ministero degli Esteri italiano per i paesi in via di sviluppo. Triestino come Nereo Rocco, Ferruccio Valcareggi e Cesare Maldini, negli anni Sessanta Trevisan fu uno dei primi italiani ad allenare all’estero, in Grecia e in Corsica. Parlava un buon francese e ci insegnò molto a livello tattico. (…)

Due settimane dopo qualificazione, il 5 gennaio 1974, a Francoforte ci fu il sorteggio dei gironi mondiali. Siamo finiti nel gruppo 4 con Argentina, Polonia e Italia, il paese di Trevisan. Dall’Italia lo chiamarono per delle interviste, ne rilasciò una a Vittorio Zucconi de “La Stampa” nella quale c’era scritto che vivevamo in baracche miserabili, non mangiavamo abbastanza e usavamo riti vudù. Ad Haiti non presero bene quell’articolo e lo usarono come scusa per farlo fuori. Ettore era già un problema da prima, un bianco europeo a rappresentarci ai Mondiali non era visto di buon occhio dal regime.

Non lo invitarono ai festeggiamenti per la qualificazione, mentre i nostri dirigenti presenti al sorteggio, il vice-allenatore Antoine Tassy e il vice-presidente della federazione Acedius Saint Louis, si presero tutti i meriti, senza mai nominare Trevisan. Gli misero sotto controllo il telefono e gli perquisirono diverse volte la casa. Ettore era diventato una persona non gradita ad Haiti, dunque decise di dimettersi. Mio padre Jean gli propose di allenare il Violette, club in cui giocavo.

Inizialmente accettò, ma la paura per quello che gli era successo costrinse a tornare in Italia lui, la moglie Ada e i loro due figli. Al suo posto, fu promosso Antonie Tassy. Aveva frequentato l’istituto d’educazione fisica di Parigi, lo stesso in cui aveva studiato Helenio Herrera. Tassy però non era un mago, né uno stregone. Era una persona colta, arguta, sapeva come intrattenere i giornalisti in francese, ma dal punto di vista tattico non era preparato come Trevisan. Nelle amichevoli di preparazione, abbiamo ospitato Uruguay e Cile, rimediando due pareggi e due sconfitte di misura (1-0). Siamo anche andati a giocare a Brasilia, dove abbiamo perso 4-0 contro il Brasile, giocando una partita troppo offensiva e aperta, un errore da non ripetere in Germania.

In Europa siamo arrivati con largo anticipo, tra la curiosità generale. Nessuno ci conosceva ma, più
che al nostro calcio, i giornalisti erano interessati al lato folkloristico di Haiti: gli stregoni e i riti vudù.

Alloggiavamo nella scuola dello sport di Grünwald, una decina di chilometri fuori Monaco di Baviera. A
circondare l’edificio giorno e notte c’erano sentinelle armate dell’esercito tedesco, per paura di attentati. Poco prima della nostra partenza per la Germania Ovest, infatti, a Port-au-Prince era arrivata una lettera di minacce nei nostri confronti. Nel 1972, dopo l’attentato alle Olimpiadi di Monaco da parte dei terroristi palestinesi di Settembre Nero, ad Haiti fu emesso un francobollo commemorativo degli atleti israeliani caduti. Tanto bastò a farci entrare nel mirino dei terroristi.

Il vero shock fu però il clima della Germania Ovest. Ad Haiti eravamo abituati a 35 gradi di
temperatura, dovevamo allenarci all’alba e al tramonto per il troppo caldo. A Monaco di Baviera faceva invece freddo e pioveva ogni giorno, i campi erano fangosi e scivolosi. Una novità per tutti noi, a parte
Wilner Nazaire, l’unico di noi che giocava in Europa, a Valenciennes, nel Nord della Francia.

L’esordio era previsto il 15 Giugno, all’Olympiastadion di Monaco contro l’Italia vice campione del
Mondo. Dino Zoff non subiva gol in Nazionale dal 20 settembre 1972, quasi due anni. Undici partite a porta inviolata, ci avevano provati in tanti senza riuscirci: il Brasile di Jairzinho e Rivelino, l’Inghilterra di Moore e Peters, la Svezia di Edström, la Germania Ovest di Müller e Netzer, l’Austria di Krankl. Un record che valse a Zoff il secondo posto nella classifica del Pallone d’Oro 1973, dietro l’olandese Cruijff. Alla viglia dei Mondiali tutti si chiedevano chi potesse rompere il catenaccio azzurro. Nessuno aveva fatto il nome di Haiti, a parte il nostro attaccante Sanon, che spavaldo azzardò: “Segnerò una doppietta a Zoff”. Me li ricordo ancora i sorrisi divertiti dei giornalisti.

Il piano di Tassy era difenderci e colpire in contropiede, con la velocità di Sanon e Barthélemy. Le
marcature designate furono: Bayonne su Riva, Nazaire su Chinaglia, Auguste su Mazzola, mentre noi
centrocampisti a turno dovevamo tenere d’occhio Rivera. Non andò proprio secondo i piani, gli azzurri si
presentarono in area tante volte ma si trovarono davanti un muro invalicabile: Henry Francillon. Il nostro portiere balzò come un gatto, sui tiri di Mazzola, Facchetti, Chinaglia e Riva. Gli italiani erano frustrati e increduli, ricordo che il centrocampista Capello, che giocava nella mia zona, non smetteva di urlare contro di noi. Non capivo una parola, ma immagino non fossero complimenti.

La prima parte del piano, non subire gol, era compiuta. Tutti si aspettavano una valanga azzurra nel
secondo tempo ma, un minuto dopo l’intervallo, arrivò invece il nostro gol. Come previsto l’Italia è partita all’attacco, erano sbilanciati quando il pallone è finito sui miei piedi. Sapevo che i difensori azzurri erano lenti e non ci ho pensato un attimo a lanciare Sanon. Fu davvero un bel lancio, d’esterno, pulito, sullo spazio.

“Mano” ha bruciato sullo scatto Spinosi, si è presentato davanti a Zoff e, dopo averlo dribblato con una finta, ha segnato a porta vuota. Da non credere: Haiti 1, Italia 0. Il record del grande Zoff era terminato contro di noi.

Il nostro sogno è durato troppo poco, appena sette minuti. Mazzola mi ha saltato sulla destra, ha
crossato in mezzo e Rivera ha pareggiato con un gran tiro. L’Italia è stata abile a capire che Auguste era in grande difficoltà contro Mazzola, e pure fortunata, quando il nostro terzino sinistro si è fatto autogol su tiro di Benetti. Sul 2-1 la benzina è finita e abbiamo subito il terzo gol di Anastasi, entrato al posto di Chinaglia. Uscendo dal campo, il numero nove azzurro ha mandato platealmente a quel paese l’allenatore Valcareggi. Fosse stato un giocatore di Haiti, sarebbe stato rispedito a casa e punito severamente.

Il pubblico tedesco ha comunque apprezzato i nostri sforzi e siamo usciti tra gli applausi. Il giorno
dopo la partita, mentre eravamo in gita allo zoo di Monaco di Baviera, decine di persone ci fermarono per
chiederci l’autografo o scattare una foto ricordo con noi. Il clima di serenità sarebbe però durato poco, fino alla notizia che il nostro compagno Ernst Jean-Joseph era stato trovato positivo all’antidoping. Nelle sue urine riscontarono tracce di fenilmetrazina, una sostanza eccitante. Sì giustificò dicendo di aver ingerito il Predulin per combattere l’asma, ma fu smentito dal dottor Patrick Hugeux, che disse ai giornalisti che il giocatore non era sufficientemente intelligente per comprendere la gravità del suo atto. Una figuraccia per Haiti, Jean-Joseph doveva pagare.

Il vice-presidente della Federazione, Acedius Saint Louis, era anche Generale dell’esercito. Lui e
alcuni Tonton Macoute prima malmenarono Jean-Joseph, poi lo caricarono su un’auto direzione aeroporto.

Non sapevamo che quei ragazzi, sempre cordiali e sorridenti, fossero della polizia segreta. Erano spesso a contatto con la squadra, in particolare nelle trasferte all’estero, e quel giorno a Monaco scoprimmo il loro lato oscuro. Jean-Joseph aveva stretto amicizia con una ragazza polacca che lavorava per il comitato stampa e parlava francese, manifestandole la sua preoccupazione per cosa gli sarebbe accaduto una volta tornato in patria. La ragazza parlò della vicenda con Kurt Renner, un dirigente tedesco al quale la Fifa aveva assegnato il ruolo di accompagnatore di Haiti. Renner raccontò l’accaduto ad alcuni giornalisti ma, invece di aprire un’indagine, il comitato organizzatore lo licenziò.

Molti di noi non hanno dormito per la preoccupazione. Nella seconda partita contro la Polonia, siamo
scesi in campo deconcentrati e nervosi. Non te lo puoi permettere quando incontri campioni come Deyna,
Lato e Szarmach. In meno di venti minuti ci hanno segnato cinque gol. Per nostra fortuna, nel secondo tempo i polacchi hanno rallentato e la partita è finita “solo” 7-0. Solamente il 9-0 subito dallo Zaire contro la Jugoslavia il giorno prima, ci ha evitato la palma di cenerentola del Mondiale.

La sera successiva arrivò una telefonata da Haiti, chiedevano di parlare con il capitano della squadra, cioè io. Era Jean-Joseph, stava bene e mi disse di rassicurare i compagni di non preoccuparsi per lui, ma di pensare alla partita contro l’Argentina. Il tecnico dei sudamericani ci aveva snobbato, definendoci “un avversario facile da toreare”. Provammo a smentirlo ma finì 4-1, un risultato che consentiva agli argentini di passare il turno per differenza reti. Emmanuel Sanon segnò un altro gol bellissimo, con un sinistro al volo da fuori area.

Le prodezze di “Manno” non passarono inosservate e dopo il Mondiale firmò per un club europeo, il
Beerschot di Anversa, dove rimase sei stagioni e vinse una coppa del Belgio, prima di trasferirsi negli Stati Uniti. Un altro di noi strappò un contratto in Europa: il portiere Francillon finì al Monaco 1860. Non fu un’avventura fortunata: giocò solo cinque partite e tornò a casa, infreddolito dalle tante panchine. Ad Haiti Henri si diede alla politica, fu senatore per cinque anni fino a quando fu vittima di un attentato. Si salvò per miracolo e chiese asilo politico negli USA, a Boston, dove tuttora vive. In tanti sono andati a giocare nella NASL americana, io invece sono rimasto ad Haiti”.

Matteo Bruschetta

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