Il 6 giugno si avvicina. E, bene o male, chi attende questa partita come se fosse l’ultima della sua vita, o anche solo chi,...

Il 6 giugno si avvicina. E, bene o male, chi attende questa partita come se fosse l’ultima della sua vita, o anche solo chi, da appassionato o malato di calcio, non vuole perdersela per niente al mondo, si sta organizzando in qualche modo per vederla. Da soli o in compagnia, in pubblica piazza oppure in religioso isolamento, insieme agli amici di sempre o in condizioni di emergenza: sono ore febbrili per decidere dove e con chi vedere la partita di sabato tra Juventus e Barcellona. Non importa se siete tifosi sfegatati della Vecchia Signora, o se avete solo intenzione di gufare i bianconeri come se non ci fosse un domani: la scelta della location è fondamentale, e noi abbiamo cercato di capire, con i nostri potenti mezzi, dove vi collocherete sabato alle 20.45, ora del fischio di inizio della partita.

Allo stadio

Fortunelli. Avete donato un rene per acquistare il biglietto, comprensivo di viaggio per Berlino e alloggio in hotel a dodici stelle. Oppure, in qualche modo, siete ammanicati con l’amico dell’amico del cugino di vostro zio che è riuscito a farvi avere un posto in tribuna d’onore accanto a Platini. Questa esperienza potrebbe essere la più bella della vostra vita, o la peggiore. Oppure, ancora peggio, del calcio non ve ne importa nemmeno tanto, ma avete i biglietti della finale e andate a vederla come se fosse un diversivo nella visita alla bellissima città di Berlino. In ogni caso, voi possessori del biglietto per la finale, siete una delle categorie più invidiate e odiate del momento. Fossimo in voi, prenderemmo precauzioni.

A Berlino, senza entrare allo stadio

Subito dopo il fischio finale della semifinale, hai acceso il pc, hai cercato i voli, hai provato a capire come funzionava per comprare un biglietto per la finalissima. Tre minuti dopo, hai abbandonato l’idea, in preda allo sconforto. Ma siccome sotto sotto non volevi arrendere, hai radunato altri due o tre balordi del tuo calibro, un rapido gruppo Whatsapp, la decisione è presa. Andiamo a Berlino all’avventura. Prenoti un volo low cost di quelli in cui non puoi imbarcare neanche l’anima senza pagare il supplemento, 10 euro di ostello in 3 (“Magari si scopa pure!”, e poi ti ritrovi a dividere il letto con un macedone di 200 kg) e via all’avventura. Arrivi a Berlino, ti fai truffare per un biglietto che è palesemente falso (te ne accorgi solo dopo, quando leggi Juvnetus-Bracelona stampato a caratteri cubitali) e ti accontenti di seguire la partita in qualche lurida birreria del posto. Finirà che ti farai arrestare per oltraggio al decoro dopo la quindicesima Finkbrau. Perchè, anche se vai a Berlino, ti sei portato la Finkbrau da casa, ovvio. Ritornerai a casa solo sotto pressioni diplomatiche della Farnesina.

A casa da solo

Hai un rituale, e quel rituale non lo potrebbe spezzare nemmeno Vanna Marchi in persona con l’ausilio del Maestro Do Nascimiento. Ti metterai davanti alla tua tv, con il pigiama lurido incrostato di sugo e birra, quel pigiama che non hai ancora lavato dal gol di Morata al Bernabeu. Respingerai gli assalti di tutti quelli che vorranno portarti via dal tuo divano, dalla tua postazione scaramantica. Indosserai la maglia di Michele Padovano, quella blu con le stelle gialle, e ti piazzerai su quel divano a divorarti l’anima da solo. Intorno alle 20, agli ultimi assalti dei tuoi amici verranno respinti con messaggi poco diplomatici, il più carino dei quali sarà “Sono morto, non cercatemi mai più”. La vivrai male, malissimo, comunque vada.

A casa in compagnia

Non sei molto scaramantico, sei un tifoso occasionale o vuoi seguire la finale da spettatore neutrale. Dunque guardare la partita a casa, in compagnia, con una buona pizza e una birra decente, senza urlare, senza fare casino, senza finire a tirarsi le sedie in faccia, è un’opzione del tutto contemplabile. Qualcuno potrebbe addirittura abbandonarsi a commenti tecnici sul possesso palla del Barcellona o sul pressing alto della Juventus per tagliare i rifornimenti alle punte blaugrana. Però sappi che fai parte di una sparuta minoranza, e molti di noi potrebbero schifarti. La malattia fa parte del calcio, vivere bene le partite non è una cosa vista di buon occhio da quelli come noi.

Da un amico, da un parente, da uno sconosciuto

Alla fine hai ceduto. Hai capito che, per quanto la scaramanzia sia parte fondamentale della tua esistenza, guardare la finale da soli sarebbe stata una scelta da disadattati. In un momento di scarsa lucidità, all’ultimo, accetti l’invito di quel tuo amico alla sua casetta di campagna. Accetti, ma è l’errore più grande della tua vita. Una volta giunti sul posto, alle 20.15 ci si accorge che il vecchio televisore in bianco e nero presente sul posto non ha il decoder digitale terrestre. Lo porta qualcuno alle 21, mentre ascolti l’inizio della partita alla radio. Dei circa 50 invitati sei l’unico che mastica un po’ di pallone, gli altri 49 sono interessati alla partita quanto tu lo saresti a un convegno di fisica delle particelle. Ogni tanto qualcuno, per fare il simpatico, urla GOAL oppure spegne la tv e se ne va ridacchiando. Una ragazza chiede se gioca ancora Del Piero oppure “quel figo di Zambrotta”. Più o meno intorno al minuto sessanta scapocci e spacchi una sedia in testa a qualcuno.

In piazza, o in pubblico ritrovo

Stesso discorso di sopra: ti sei lasciato convincere ad andare in piazza, al maxischermo predisposto dal tuo comune, non si sa bene in virtù di cosa. Ed è una vera e propria guerra. Sei in mezzo ad un nugolo di sconosciuti che non ha mai visto una partita di calcio in vita sua, e ti senti addirittura in dovere di contenere la bestemmia che ti sta salendo dal profondo dell’anima. Qualcuno strombazza, altri festeggiano già dalle 19.30. Annusi nell’aria il profumo di tragedia. Ammaini la bandiera e ti rassegni alla disfatta. E’ una legge matematica: guardare le partite in piazza porta una rogna terrificante. La prossima volta resterai a casa, chiuso nello stanzino e barricato, pur di non avere alcun contatto umano durante la partita più importante della tua carriera da tifoso.

Al baretto

Stessa storia, stesso posto, stesso bar. E’ tutto l’anno che vai al pub o al lurido baretto (meglio, molto meglio) per seguire le partite in compagnia dei tuoi amici e degli avventori di fiducia. La tensione è tanta, perchè ognuno tifa per la sua squadra, e i frequentatori del baretto non sono esattamente il tipo di sportivo che ci tiene al ranking o al lustro del calcio italiano. E dopo circa 15 minuti di gioco (nei posti meno raccomandabili anche qualche ora prima del fischio d’inizio, durante il tressette di riscaldamento) le bottiglie sono già spaccate e agitate nell’aria minacciando nefandezze e urlando turpi parole. Il secondo tempo potresti guardarlo dalla Questura. Che sarebbe comunque un posto molto più tranquillo del baretto.

Alla radio

Le motivazioni sono diverse. O sei un inguaribile nostalgico, e la partita vuoi seguirla alla radio per passione anche se potresti vederla alla tv (in quel caso, amico mio, te lo diciamo: forse qualcosa non va) oppure, per qualche strano scherzo del destino, ti trovi in viaggio o in qualche lurida situazione (non vogliamo sapere quale) nella quale la televisione non è contemplata. Per cui ti farai trasportare dalla voce altisonante di Francesco Repice e soffrirai come un matto mentre, con il pallone tranquillo tranquillo a centrocampo, tu immaginerai il pericolo imminente e il gol degli altri praticamente cosa fatta. A fine partita, comunque sarà andata, chiederai il ricovero in una clinica psichiatrica.

Non riuscirai a vederla

Entriamo in zona Madonne, con i piedi pesanti. “Il 6 giugno? Ma certo che posso venire a quella cena con i vecchi colleghi!”. E così ti trovi incastrato con il tuo capo, appassionato di tutto fuorchè del calcio, gioco molto poco nobile per le sue abitudini. E così via con matrimoni, cresime, saggi di danza (i saggi di danza, ragazzi, un nemico subdolo e terrificante: come fai a dire di no agli occhietti dolci di tua figlia?), teatro, opera lirica. Insomma, proverai fino all’ultimo, alla Fantozzi, a imboscare un tablet, una radiolina, un sistema di segnali di fumo, facendo anche la figura dello stolto, ma la partita proprio non riuscirai a vederla. Solidarietà a te e ai Santi che ti sei inimicato.

Sul trespolo

Dai, non prendiamoci in giro. Gufare è totalmente e del tutto legittimo. Sopportare l’idea di vedere i caroselli altrui, di subire gli sfottò e le prese in giro dei tifosi bianconeri, probabilmente per anni, ti fa torcere le budella. Per cui, indosserai la faccia più serena che riesci a fare, dissimulerai con un sorrisetto di circostanza (“Chi, io? Gufare? Ma va, io tifo per il calcio italiano, anche se non mi stanno simpatici, ma stasera alè Juve alè!”) e ti accomoderai sul trespolo a gufare come se non ci fosse un domani. Se invece non hai paura di mostrare i tuoi sentimenti, sarai uno dei soggetti descritti in precedenza che non avranno paura di menare le mani in nome dello sport. Così va la vita, signori.