13 maggio 1990, Stadio Maksimir: la partita mai giocata 13 maggio 1990, Stadio Maksimir: la partita mai giocata
13 maggio 1990, stadio Maksimir di Zagabria. Si affrontano la squadra della capitale croata, la Dinamo e quella della capitale serba(oltre al Partizan),la Stella... 13 maggio 1990, Stadio Maksimir: la partita mai giocata

13 maggio 1990, stadio Maksimir di Zagabria. Si affrontano la squadra della capitale croata, la Dinamo e quella della capitale serba(oltre al Partizan),la Stella Rossa. Da una parte il genio di Dejan Savicevic, Robert Prosinecki e Stojkovic, dall’altra due campioni in divenire, il giovanissimo capitano Zvonimir Boban e la punta Davor Suker.

Perdonateci, avremmo fatto meglio a scrivere “avrebbero dovuto affrontarsi”. Si perché la partita non verrà mai disputata a seguito degli incidenti che si verificarono dentro e fuori dallo stadio.

Può una partita di calcio cambiare la storia? La risposta è sì. Anche se la partita in questione non conta nulla per la classifica e non ci si gioca nessuna coppa. La Coppa Campioni arriverà nel 1991 a Bari per la Stella Rossa contro l’Olympique Marsiglia di Papin. Può perché In ballo c’è molto di più di una semplice partita di pallone.

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C’è una guerra etnica tra due popoli, quello Croato che ha appena eletto il nazionalista Franjo Tudman a proprio leader e quello Serbo, guidato dal socialista Milosevic.

La guerra è iniziata al Maksimir”, così recita un drappo esposto dai Bad Blue Boys (BBB) allo stadio in quella giornata. La guerrà, quella vera con gli eserciti in campo, scoppierà l’anno successivo e andrà avanti per cinque lunghi anni ma in quel giorno di maggio sono andate in scena le prove generali.

Per i seguaci della squadra, che incominciarono la guerra con la Serbia in questo stadio il 13 di maggio del 1990”. Così recita l’epigrafe di una statua raffigurante un gruppo di soldati collocata in prossimità del Maksimir.

Da una parte i Bad Blue Boys, ultras della Dinamo. Dall’altra i Delije, gli eroi della Stella Rossa.
Si fronteggiano da una parte all’altra come due eserciti veri e propri, gli occhi intrisi di odio e rancore nell’osservare il nemico. Il leader dei belgradesi è Zelljko Raznatovic. Se vi diciamo il comandante Arkan forse capite meglio di chi stiamo parlando.

Nell’ottobre dello stesso anno fonderà la Guardia Volontaria Serba, le temutissime tigri di Arkan, reclutando le sue milizie proprio all’interno dei Delije. Pare che alcuni di loro, in occasione di questa sfida, si presentarono allo stadio con in braccio dei cuccioli di tigre. “Avevo previsto la guerra” dichiarerà Arkan in un’intervista del 1994.

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Ci sono 20.000 anime allo stadio, non tantissime se guardiamo solo distrattamente ai numeri. Ma qui si parla di 20.000 persone pronte ad affermare il proprio credo politico, la propria ragione, con ogni mezzo possibile. L’aria è di quelle tese, ti fa capire che basta una scintilla per scatenare la guerra.

Gli ultras ospiti, probabilmente provocati, iniziano a distruggere tutto ciò che capita loro a tiro, dai seggiolini ai cartelli pubblicitari lanciandoli in direzioni degli odiati rivali. La polizia, in maggioranza serba e mal equipaggiata, inizialmente non interviene. Lo fa solo quando i sostenitori della Stella Rossa scavalcano le recinzioni e si riversano in campo. Lo fa con una furia cieca ed incontrollata secondo le testimonianze di chi era presente.

Tra questi, come abbiamo detto, c’è anche un certo Zvonimir Boban, allora ventunenne ma già capitano della sua Dinamo. E’ uno dei pochi giocatori ad essere rimasto in campo, quando gli altri cercano riparo negli spogliatoi.

Mi sentivo così, un personaggio pubblico pronto a rischiare la vita, la carriera e tutta la fama che mi ero guadagnato per una causa nobile: quella croata.

Vede con i suoi occhi la polizia picchiare giovani, donne e bambini indistintamente e non può stare a guardare. “Vergognatevi, state massacrando i bambini”, queste le parole riferite da Zorro il quale , per tutta risposta, riceve due colpi di manganello accompagnati dai seguenti insulti :“Stai zitto figlio di puttana, sei come tutti gli altri”.

Zvonimir non ci vede più, prende la rincorsa e assesta una ginocchiata in pieno volto al poliziotto. Verrà scattata anche una foto leggendaria, in grado di immortalare il perfetto istante in cui il simbolo del potere viene abbattuto dal capitano croato. Le immagini fanno il giro del mondo ed in men che non si dica Boban diventa un eroe nazionale.

L’ingiustizia era troppo grave e profonda per non reagire, penso sia stato un fatto dovuto, io sono stato preso a simbolo ma è stata una reazione collettiva del popolo Croato. Tutti hanno rischiato con me.

Per questo calcio al potere Zorro prenderà un anno di squalifica, il che significa addio ai mondiali di Italia 90. Avrà modo di rifarsi ai mondiali del 1998 dove, proprio con l’ex compagno Davor Suker, centrerà il terzo posto, miglior risultato ottenuto da una nazione dell’ex Jugoslavia.

Dopo questa partita mai giocata il calcio slavo, come l’intera federazione, entra in crisi. Ci sarà quel colpo di coda che regalerà la coppa campioni alla Stella Rossa nell’anno successivo, dopo di che il buio più totale.

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I campioni continuano a nascere, sembra una terra perfetta per forgiare giocatori dall’estro ingovernabile. Il più spesso delle volte però questi campioni prendono precocemente la via verso il calcio che conta, che amaramente non si gioca più nei balcani.

Seguono le orme di Savicevic, Boban, Mihailovic, Boksic, Jugovic. Giocatori che abbiamo imparato a conoscere ed amare, perché il calcio slavo non può lasciare indifferenti. Un calcio dove genio e follia si tengono per mano, un calcio dove personalità ed orgoglio dominano inconstrastati.

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo